giovedì 30 giugno 2011

Comunicazione di natura tecnica

Andiamo alle spiegazioni. Il link che vi ho dato rimanda a una specie di vetrina virtuale  - vogliamo chiamarla così? - per il mio romanzo. Marò, mi pare strano parlare così: sembro una scrittrice vera... Vabbè, andiamo al sodo. Pare che il software si divori tutti gli apostrofi, quando viene inserito un testo col copia-incolla. Non c'è modo di evitarlo, salvo smettere di usare il sistema in oggetto. Poiché, tuttavia, ha un suo perché, l'editore lo utilizza ugualmente. Se passate sopra al dettaglio, e cliccate direttamente su "leggilo on line", potete leggere fino a pagina cinquanta. E lì gli apostrofi ci sono! 
Ragazzi, qui ci si arrangia con i mezzi che ci possiamo permettere...
Grazie per la pazienza! 


Un salutone... 


Mpc, scrittrice per caso

Una giornata densa di eventi

Ci sono giornate in cui succede veramente di tutto. Ieri è stata una di queste.
La notizia numero uno l’ho messa in prima pagina, già ieri sera: dopo averci fatto circolare con le dita incrociate per un tempo considerevole, la nostra comune amica Mrs.G ci ha sollevati dallo stato sospensivo.  Con una gran bella notizia .
Ma anche tu, Mrs,  proprio a dieci ore di fuso orario di distanza devi abitare? Che vai dal dottore al mattino, ma per noi è quasi mezzanotte??? ‘Sti cervelli in fuga, mannaggia…
;-)))
La notizia numero due è che Mpc si è venduta la macchina, mentre Jurassico si è fatto il coupé. Usato, magari, ma non sgarrupato.
Ha trovato uno squalo d’occasione, con tanto di branchie e cambio automatico, un numero di cavalli imbarazzante e un motore sei cilindri. Un’auto che ronfa come un gatto, scatta come un giaguaro e fila che ti sembra di stare su un tappeto volante.
Come avrete intuito, la qui presente desperate housewife ha già deciso che la spesa si andrà a fare solo con la macchina nuova: anche perché l’alternativa sarebbe il semicatorcio dei ragazzi, con fiancata rientrante e discarica incorporata. Per quanti tentativi faccia l’informatico di tenerla pulita, sembra che essa attiri fazzoletti sporchi, involucri misti e bottigliette di recupero. La trattano, quasi inconsapevolmente, come una filiale della loro camera da letto. Con le conseguenze che potete immaginare.
Comunque sia, ragazzi, abbiamo la macchina nuova.
Per l’occasione, ho approfittato delle svendite da Stefanel – già iniziate: 30% di sconto. Come resistere? – mi sono comprata un vestito col quale amoreggiavo a distanza da mesi, l’ho indossato per l’ora di cena, e siamo partiti. Io, l'amato bene e lo squalo: romantici fino al midollo, ci siamo diretti difilato al ristorante che, secoli fa, vide i nostri sponsali. Va da sé che l’abbiamo trovato chiuso per turno.
Paperino e Paperina hanno colpito ancora.
Il tentativo numero due è stato una vecchia osteria, dove ricordavo andavamo a mangiare frittata e fagioli, molti anni fa: ci serviva in tavola una signora più larga che lunga, dall’aria sempre imbronciata, che girava per i tavoli in grembiulone da cuoca, brandendo minacciosa un cucchiaio di legno. Però cucinava la più stupenda frittata di tutta la Pedemontana.
Appena messo piede all’interno, ci ha accolto un cameriere molto gentile e azzimato, incaricato di condurci su una deliziosa terrazza. E’ seguita una straordinaria cena a base di pesce ed eleganza – meno male che mi ero vestita decentemente per festeggiare la macchina… Diversamente, giusto a fare la lavapiatti mi avrebbero messa, in un posto così!  –  che ci ha lasciato sazi ma squattrinati. Il livello del locale si è elevato: in tutti i sensi.
Paperino e Paperina allo sbaraglio.
Troppo felici della nostra nuova quattroruote per deprimerci, abbiamo girellato per un’oretta fra tornanti e salite, per testarne la tenuta di strada.
Qualcuno, però, avrebbe dovuto testare la nostra, tenuta. Mentale. Dimentichi che, da brava auto sportiva, la belva ha il cambio automatico, siamo incappati, a turno, nello stesso errore. Svoltando a sinistra, abbiamo usato il nostro piede sinistro. Come dire che abbiamo scambiato il freno per la frizione: quasi decapitando il coniuge, seduto al nostro fianco. Prima io, poi lui.
E meno male che dietro non ci tallonava nessuno…
Ci vorrà qualche giorno, per abituarsi alla novità.  A tale proposito, come sempre, sono tornata sui miei passi. “Non mi piace, il cambio automatico!” ero solita dire, prima di provarne uno. Ora, mai più senza: le mie solite certezze di burro, che si squagliano al sole della realtà. Se le Ferrari ce l’hanno, un motivo ci sarà…
Ed ora, una notizia che – forse – interesserà un paio di voi. E’ in uscita la… storia della mia vita. Essendo la suddetta quasi un romanzo, tale l’ho fatta diventare: in uscita a fine luglio, è visionabile all’indirizzo che metto in calce, attivo appunto da ieri. Indirizzo che vi rimanda, volendo, all’anteprima di lettura. Se qualcuno di voi dovesse avventurarsi fra le pagine dei miei esperimenti letterari, rimanendone deluso, è autorizzato a riempirmi di improperi in questa sede. Certi errori vanno stroncati sul nascere.  






mercoledì 29 giugno 2011

Le belle notizie meritano la prima pagina

Da Mrs. G: 


Tutto OK i controlli sono buoni, anzi ottimi. Scrivo dall'Alabama e grazie a tutte non pensavo ve ne sareste ricordate che oggi era il giorno cruciale. Ora per altri 4 mesi non ci penso piu', ma divertiamoci con il blog in attesa che anche le dita di Pulcina si sgonfino e soprattutto pensiamo alla fortuna che abbiamo ad avere dei tesori di mariti, di cui per contratto a volte ci lamentiamo. Il mio è stato eccezionale dalla diagnosi di cancro, alla chemio e anche ora che dice che è sicuro che sto bene visto che ho ripreso a rompergli le scatole.
Bacioni a tutte e GRAZIE 


Ragazzi, non so voi, ma la sottoscritta ci ha fatto le lacrime, leggendo queste righe. 
Carissima Mrs. G, grazie a te. Grazie per il tuo coraggio, la tua voglia di sorridere, la tua tenacia nel combattere. E grazie per condividere con noi questi momenti cruciali della tua vita: sarà pure virtuale, ma quello che si crea qui dentro è un legame vero. Ti vogliamo bene, tutti.
Un grandissimo abbraccio a te e alla tua splendida famiglia. 
Così si fa! Bravissimi. Davvero. 


Dilazioni di pagamento

C’era da immaginarselo. Non era finita.
Ragazzi, stavolta per poco non vi perdete Mpc: sono finita ruzzoloni giù per le scale.
Travolta e stravolta da un cumulo di panni sporchi, li ho scagliati dalla sommità della rampa in fondo al vortice delle anime. Ovvero, sul pianerottolo di sotto. Nel percorso pedonale, eseguito per raggiungerli e smistarli, ho messo il piede in fallo, slittando tipo scivolo: la percezione del proprio derriere che saltella sui gradini, rimbalzando come una pallina da tennis, è un’esperienza. Da dimenticare.
Per mia fortuna, la roba ammucchiata era così tanta da fornirmi un’efficiente imbottitura: mi sono rialzata con la dignità a pezzi, ma sana. O quasi: ho giusto un paio di ombre bluastre sotto il gomito sinistro e la chiappa destra un po’ dolente. Possiamo dire che mi è andata bene.
Dopo tale incidente, ho afferrato armi e bagagli, e sono andata a trascorrere la giornata in piscina, raggiunta ben presto da Elastigirl. Incasinata con un lavoro da svolgere al PC, mi sono portata il portatile (!), dichiarandomi dispersa. In nostra assenza, i maschi si occupavano di tutto, incluso il pranzo di papà: situazione frequente e, dunque, scevra da rischi. O, almeno, così credevo.
Alle quattro e mezzo, rientrando, abbiamo trovato il filosofo profondamente addormentato in poltrona, con una vistosa fasciatura alla mano sinistra. La Miss è subito corsa dal fratello maggiore, chiedendogli lumi: pare il nostro si sia versato il riso da scolare direttamente sulla mano. Ustionandosi piuttosto seriamente.
Il mio primo pensiero è stato: nemmeno a vent’anni passati ti puoi fidare a lasciarli abbandonati a se stessi? Poi ho riflettuto sui recenti avvenimenti che avevano vista coinvolta la sottoscritta, e mi sono rassegnata. Chi va con lo zoppo, evidentemente inizia a zoppicare.
Al suo risveglio, il giovanotto ha ridimensionato le mie preoccupazioni: la benda era stata apposta per non ungere di crema l’intero arredo, e non  per fornire protezione a una piaga suppurante. Grazie al Cielo.
Rasserenata, ho preparato il necessario per la cena, per darmi poi nuovamente alla fuga: acquafitness, stavolta. Ormai l’odore di cloro non lo sento nemmeno più, da quanto tempo passo in vasca o al bordo della stessa.
In tarda serata, il gaglioffo mi ha convocata: “Mamma, vieni in cucina di sopra. Ci custodiamo un cadavere, là dentro?”
L’ho seguito, per verificare che sì, accidenti, l’odore di latte guasto che mi aveva spinta a un’operazione di igienizzazione spinta dell’intero locale era ancora ben presente. Peggiorato, se possibile. Un altro po’, e vengo colta da malore. Per il puzzo, in parte, e per la disperazione, soprattutto: da dove proveniva, quel fetore?
Non riuscivo a capirlo. Ho tolto anche una griglia da sotto il frigo, ma non sono venuta a capo di nulla. Tormentata ormai da un incipiente mal di testa, mi sono rivolta a Jurassico, implorando il suo aiuto. L’uomo è entrato in cucina, ha fiutato l’aria, sentenziando: “Giovedì sono a casa. Vedrò cosa si può fare.”
Sconfortata, sono tornata alla mia tastiera.
Stamattina, alle cinque e mezzo, il frastuono dei camion che asportavano la plastica – degli altri: la nostra è rimasta in giardino. Se non diramo ordini precisi in tal senso, nessuno viene sfiorato dall’idea di smaltirla – mi ha svegliata. Jurassico giaceva, sveglio, al mio fianco.  Mi sono girata su me stessa, lamentandomi: “Ho sonnooooo…”
“Sonno? Io sono sveglio da un’ora!”
“Ma cosa sei, un fringuello? Anche le galline dormono a quest’ora…”
“Mhm. Ti ho sistemato il frigo.”
Mi sono ridestata di colpo.
“Veramente? Come hai fatto?”
“L’ho smontato. Era pieno di latte sul fondo. Come ha fatto a finire lì?”
“Vallo a chiedere ai tuoi figli. Quelli chiudono male i contenitori e poi li ripongono coricati: con le conseguenze che hai visto…”
“Ah. Faglielo presente, magari, che hanno combinato un disastro…”
“Ci puoi scommettere, che glielo faccio presente. Ma come sei riuscito a smontare il frigo? Io non ho capito nemmeno come si toglie l’incasso di legno…”
“Eheheheh… Sarò più bravo di te in qualcosa!”
“In qualcosa? Tu sei più bravo di me in tutto! Apposta ti ho sposato… E’ stato un matrimonio di interesse, il mio. Hai un’idea di quanto difficile sia trovare un bravo artigiano, di questi tempi?”
Questa battuta mi ha guadagnato un morso. Dopodiché, ci siamo alzati e il mio uomo di fatica mi ha fatto anche il cappuccino. Con la schiuma.
Sono una donna fortunata, lo riconosco. Pubblicamente.






martedì 28 giugno 2011

Prima e dopo la vacanza: i conti si pagano sempre

E’ bello sentirsi amati. Essere rimpianti quando assenti, avere un posto dove tornare e qualcuno che gioisce nel rivederti.
Sono cose che danno un senso alla vita, queste.
Considerazioni alla base dei miei attuali problemi esistenziali: che ci sto a fare al mondo, io???
Fatto salvo il bucato e la spesa, temo di non trovare altra giustificazione per la mia esistenza in vita, e resistenza in questa gabbia di matti.
Alla notizia della mia futura smaterializzazione, per ben tre giorni, il gaglioffo aveva prontamente eseguito una danza tribale, a metà fra l’afro e l’hip hop. Un grumo di gioia dinoccolato e festante.
Fra giornate in piscina, pizze di classe e riunioni plenarie con il gruppo di compagni di merende, è rimasto da solo giusto di notte.  E di certo non ha sofferto per la mia assenza.
Quanto a Elastigirl, confezionato in gran fretta un trolley, si è trasferita a casa della zia: dove è stata accolta come un componente della famiglia. Soffrendo molto pure lei.
Circa i maggiori, non ho svolto indagini: tuttavia, numerosi e inconfondibili segni di recenti gozzoviglie mi informano che anche loro non si sono macerati nella tristezza e nella solitudine.
Plateale il disappunto col quale mi ha accolto il troll, quando sono rientrata in casa: per estorcergli un bacio, ho dovuto immobilizzarlo. E sorbirmi i suoi lamenti: “Uffa… E’ tornata la madre!”
E taccio sulle sordide ipotesi di gravidanza, avanzate dallo stesso alla vista della mia pancia: offensivo, nella sua spietatezza.
Unico lato positivo, il suo percorso di autonomizzazione: esso ha subito un decisivo impulso, con quest’ultima mini-vacanza. La sera stessa del nostro rientro, l’ho beccato a cuocersi due uova strapazzate.
“Mamma, sto imparando a cucinare. So farmi le uova e oggi ho preparato anche la pastasciutta! Ormai sono in grado di arrangiarmi.”
“Bravo. Così mi piace!”
Con orgoglio, è passato a divorare la sua cena.
Salvo chiedermi, la sera successiva: “Mamma, cos’hai previsto stasera…?”
“Bistecche alla griglia.”
“Ah. Quando non saprai cosa cucinare, ci penserà lo chef Matteo…”
Trasformando, come il suo solito, una competenza appena acquisita in un potenziale disastro tellurico. Definirsi – e considerarsi – uno chef è decisamente prematuro: ma il pazzo non lo sa. E lo sperimenterà sulla nostra pelle, temo…
Quanto alle condizioni in cui ho trovato la casa, la definirei in stato di avanzata decomposizione.
Il condizionatore, inspiegabilmente, emanava un odore di morto, mentre la cucina di sopra era invasa da un odore putrescente, di origini imprecisate.
Dopo aver smaltito umido, secco, carta e plastica, ancora non ne venivo a capo: nel frattempo, inerpicato sulla scala, Jurassico si dedicava alla manutenzione dello split, sconfiggendo definitivamente l’aura cadaverica che stagnava nell’ingresso.
Il mistero della cucina marcia, invece, l’ho risolto la mattina successiva: una bottiglia di latte, dentro al frigo,  aveva tracimato, inzuppando i tappetini di plastica posti a salvaguardia del vetro degli scaffali. Un’ora per ripulire, due giorni per far sparire il fetore.
La domanda è: in mia assenza, quanto ci metterebbero questi a soccombere a Escherichia, Salmonella e Clostridium…?
Non ci posso nemmeno pensare. Eppure, ho cercato di fare opera d’informazione, e di formazione, sui rischi legati alle intossicazioni alimentari: parlare al muro avrebbe avuto risultati più eclatanti. Me misera.
L’ultimo dramma che sto fronteggiando è la scoperta dell’acqua: non calda, ma frizzante. Le bottigliette da mezzo, che conservo in frigo per la piscina e per quando ho ospiti a cena, sono entrate nell’occhio del ciclone delle preferenze alimentari del manigoldo.
Trovo vuoti dappertutto, e il frigo vuoto ogni due per tre. Più che un uomo, un sifone.
Infine, dall’altro ieri, oltre a raccattare qui e là i suddetti vuoti, sto trasportando materiale vario da un piano all’altro: quando non ci sono, le stoviglie subiscono un’inspiegabile trasumanza. Tanto più irritante in quanto inutile: di sopra c’è tutto. Il motivo di questa immigrazione clandestina da una cucina all’altra mi sfugge: e naturalmente nessuno la sa spiegare.  Non hanno toccato nulla, loro.
Movimenti amebici? Forza del pensiero? Casa infestata?
Il mistero rimane senza soluzioni.
Intanto, la sottoscritta macina scale e smaltisce gli eccessi alimentari di cui si è macchiata.
Nel frattempo, il responsabile della scomparsa del telecomando nuovo, svanito dall’auto in cui era conservato, provvederà alla sua sostituzione: certo che vorrei capire come, e perché, devono capitare cose come queste, a Casa per Caso.
E’ una cosa normale, oppure sono proprio i miei a essere individui alieni…?
Si accettano testimonianze. Consolatorie, se possibile.

lunedì 27 giugno 2011

Una tre giorni ineguagliabile

Tre giorni. Ben tre giorni lontano dalle belve, dalle lavatrici, dai gatti e – persino – dal web.
Qualcuno aveva malignamente ipotizzato che non ce l’avrei mai fatta, a tagliare i ponti con la rete: questi dubbi sulla mia resistenza mi offendono. Io non dipendo dal PC. Posso farne a meno quando voglio. Non è una forma di assuefazione, figuriamoci.
Difatti, tanto sono sicura di me stessa… da lasciare a casa il portatile.
Lontano dagli occhi, lontano dal cuore: unico modo per evitare tentazioni e per fare felice Jurassico, titolare di nuovo dell’esclusiva sull’attenzione di Mpc. L’uomo sta diventando un po’ geloso della mia vita virtuale. Cosa che non mi dispiace per nulla, sia detto per inciso: mai essere scontate, con gli uomini. Meglio tenersi sempre qualche spazio personale, dove la loro giurisdizione sia  sospesa: a quelli fa un gran bene, secondo me. Come anche ai figli, a dire il vero.
Comunque sia, ragazzi, è stata una meraviglia. Sul serio: un fine settimana da sogno.
Non solo perché siamo stati al mare, e un cetaceo come la sottoscritta appena fiuta il salmastro si rianima, ma soprattutto perché siamo stati ospiti di persone davvero splendide.
Avete presente quei rari esemplari umani che, dopo dieci minuti trascorsi in loro compagnia, ti sembra di conoscere da sempre? Quegli ospiti favolosi, capaci di metterti talmente a tuo agio da farti sentire davvero come a casa tua?
Ecco, noi ci siamo sentiti esattamente in quel modo, e siamo stati fatti oggetto di un’ospitalità d’eccezione.
In più, il gruppo si è affiatato benissimo: complice l’ottima cucina e i vini DOC – di nome e di fatto – la convivialità si è scatenata. E son stati dolori: per i nostri ospiti, ai quali abbiamo azzerato le scorte alimentari e vinicole, e per il nostro skyline. Siamo ritornati con il profilo mutato: uno di noi ha mostrato gli addominali alla moglie, che gli ha chiesto se fosse il caso di fare la morfologica.
Quanto alla sottoscritta, sono stata accolta dai figli, al mio rientro, con grida di orrore: il gaglioffo mi ha strillato di levarmi il vestito che indossavo, che facevo impressione. La Miss ha dichiarato per me lo stato di dieta, causa trippetta, mentre il filosofo mi ha domandato, meditabondo: “Ma come è possibile ridursi così, in soli tre giorni…?”
L’unico a non porre alcuna domanda è stato l’informatico: impegnato in una lotta senza quartiere ai chili di troppo accumulati negli ultimi due anni, è costretto al silenzio stampa. Il che non implica un suo disaccordo con i fratelli: è oggettivo. Mi sono spanzata. In vari sensi.
Quanto ai quesiti esistenziali del secondogenito, il disfacimento fisico a tempi di record non è una mera ipotesi. E’ una ponderosa realtà.
Se non riesci a tenerti lontano dal pane e derivati  – che ti fanno poi venire una sete quasi inestinguibile – se ti divori un oceano di pesce, variamente cucinato, senza avanzare mai un boccone di nulla, è più che possibile ridursi così.
Se ogni tanto la padrona di casa si infila in un armadio, e ne esce con mezzo chilo di un salume giunto per direttissima dal Paradiso, tu non riesci a tenere le mandibole al loro posto. Le usi e ne abusi.
Chiariamo: queste non sono le cronache di Narnia. Non siamo finiti in un luogo magico dove c’era un reame intero, dentro a un armadio. Era un luogo magico dove una fata teneva una affettatrice dentro al suddetto mobile, e la usava con una frequenza imbarazzante.
Anche perché, quando dichiarava di partire per una spedizione affettosa, nessuno faceva il cenno di fermarla. A due ore di distanza dall’ora dei pasti, rilasciavamo dichiarazioni stentoree sulla nostra intenzione di nutrirci di sola frutta: all’ora canonica, ci tuffavamo letteralmente sulle derrate alimentari. Roba da vergognarsi. Le abbiamo divorato tutta la culaccia. Il nome del salume da noi combattuto e sconfitto è altamente evocativo, come si può osservare: avremmo dovuto aspettarcela da subito, la fine che avremmo fatto.  
Oltre ai sopra descritti eccessi, la qui presente cavernicola si è fatta notare per la sua consueta eleganza e raffinatezza: nelle operazioni di carico e scarico di un abito, parcheggiato momentaneamente in salotto, prima di essere trasportato in albergo, ho ben pensato di abbandonare alle mie spalle un paio di mutande e un reggiseno, sfuggiti dal suddetto involto. Una pollicina da dimenticare. Pazienza quando mi perdo gli indumenti intimi in piscina: rovistando sotto le panche, di solito li trovo. Ma in casa d’altri queste cose non si fanno… Non mi sono suicidata solo perché i padroni di casa sono dei veri signori, e se anche le mutande me le fossi messe in testa, non avrebbero fatto un plissè. Diversamente, mi sarebbe rimasta solo canna del gas, per superare l’imbarazzo.
Una menzione speciale la merita la nonna della situazione. Una donna fantastica, capace di risponderti, quando ti rivolgevi a lei con un signora Franca: “La signora è rimasta a casa. Qui c’è solo Franca!” Simpaticissima, mai ferma, cuoca magnifica e commensale simpaticissima. Una vera forza della natura.
Ci ha sentito parlare di multiterapia e dei rischi dovuti all’associazione tra farmaci: “Qui marca male…” ha borbottato. Per poi sottoporre all’attenzione degli operatori sanitari presenti il seguente quesito: “Io sono una che rischia?”, mostrandoci la più perfetta busta dei farmaci che io abbia mai visto in vita mia. E garantisco di averne viste parecchie, nel mio passato farmaceutico.
Un capolavoro di compliance: la paziente ideale.
Oltre a essere la nonna, la mamma e la suocera che tutti vorremmo: ho chiesto di poterla adottare. Anche a tempo determinato, anche solo per un brevissimo periodo: niente da fare. Sarà che prepara delle melanzane alla parmigiana da svenimento – non c’è nemmeno bisogno di dire che ce le ha cucinate… -  sarà che potrebbe andare a Zelig, per le sue battute, pare sia contesa dai nipoti, adorata da figlia e genero,  e che non ci sia spazio per parenti d’accatto. Un vero peccato, ve lo garantisco. 
E ora, gente, afferro la bici e vado. E' giunta l'ora dello smaltimento.

giovedì 23 giugno 2011

Comunicazione di servizio

Ragazzi, per tre giorni sarò off line: vado via con Jurassico e non possiamo portare il computer con noi. Ora spengo e torno a combattere con i bagagli. 
Ci si aggiorna a lunedì. Prometto relazione dettagliata.
Buon fine settimana a tutti!

Salutoni

Mpc 

Litigate furiose

“Ti odio. Ti odio con tutte le mie forze.”
SMACK.
“Smettila di importunarmi. Guarda quella poltrona! L’ho liberata tre giorni fa…”
SMACK.
“La fai finita, per piacere? Ho riempito di fesserie la mia amata borsa Ikea, per toglierle da lì sopra, solo per vederla ingombra un’altra volta, a meno di cento ore di distanza!”
SMACK.
“Levami le mani di dosso, razza di polipo. Parlo seriamente: o liberi la poltrona relax da tutte quelle idiozie, o ci dormi sopra! Anche perché diventerà il tuo letto, da questa notte in poi…”
SMACK.
“Non ti sopporto, quando fai così… Mi hai sentito?”
SMACK.
“Dove vai, adesso?”
“Al lavoro.”
SMACK.
“Ma è poco più dell’alba…”
“Oggi vado fuori sede. Ci vediamo stasera, amore…”
SMACK.
“No, seriamente, sei un uomo orribile. Non mi puoi trattare in questo modo…”
La porta si apre, lui esce, apre l’auto. Io lo seguo sul vialetto, continuando a lamentarmi: “E va bene! Vattene pure… Sappi una cosa, però: io rimango con te solo… per i soldi!!!”
“Ahahahahah… Ti amo, tesoro.”
SLAM.
L’auto esce dal cancello e l’uomo scompare all’orizzonte.
Non c’è nessun gusto, a litigare con un marito così. Non ti dà la minima soddisfazione, non raccoglie nessuna provocazione. 
E non ottieni un bel niente, soprattutto…
Sconfitta, chiudo la porta dello studio. Almeno non ce l’ho sotto gli occhi.



Senso di inadeguatezza in agguato

Quando si dice la fortuna. Tre pomeriggi lavorativi in due anni, e tutta la mia vita si concentra lì dentro: un lavoro d’incastro che nemmeno un intarsiatore.
Poiché, tuttavia, la sottoscritta è abile solo nel concatenare disastri, le conseguenze non si sono fatte attendere.
Un collega di mio marito, accompagnato dalla signora, l’altro ieri doveva venire a cena da noi: appuntamento improrogabile per ragioni logistiche e di opportunità. Fidando nella comprensione dei miei ospiti, il menu era semplice ai limiti dell’indecenza:  pizza fatta in casa. Per risollevare le sorti di cotanto menù, mi sono affidata alle arti di una celebre pasticceria locale.
Nota per Stefy: il dolce era il tuo. Quello che ti sei consumata le scarpe per trovare.
La commessa mi ha domandato quanti fossimo a cena: ho risposto con un criptico “Un numero mutevole. Mi dia quello!” indicando la piastrella da dodici persone, dove a cena saremmo stati in quattro. La dose ponderosa ha garantito una trasgressione adeguata da parte nostra, pur lasciando le briciole a disposizione della marmaglia, per l’indomani.
A tale proposito, i quattro dell’Apocalisse si sono esibiti in un coro unanime di benedizioni all’indirizzo della nostra amica milanese, che ci ha fatto scoprire una delle sette meraviglie del mondo.
Tornando alla fatidica cena, rientro dal lavoro, mi faccio una doccia, m’infilo in un abito perché bisogna e vado a recuperare l’impasto, già in crisi per l’orario. C’è solo un’ora che mi separa dall’arrivo dei nostri commensali.
Apro la macchinetta impastatrice, e mi trovo di fonte un ignobile accumulo di farina intrisa d’acqua, con qualche chiazza d’olio emergente, e un mucchietto di lievito immoto, per mia fortuna risparmiato dagli eventi. Uno sfacelo.
La mia fida amica, che mi ha tradito una volta sola in cinque anni, pur lavorando indefessa con cadenza giornaliera, si è messa in sciopero proprio oggi.
Da notare che il marito aveva avvisato i ragazzi di controllare il work in progress, per garantirmi le spalle: aveva ricevuto ampie garanzie circa il normale decorso degli eventi. Le garanzie dei figli sono sempre da prendere con le molle, a quanto pare. Confidano troppo nella benevolenza dei numi, quelli.
Il mio nume ostile, viceversa, sempre molto attivo e presente, ha colpito ancora.
Non mi resta che affidarmi alle tecnologie alternative: impasto col robot, spingo la lievitazione nel microonde, associando all’uso delle macchine un buon numero di riti scaramantici.
Ragione e superstizione, emulsionate dalla disperazione.
Va da sé che raccatto da qualche parte il numero della pizzeria take-away: non si sa mai. Non di solo prosecco vive l’uomo.
Per mia fortuna, nonostante le agghiaccianti premesse, le pizze riescono, ottime e abbondanti. Non posso nemmeno invocare la fortuna del principiante: sarà la millesima volta che faccio la pizza. Ma è di sicuro quella in cui mi sono incasinata di più.
Preso da pietà, il lui della situazione mi garantisce che ho scelto di servirgli il suo piatto preferito: decido di credergli, anche se sta mentendo. Così soffro meno, per le mie deludenti performance.
La cena si conclude con grandi brindisi, alla salute dei nostri nuovi concittadini: dalle cinque del pomeriggio, i due sono gli orgogliosi proprietari di un appartamento qui vicino.
Per come hanno reagito al casino che ho combinato, si sono rivelati persone simpatiche, accomodanti e dotate di un sense of humor più che notevole. Sedersi a cena, dopo una giornata d’inferno, costellata di imprevisti, seccature e ritardi, rischiando pure di vedersi servire una suola di scarpa nel cartone, dev’essere stata un’esperienza da dimenticare. Eppure, non hanno mai smesso di sorridere.
Se superano questa, mi sa che ci frequenteremo parecchio, in futuro.

mercoledì 22 giugno 2011

Programmatori & progetti

“Mamma, mi sono fissato una serie di obiettivi, per quest’estate.”
“Ah. Sarebbero…?”
“Il primo: non farmi prendere troppo dal computer…”
“Sì, vai con la fantascienza!”
“No, mamma, se mi inchiodo lì finisce che m’ingrasso. Quattro volte a settimana a tennis, come l’anno scorso, e mi mantengo in forma!”
“Va bene, questo ci può stare. Già l’hai fatto, in effetti. E gli altri?”
“Mi devo preparare per il liceo. Io voglio proprio diventare veterinario, ma ho capito che se fallisco alle superiori non ci arriverò mai. E tu non fare la strega: non dirmi che fallirò e diventerò un barbone!”
“Ma chi mai lo ha detto! Io dico solo che se non studi e passi la vita davanti allo schermo non combinerai mai niente, nella vita…”
“No! Tu sei il personaggio cattivo della mia vita! Tu, e il tuo passo del dolore…”
“???”
“Con quelle ciabattine. TIC, TIC, TIC… Ti sento arrivare e già so che la sofferenza si avvicina. Spegni il computer, mettiti a studiare, vai a letto, riordina la camera… C’è sempre qualcosa di brutto, dopo quel passo!”
Capperi. Questo mi sta recitando l’incipit di “Come un romanzo”, di Pennac.
“No, senti, vieni qui che ti leggo una cosa…”
E gli leggo quanto sopra: la descrizione dei vani tentativi da parte di genitori e professori di costringere alla lettura coatta un ragazzo che non ne sente. E le di lui reazioni, ovviamente.
E’ la fotografia di casa nostra: cosa che ci fa ridere entrambi come matti.
“Accidenti, mamma, questo mi ha sgamato…”
“Sì. Ma ha sgamato anche me!”
Qui s'impone un cambio di strategia, mi appunto mentalmente.
“Mamma, non ti ho parlato del mio terzo obiettivo.”
“Un altro? Ne hai un altro?”
“Già. Mi sono accordato col mio amico di Roma e faremo una serie sul nostro canale Youtube.”
“Serie?”
“Sì, episodi a puntate; coi videogames. Sto scrivendo il soggetto, scegliendo i personaggi, trovando le voci. Dovremo recitare venti ruoli in due!”
“Ohibò. Ora mi diventi uno sceneggiatore coi videogiochi, quindi?”
“Certo! Un giorno sarò famoso. Sarai orgogliosa di me quando sarò famoso?”
“Sarò orgogliosa di te se ti comporterai bene. Non serve che tu diventi famoso…”
“Comunque, devo superare i miei genitori. Gli allievi devono sempre superare i maestri!”
“Tranquillo. Sei giovane, hai tutto il tempo per provarci. Tu fai del tuo meglio, che non serve confrontarsi con gli altri per far bene…Anzi, spesso quello peggiora le cose! Prendi esempio, non competere. Funziona di più.”
“Mhm. Forse hai ragione.”
“Tu domani pensa a fare un buon orale all’esame, che io cerco di far bene in farmacia.”
“Ma torni al lavoro?!”
“No, non ancora. Però ho dato una mano a un amico e ho visto che non mi è venuta l’allergia! ”
“Ah. Bene. Potresti ricominciare a guadagnare qualcosa, però..."
Lo infilzo con uno sguardo omicida - non mi sono ancora cercata un lavoro per stare dietro a lui, 'sto vil marrano.... - mentre lui ridacchia, soddisfatto che la sua provocazione sia giunta a segno. 
"Ora vado a programmarmi la giornata di domani…" riprende "Accidenti, papà mi ha attaccato questa mania. Adesso mi programmo la giornata, poi l’estate, poi il futuro, così alla fine arriverò al successo.”
“…”
“Buonanotte. Vado a lavarmi i denti”
Almeno, questo affronta la vita con una strategia igienicamente corretta.



martedì 21 giugno 2011

Anche la tecnologia mi si rivolta contro

L'unica volta che mi accontento dell'anteprima e non vado a verificare il post, Blogger me lo taglia di brutto! Meno male che l'avevo salvato in copia Word...
L'utonta informatica ha colpito ancora. Ed ora, ridete pure di me! 


Rieccomi.
Anche gli amici che mi convocano in zona Cesarini, mi ci volevano… Allertata all’ultimo secondo – nemmeno il tempo di abituarmi all’idea – stavolta è stato camice sul serio. Mannaggia, quando sono arrivata ero più nervosa di una novellina… E invece mi sono divertita. Un sacco.
Col computer non ho fatto a pugni – la mia maniacale frequentazione della tastiera ha portato i suoi frutti, evidentemente – e mi è stato agevole anche evitare di rimbalzare sul muro di gomma.
Avete presente quando entrate nella vostra farmacia, e vi ritrovate di fronte una perfetta sconosciuta?
Chi diavolo è, questa? E che ci fa qui? Avanti, ammettetelo. Il nemico alle porte: la guardate esattamente così.
Il vostro incedere verso il banco si fa rigido, mentre roteate gli occhi nella speranza di individuare una faccia nota. Avete bisogno di un consiglio, e invece del volto rassicurante del vostro farmacista di sempre, c’è quella là.
Che se è giovane non saprà niente, se è meno giovane perché diavolo non va in pensione, se è di mezza età cosa ci fa qui, non ce l’ha mica un lavoro questa?
Non è possibile, appena uno si trova bene con una persona, cambiano di nuovo il personale…
La gente è abitudinaria. Detesta le sorprese. Va in crisi anche se gli cambi l’esposizione, figuriamoci se gli cambi il dottore. Quando ti porgono le ricette, lo fanno con evidente fatica: quasi quasi gliele devi strappare. Tipo un cerotto.
La sconosciuta, intanto, suda freddo, nell’attesa della vostra richiesta. Chiedendosi quale sarà la novità che la metterà in difficoltà, questa volta.
Così, riesce a esibire l’aria più tesa e sussiegosa immaginabile, rinchiusa nel suo camice bianco, nascosta dietro a un’aria dottorale, che più dottorale non si può. Potrebbe concorrere per il premio “Puzzona dell’anno”, con ottime probabilità di vittoria.
C’è gente che ne fa una malattia, della diffidenza iniziale della clientela; altri che se la prendono con i colleghi, che gli rubano il centro della scena. Ci vuole mestiere, a rimanere olimpici anche fuori dal proprio ambiente. E ci vuole esperienza, per non farsi spaventare dalle occhiate acuminate, che ti trafiggono come San Sebastiano.
Per mia fortuna, ho rappresentato un’abitudine per tanta di quella gente, e tanto di quel tempo, da non terrorizzarmi più: ieri mi sono messa buona buona al mio posto, sfoderando il mio famoso sorriso.
Quello è un’arma di distrazione di massa: quando mi vedono sorridere rilassata, perdono la rigidità nucale e si sciolgono un po’. Si avvicinano poi piano piano, come i gattini selvatici, quando gli tendi un piattino con del cibo. In realtà, le persone sono affamate di gentilezza: se ne offri una buona dose gratuita, reagiscono tutti bene.  
Fermandosi quindi a un metro dal muro, senza alzarne uno a propria volta, la faccenda inizia subito a funzionare a dovere. E così è stato anche per me, ieri pomeriggio.
Ho trottato serena avanti e indietro, dispensato qualche buon consiglio – avevo perso l’abitudine all’effetto che fa, dare buoni consigli e notare che la gente ti dà retta… – decrittato qualche geroglifico e imparato qualcosa di nuovo. Che quello non guasta mai.
Ad una certa ora, la collega che lavorava con me – già mia collaboratrice per diversi anni –  esclama: “Buonasera, dottore!” con aria ossequiosa. Alzo gli occhi, convinta di vedere il medico cui avevamo telefonato una mezz’ora prima, e mi trovo davanti Jurassico, assieme a un amico. Era venuto a trovare sua moglie, per rivederla con il camice bianco.
Nel frattempo, la gioventù a casa sperimentava di nuovo le gioie della mamma lavoratrice: pranzo, cena e spesa, tutto a loro carico. Così gli facciamo un ripassino di quanto sia comodo, avere mammina sempre a disposizione.
Oggi, si ripete. E io speriamo che me la cavo. Di nuovo.







 




Dottoressa per un altro giorno


Rieccomi.
Anche gli amici che mi convocano in zona Cesarini, mi ci volevano… Allertata all’ultimo secondo – nemmeno il tempo di abituarmi all’idea – stavolta è stato camice sul serio. Mannaggia, quando sono arrivata ero più nervosa di una neolaureata… E invece mi sono divertita. Un sacco.