venerdì 6 maggio 2011

Tu chiamale, se vuoi, emozioni


Andando a fare una visita di cortesia alle lavatrici, di buon mattino, mi aggredisce un  terrificante odore di pesce morto. Dorothy, chiamata come testimone, conferma l’impressione. Pare qui dentro ci sia parcheggiata una balena in putrefazione. La mia fida aiutante avanza l’ipotesi possa essere la roba stesa, asciugatasi male, ma io non concordo: “Dorothy, se fosse così la dovremmo buttare via. Manco a passarla in disinfestazione la risani, se puzza in ‘sta maniera!”
Dopo una risata, decidiamo per una grossa pulizia a fondo: durante la quale viene rinvenuto un topo morto, responsabile dell’atmosfera mortifera della lavanderia.
Di nuovo il gatto: per evitare di vedersi sequestrare la sua preda, ha ben pensato di occultarla abilmente dietro alla caldaia.
Anche il CSI felino abbiamo, adesso… non si può mai stare tranquilli, in questa casa. Mi rifugio alla mia scrivania, immergendomi nel lavoro: non voglio sapere più niente di quello che succede al di là dei confini della mia camera. Non ho il cuore abbastanza forte.
Dopo una mattina d’intenso lavoro, vado in piscina a rilassarmi: ovvero, a farmi maltrattare da un istruttore cuore di pietra, deciso a ottenere da noi gambe d’acciaio. Una cara amica crolla per la fatica, appoggiandosi spolmonata a bordo vasca, mentre i volti di tutte noi si trasformano in maschere. Quaranta minuti con quell’individuo rappresentano un bonus per una scampagnata in gelateria, questo è certo.
Dopo il marasma tra i flutti, c’è il tormento dello spogliatoio: la doccia è una colata lavica sui nostri muscoli dolenti, l’atmosfera torrida un cimento per il sistema circolatorio. Una giovane fanciulla risponde all’ostilità dell’ambiente con un mancamento: mi piomba fra le braccia, incapace di reggersi in piedi. La soccorriamo, facendola stendere, quindi la sottoscritta provvede a sollevarle le gambe, come da istruzioni ricevute a suo tempo. In mancanza di migliori appoggi, utilizzo le mie braccia. La contrazione isometrica del bicipite mi mancava, in effetti: ma per un’amica si fa questo e altro.
Diramiamo l’allarme, mentre giovane vittima riprende lentamente colore: non appena vede affollarsi attorno a lei mezza recepiton e l’istruttore, si mette a sedere. Facendo venire un colpo a me: mannaggia, ora mi perde i sensi! Per fortuna, i meccanismi di compensazione pressoria sono di nuovo al lavoro, e la donna rimane in piedi. O quasi.
Passata l’emergenza e defenestrati gli uomini, ci sistemiamo in qualche modo. Un caffè ci sta tutto; alle macchinette, raccolgo la testimonianza della ragazza: “Vale, ho visto tutto nero. L’ultima cosa che mi è apparsa chiara è stato il tuo viso: ho pensato la mia farmacista!  e poi…”
Medjugorie mi fa un baffo, a me. Appaio come la Madonna. Uno degli istruttori mi ha dileggiata, chiedendomi  se gli regalo un po’ di lacrime: “Magari fanno miracoli”, ha dichiarato.
Provvederò. Ne ho sempre una scorta, in tasca.
Per finire, abbiamo rilasciato i gatti per la prima volta. Due ore di caute esplorazioni del giardino, seguite da galoppate a perdifiato e arrampicate su tutti gli alberi disponibili. L’incontro con Poppi è stato amichevole: nessun problema, dunque. Salvo il fatto che Maschietto, sconfinato nel giardino dei vicini, non sapeva più come superare la rete: sono dovuta andare ai recuperi.
La calma apparente non mi ha impedito di vivere centoventi minuti col fiato sospeso: e se si perdono, se li incontra un cane e li aggredisce, se vanno sotto una macchina… Mille scenari apocalittici si affacciavano alla mia mente ottenebrata.
Il gaglioffo, precettato a darmi una mano nel controllare le bestie mentre preparo cena, si spazientisce con me: “Mamma, finiscila. La micia è lì che esplora: le vedo la coda!”
“Ma se si allontana?”
“Se si allontana, ritorna: E’ UN GATTO! Si vede che sei una donna, e mamma, per giunta: iperprotettiva!!!”
Uffa. Donna o madonna, non mi prende sul serio nessuno: offesa!