venerdì 3 giugno 2011

Catastrofi bibliche imminenti


Ieri, fra tempo incerto e turno diurno di Jurassico, giornata opaca. Niente piscina, niente bici, niente marito: un piattume.
Giusto per non incartapecorirmi fra quattro mura, me ne parto per farmi due passi, armata di cuffiette e ombrellino tascabile: che non mancherò di utilizzare, per la cronaca. L’unico momento di pioggerella fitta della giornata lo becco giusto io.
Verso l’ora di pranzo, sulla via del ritorno, chiamo l’amato per sapere se lo rilasceranno, per un rapido pasto in famiglia. Almeno nei giorni di festa, qualche volta un’oretta riesce a ritagliarsela.
“No, tesoro, scusami: sto facendo una trombolisi a una signora. Vediamo se riesco a salvarle il cervello… E poi ora mi stanno portando un’emorragia cerebrale. Non mi posso muovere.”
“Va bene, allora mi muovo io” gli rispondo, decisa “Vengo su e ti porto qualcosa da mangiare. Tutti i bar sono chiusi: non starai digiuno tredici ore!”
“Grazie, amore. Però non salire prima di un’ora e mezzo. Quando arrivi chiamami, che ti vengo incontro.”
M’invento un piatto freddo da ammannirgli, lascio trascorrere il tempo previsto, quindi mi avvio con le munizioni da bocca, per rifocillare il mio dr Ross. Appena uscita di casa, m’intercetta un vicino di casa, che mi chiede se sto andando a morosi: mostrandogli il sacchetto col pranzo del marito, gli rispondo di sì.
Grazie al cielo la mia spedizione ha successo: dieci minuti per mangiare li trova, Jurassico; quindi, mi porta giù alle macchinette, per un caffè.
Lì, decido che ho sete: e chiedo una bottiglietta d’acqua al distributore. Tanto m’imbrano, da provocare un intervento congiunto dei due sanitari presenti, che s’industriano per trarmi d’impaccio. Con un paio di manovre delle mie, riesco comunque a vanificare loro sforzi, restando così a becco asciutto, e pure senza spicci. Consolatorio, il collega del marito mi dice che l’attrezzo infernale è noto per queste performance: ma sono certa che lo fa per consolarmi. Mi faccio riconoscere sempre, dovunque vada, c’è poco da fare.
Saluto il consorte con un bacio, lasciandolo ai suoi pazienti da salvare, e mi avvio verso casa. Giunta nei pressi della Stamberga, m’inchiodo sul solito ponte, polarizzata da un siparietto messo su dalla popolazione murina del posto, sempre numerosa e ben pasciuta.
Alcuni sorci, tra i quali un minore, prendono il fresco lungo la riva del corso d’acqua. Dopo qualche secondo che li osservo, uno di essi ha uno scatto, s’infila in un buco, per uscirne con un pezzo di pane più grosso di lui. Tenendolo stretto fra i denti, si tuffa in acqua, prendendo a nuotare controcorrente. Inizia una certa agitazione, nel gruppo: compare altro cibo, poi uno degli adulti inizia a spingere il cucciolo verso l’acqua. La bestiola resta ostinatamente abbarbicata alla riva, resistendo ai vari tentativi fatti per spedirlo tra i flutti. Mi chiedo se sto assistendo a una lezione di nuoto, da madre a figlio: spazientito, il ratto adulto si lancia sul piccolo, tuffandosi e trascinandolo con sé nella caduta. Appena toccata l’acqua, il piccolino si mette a nuotare velocissimo, ma la corrente lo trascina via, verso lidi ignoti. L’adulto risale la riva, fregandosene della sorte del piccolo. Forse ha solo eliminato un competitor per il lauto pasto che l’attende.
Mi allontano molto arrabbiata. Arrabbiata con me stessa, innanzi tutto: è ridicolo che mi commuova per le sorti di un sorcio, solo perché è piccolo.
Poi c’è ‘sta storia degli allevatori di ratti che mi tira matta. Ora so chi è responsabile del rancio, ottimo e abbondante, fornito alla già folta popolazione murina del circondario.
L’ho beccata sul fatto, la microcefala che arriva con i sacchi di pane vecchio. Ne stava rovesciando un paio di chili in acqua, mirando alle anatre:  col rischio di prenderle in testa, tra l'altro. 
Quando l’ho vista, ho tentato di fermarla: “Signora, la prego, no! Non faccia così: poi arrivano legioni di topi, che mangiano e s’ingrassano!”
“Dottoressa, lo faccio apposta.”
“Apposta…? Come, apposta?”
“Porto da mangiare agli animali. Anche ai gatti dell’ospedale porto sempre il cibo!” mi risponde, con malcelato orgoglio.
“Signora, i gatti non sono topi! Che lei nutra dei felini mi sta anche bene: un po’ meno che sostenti una colonia di sorci a duecento metri da casa mia!”
“Guardi che così evito che entrino nelle case a caccia di cibo! Tanto, quello glielo procuro io!” ha affermato con gravità, fissandomi con uno sguardo carico di rimprovero. La mia ostilità al suo brillante piano la offendeva, evidentemente. Abbandonata ogni speranza di farla ragionare, ho girato sui tacchi, rispondendole: “Va bene, signora, ho capito. Se lo dice lei…”
Meno male che ho tre gatti, che abitano nel nostro giardino. Solo che, se questa insiste, nel giro di tre mesi i topi saranno tanto grossi e numerosi da mettere in fuga anche i felini.
Dopo il diluvio della scorsa settimana, l’invasione dei ratti: catastrofi bibliche ci minacciano.
E mentre io m’interrogo sul futuro di Casa per Caso, Jurassico, in ospedale,  mette in sicurezza altri due cervelli. Potrei suggerirgli di occuparsi anche di quello della gattara, ostinata allevatrice di sorci.