sabato 11 giugno 2011

Cercasi riso rosso, disperatamente


Il colesterolo di Jurassico si è espanso oltre i limiti di guardia: lungi dal voler sottostare all’obbligo di statina, il nostro decide di ricorrere alle terapie naturali. La scelta cade sul riso rosso fermentato: un prodotto che riesco a procurarmi senza grosse difficoltà. Almeno la prima volta che lo acquisto.  
Terminata la scatolina, s’impone la necessità di rinnovare le scorte: e qui inizia l’avventura.
A piedi, dislocata a discreta distanza dalle mie due farmacie preferite, decido di provare altrove. Essendo un integratore attualmente di moda, non dovrebbe essere così difficile scovarlo, ragiono fra me e me.
Farmacia numero uno: una leggiadra fanciulla staziona dietro al banco, immobile, braccia conserte. Alla mia richiesta, risponde con uno sguardo vacuo, dietro gli occhi leggermente spalancati. Avessi domandato un flacone di olio di sarchiapone avrebbe reagito con maggior disinvoltura. Sparisce nel retro, per tornare dopo alcuni, lunghissimi minuti, stringendo una scatoletta ricoperta di polvere. L’idea di darle una rapida passata per ripulirla, evidentemente, non l’ha nemmeno sfiorata.
In ogni caso, si tratta di un’associazione con altro prodotto, nella quale il riso rosso fa giusto atto di presenza. Considerata la dose minima pretesa dal consorte, siamo ben lontani dal soddisfare i suoi desiderata.
Ringrazio, ricuso, saluto e cambio farmacia.
Ce n’è una a trecento metri distanza: non ci sono mai entrata prima. Qui mi attende un ingresso in tutto simile a quello di una banca: dopo una certa esitazione, premo il tasto per l’apertura ed entro, timorosa. Avendo con me più chiavi di San Pietro, temo verrò bloccata nella capsula, per uscirne solo di fronte a un drappello di carabinieri in assetto di guerra. Un incipit immediato di claustrofobia mi fa imperlare la fronte, non appena la bara in plexiglas si chiude su di me: per mia fortuna, dopo un paio di secondi lo schermo si riapre, rilasciandomi senza reazioni. Entro così in una piazza d’armi, piena zeppa di roba e vuota di persone. Molto in fondo, individuo due colleghi, impegnati in una fitta conversazione con altrettanti clienti.
Mi avvicino, cogliendo quanto basta per capire che il giovane dottore sta parlando male di qualche concorrente. Un po’ imbarazzata, e messa in crisi dall’aria supponente del signorino, mi avvicino alla dottoressa, che pare un po’ più cortese. Costei si volta, afferra decisa una scatolina e me la mette in mano, dicendo: “E’ questo, vero?”
Ahimè, non è questo. Qui il riso è in dose adeguata, ma l’hanno associato al citrus aurantium. Sostanza consigliata a coloro che intendano perdere peso: va da sé che la conosco. A menadito. A suo tempo, ho provato tutto lo sperimentabile, anfetaminici esclusi, per smaltire qualche chilo. Facevo da cavia per ogni nuovo prodotto che mi paresse convincente: per riscontrare che due sole sono le misure efficaci. Chiudere le fauci e muovere le gambe.
Comunque sia, il citrus ha la capacità di scatenarmi delle tachicardie da infarto: meglio evitare, con il consorte. Già la sua quota di adrenalina circolante, garantita dall’ospedale, è più che sufficiente a mettere a rischio la sua salute cardiovascolare. Quella che sarei qui per proteggere, detto fra parentesi.
Anche in questo caso ringrazio gentilmente e mi dileguo. Attraverso un’altra uscita, sempre blindata. Che ansia, mamma mia…
Terzo tentativo: parafarmacia. Qui trovo due colleghi accasciati su altrettanti seggiolini, schiena ricurva e aria annoiata; uno dei due si rianima al mio ingresso. Mi conosce dai tempi dell’università. Forse per questa ragione, quando espongo la mia richiesta, risponde con un colloquiale “Ho questo robo qua…” presentandomi una minestra di cinque componenti diversi, che non sto nemmeno lì a studiarmi. Deposito e saluto.
Nei pressi, dovrebbe esserci un posto chiamato “Vitamin Store”. Quelli tengono ogni possibile integratore: magari il riso ce l’hanno. Arrivo alla location, dove, al posto della rivendita suddetta,  trovo un’agenzia di pompe funebri: le vitamine che vendevano devono esser state davvero efficaci. Non mi abbandono a gesti scaramantici solo per mancanza di materiale con cui operare e m’infilo –  spes ultima dea – nel vicino negozio biologico.
Come c’era da aspettarsi, qui abbiamo addirittura un minestrone, composto da una decina di erbe diverse. Colta da disperazione, arraffo un pacchetto di crostini al kamut e torno a casa, arrivandoci col fiato corto, i piedi piatti e sudata come una grondaia.
Le mie peregrinazioni avranno termine il giorno successivo: occasione a me gradita per fare una delle mie solite figure da mentecatta.
Mi presento in una farmacia dove ho un rapporto amichevole con i colleghi: qui sfodero la scatoletta incriminata, convinta di averla acquistata da loro. In realtà, essa porta, chiaramente stampigliato sulla confezione, il logo della farmacia situata pochi passi più in là…
Ormai esaurita, non riesco nemmeno più a imbarazzarmi: anche perché la dottoressa, una ragazza tanto giovane quanto efficiente, mi propone immediatamente un’alternativa equivalente, che trasferisco all’istante nella mia borsetta. Nonostante la ben magra figura appena collezionata, vengo gratificata con un sorriso e un saluto di una cordialità assolutamente genuina.
Molto confortata, mi avvio balzellon balzelloni verso la Stamberga. Fa piacere constatare che esiste ancora qualche professionista serio e preparato. Il pomeriggio precedente mi aveva gettata nello sconforto, lo confesso.