martedì 21 giugno 2011

Anche la tecnologia mi si rivolta contro

L'unica volta che mi accontento dell'anteprima e non vado a verificare il post, Blogger me lo taglia di brutto! Meno male che l'avevo salvato in copia Word...
L'utonta informatica ha colpito ancora. Ed ora, ridete pure di me! 


Rieccomi.
Anche gli amici che mi convocano in zona Cesarini, mi ci volevano… Allertata all’ultimo secondo – nemmeno il tempo di abituarmi all’idea – stavolta è stato camice sul serio. Mannaggia, quando sono arrivata ero più nervosa di una novellina… E invece mi sono divertita. Un sacco.
Col computer non ho fatto a pugni – la mia maniacale frequentazione della tastiera ha portato i suoi frutti, evidentemente – e mi è stato agevole anche evitare di rimbalzare sul muro di gomma.
Avete presente quando entrate nella vostra farmacia, e vi ritrovate di fronte una perfetta sconosciuta?
Chi diavolo è, questa? E che ci fa qui? Avanti, ammettetelo. Il nemico alle porte: la guardate esattamente così.
Il vostro incedere verso il banco si fa rigido, mentre roteate gli occhi nella speranza di individuare una faccia nota. Avete bisogno di un consiglio, e invece del volto rassicurante del vostro farmacista di sempre, c’è quella là.
Che se è giovane non saprà niente, se è meno giovane perché diavolo non va in pensione, se è di mezza età cosa ci fa qui, non ce l’ha mica un lavoro questa?
Non è possibile, appena uno si trova bene con una persona, cambiano di nuovo il personale…
La gente è abitudinaria. Detesta le sorprese. Va in crisi anche se gli cambi l’esposizione, figuriamoci se gli cambi il dottore. Quando ti porgono le ricette, lo fanno con evidente fatica: quasi quasi gliele devi strappare. Tipo un cerotto.
La sconosciuta, intanto, suda freddo, nell’attesa della vostra richiesta. Chiedendosi quale sarà la novità che la metterà in difficoltà, questa volta.
Così, riesce a esibire l’aria più tesa e sussiegosa immaginabile, rinchiusa nel suo camice bianco, nascosta dietro a un’aria dottorale, che più dottorale non si può. Potrebbe concorrere per il premio “Puzzona dell’anno”, con ottime probabilità di vittoria.
C’è gente che ne fa una malattia, della diffidenza iniziale della clientela; altri che se la prendono con i colleghi, che gli rubano il centro della scena. Ci vuole mestiere, a rimanere olimpici anche fuori dal proprio ambiente. E ci vuole esperienza, per non farsi spaventare dalle occhiate acuminate, che ti trafiggono come San Sebastiano.
Per mia fortuna, ho rappresentato un’abitudine per tanta di quella gente, e tanto di quel tempo, da non terrorizzarmi più: ieri mi sono messa buona buona al mio posto, sfoderando il mio famoso sorriso.
Quello è un’arma di distrazione di massa: quando mi vedono sorridere rilassata, perdono la rigidità nucale e si sciolgono un po’. Si avvicinano poi piano piano, come i gattini selvatici, quando gli tendi un piattino con del cibo. In realtà, le persone sono affamate di gentilezza: se ne offri una buona dose gratuita, reagiscono tutti bene.  
Fermandosi quindi a un metro dal muro, senza alzarne uno a propria volta, la faccenda inizia subito a funzionare a dovere. E così è stato anche per me, ieri pomeriggio.
Ho trottato serena avanti e indietro, dispensato qualche buon consiglio – avevo perso l’abitudine all’effetto che fa, dare buoni consigli e notare che la gente ti dà retta… – decrittato qualche geroglifico e imparato qualcosa di nuovo. Che quello non guasta mai.
Ad una certa ora, la collega che lavorava con me – già mia collaboratrice per diversi anni –  esclama: “Buonasera, dottore!” con aria ossequiosa. Alzo gli occhi, convinta di vedere il medico cui avevamo telefonato una mezz’ora prima, e mi trovo davanti Jurassico, assieme a un amico. Era venuto a trovare sua moglie, per rivederla con il camice bianco.
Nel frattempo, la gioventù a casa sperimentava di nuovo le gioie della mamma lavoratrice: pranzo, cena e spesa, tutto a loro carico. Così gli facciamo un ripassino di quanto sia comodo, avere mammina sempre a disposizione.
Oggi, si ripete. E io speriamo che me la cavo. Di nuovo.