lunedì 11 aprile 2011

Manic Monday


Ore sei del mattino: gli uccellini cinguettano tra i rami della magnolia, il sole splende, Jurassico e Mpc ronfano beati nella loro camera. Un tonfo violento ci riporta bruscamente alla realtà: il rom ha ripreso vita e, scendendo dal camper, ha sbattuto con energia la portiera. Sai mai che non chiudesse bene…
La belva numero due ha eletto il Laika a sua dimora e ivi trascorre le notti: non mi scorderò mai la faccia stravolta di uno dei miei ospiti, una sera, che l’ha visto passare molto dopo mezzanotte, fermarsi un attimo per presentarsi – con la signorilità di un lord e gli abiti di un clochard – per poi andare a dormire in giardino. Con Via col vento sottobraccio, tra l’altro: consiglio letterario della morosa. L’amore fa miracoli. Lo dico sempre.
“Ma dorme in camper sul serio???”  
La gente crede che quando racconto dei miei figli io faccia teatro. Non serve: affatto. La realtà supera la fantasia, a Casa per Caso.
Comunque sia, è ufficialmente lunedì: con questa triste consapevolezza, ci alziamo.
Jurassico si avvia deciso verso la cucina: the e caffè sono di sua pertinenza.
La sottoscritta slitta su un paio di ciabatte, abbandonate in ingresso dal rom, soggetto che la dribbla con un guizzo, per scapicollarsi dalle scale, con aria affannata. Un vago saluto grugnito a mezza bocca accompagna la sua uscita di scena, mentre la Miss scivola fluida fuori dalle sue stanze, avvolta da una nuvola di profumo, perfettamente truccata ed elegantemente vestita. Quella ragazzina riesce a far sembrare un capo di alta sartoria anche una maglietta da venticinque euro. E’ una maga, con gli accessori.
Raggiungiamo la cucina, dove troviamo il quarto impegnato a ingollare la sua colazione: chino su un’enorme ciotola di latte e cereali, assai simile a un trogolo, si sta rimpinzando come un uovo. Oggi c’è compito d’Italiano: avrà bisogno di tutte le sue energie. E io anche…
In cucina, noto un paio di calzini sporchi, che pendono dalla spalliera di una sedia, un paio di calzoncini vetusti, di un colore indefinibile, e una chiavetta. L’etichetta dice “ricette”, ma mi sa  che in realtà è di una bici.
“Di chi è questa chiave…?”
La Miss l'afferra, chiamando: “Andrea, Andrea!”
Il rom risale le scale sbuffando, arraffa la chiave e fugge di corsa.
“Ma che fa? E’ matto?”
“Mai che i miei fratelli si preparino le cose la sera, come faccio io… Adesso ha perso il treno!”
Mi precipito dietro al figlio: “Andri, Andri, ti accompagno in auto?”
“No, no, è inutile. Prendo quello dopo. Arriverò a lezione all’ultimo secondo: è che siamo in duecento, stipati in un’aula da centocinquanta al massimo… Sarà un casino. Ciao, vado.”
Inforca il velocipede e sparisce alla mia vista.
Torno di sopra: se non mi bevo almeno due caffè, a sera non ci arrivo. Non sana di mente, almeno. Mi concedo un’abbondante colazione, col triste sottofondo delle notizie di Sky TG 24: ma sì, facciamoci del male.
Sopraggiunge il manigoldo, cartella sulla schiena e espressione sofferente, per ritirare la merenda che nel frattempo gli ho allestito. Certe volte mi chiedo perché non ci abbiano dotate di quattro braccia, noi donne: servirebbero. Molto.
Nel quarto d’ora che segue faccio partire due lavatrici – degno di nota il fatto che nel fine settimana ho lavato complessivi ottanta chili di bucato: le ceste erano di nuovo piene, stamattina. Sto cominciando a credere che la roba si riproduca, là dentro. Sarà la promiscuità… – nutro tre gatti, in due tempi diversi, trovo un paio calzini non spaiati per il marito, mi rendo conto di aver smarrito gli occhiali un’altra volta, rifaccio il mio letto e riordino la cucina di sopra. Le disperate ricerche degli occhiali non danno alcun esito: mi acconcio a indossarne un paio risalente agli Anni Novanta, una cosa rotonda alla Harry Potter che mi fa sembrare la Tamaro, quando mi accorgo che c’è un cumulo di biancheria sulla cassettiera in ingresso, di sopra. Il maggiore ha sistemato la sua, scartando quella del padre e del fratello più piccolo. Sollevando il caotico ammasso, scopro che i miei occhiali giacevano sepolti lì sotto.
Sfinita – ho già fatto le scale dodici volte: contate. Apposta sono snella… - faccio per entrare nella mia stanza, per battere questo post: il gatto grigio, in un impeto di voglia di libertà, mi travolge, fuggendo verso il piano inferiore. Segue caccia grossa al felino: coinvolto anche Jurassico, ormai pronto per andare al lavoro.
Da vedere, due stimati professionisti che corrono dietro a un peloso grigio, lanciato in corse folli tra studio, sala da pranzo e ingresso. Cerchiamo di fregarlo, facendogli le finte, ma lui frega noi, saltando come una cavalletta sopra i mobili. Stamattina pare posseduto, mannaggia. Il rumore delle unghie della belva che balza sulle poltrone di pelle e sul salotto nuovo ci scava un solco dentro: il marito m’ingiunge di decidermi a mettere le bestie in giardino, che ormai è ora. Solo che il giardino è pieno di diserbante: per quanto tenga ai miei mobili, non sono disposta ad ammazzare i mici, per proteggerli. Il marito si arrende, di fronte al mio piglio da membro onorario dell'E.N.P.A., mentre il gatto resta intrappolato nel dedalo di fili che alimentano il gigantesco PC del consorte: con sprezzo del pericolo, rischio il trauma cranico – tanto, il neurologo è ancora lì – infilandomi a quattro zampe sotto la scrivania. Recupero il guastatore, che mi fissa con gli occhi spiritati e i baffi pieni di polvere, rientrando con lui in camera da letto. L'animale riprende la sua folle corsa, mentre io crollo sulla poltrona.
Sono già esaurita: e la settimana è appena cominciata.
Al prossimo che mi chiede: “Dottoressa, ma cosa fa tutto il giorno a casa, adesso? Non si annoia?” tiro una borsettata. Garantito.