giovedì 21 giugno 2018

La sigla di Peppa Pig

Ok. Lo sono stata anch'io. Una donna childfree, intendo. Convinta di non essere tagliata nemmeno per la vita a due, figuriamoci cosa potevo pensare di maternità e dintorni. 
Ergo, sono profondamente solidale con chi decide di non riprodursi, e s'infastidisce con chi gli fa pesare la sua scelta. 
A vedere la qualità dei genitori che si aggirano per le scuole, tra l'altro, vien spontaneo pensare che dovrebbero imporre almeno un patentino, a chi manifesta velleità genitoriali. 'Sta storia che, per il semplice fatto di possedere un apparato riproduttivo, un figlio lo può fare chiunque è una grande ingiustizia. Nei confronti del prodotto del concepimento, il quale non di rado si trova a fare i conti con una coppia genitoriale da dimenticare. 
Pertanto, sono la prima a sollevare il sopracciglio di fronte alle pretese di superiorità degli oltranzisti della riproduzione. Con calma, ragazzi. 
Mamme non si nasce, si diventa. E vi garantisco che la fase gestatoria non c'entra un accidente, con la maternità sul campo. Ve lo dice una che ha provato ambedue le condizioni, quella di mamma adottiva, poi di mamma bio, contestualmente trasformata in mamma mista. Un casino governabile solo con le ragioni del cuore, non certo con le pulsioni ormonali. 
La paternità è più uno stato di grazia che biologico: alla fine, il contributo maschile consiste in mezza cellula, mollata lì in un momento nel quale a ben altro si pensava. Da lì in poi, è tutta una roba di testa e cuore, con un notevole dispendio d'anima.
A noi genitori dovrebbero imporre aggiornamenti obbligatori, anno dopo anno, fino al raggiungimento della maggiore età dell'ultimo nato. Forse ciò ci aiuterebbe a fare meno ca@@@@te.
E lo dico da multimadre fiera e soddisfatta, con una valanga di figli all'attivo: le certezze sono nemiche della buona riuscita della nostra avventura. 
Tuttavia, non capisco nemmeno l'accanimento che traspare dalle parole dei non riprodotti. Ragazzi, va bene che siete una minoranza, e che pretendete rispetto. Concordo perfettamente con voi sul fatto che avere una nidiata di discendenti non ci pone al di sopra del vostro livello. Sono la prima a trattenermi a stento, quando genitori mosci lasciano liberi di delinquere orde di ragazzini sciamannati. Potessi, li prenderei a schiaffoni. I mosci, intendo, non i loro piccoli. Quelli sono solo il prodotto di un abominio educativo. 
Però, per favore, non esagerate. L'ironia va benissimo, la maneggio io stessa con successo da un quarto di secolo, ma il sarcasmo, quello no. Il sarcasmo, cortesemente, risparmiatecelo. 
Questa storia del non fare figli avrà ben presto conseguenze molto gravi sulla tenuta della nostra società: molti vecchi, giovani poco numerosi e molto volatili (nel senso che in tanti prendono un volo di sola andata per casa del diavolo), significherà problemi di ogni genere. Finanziari e organizzativi. 
Una società ripiegata su sé stessa, edonista, che sfrutta il presente senza pensare al futuro, è una società destinata a morire, o a trasformarsi in qualcosa di altro. Finiremo con l'importare sangue fresco da dove ancora i figli si fanno, con buna pace di chi s'inca@@@a perché non riusciamo a preservare la razza. 
Quanto alle domeniche pigre, con Debussy in sottofondo e un piacevole silenzio nel quale galleggiare, tranquilli. Ce le godiamo anche noi. Noi che i figli li abbiamo fatti, e a suo tempo ci siamo goduti le domeniche tutti nel lettone, con un piccolo attorcigliato attorno al collo, un medio coricato a leggere tra mamma e papà, mentre il grande disegnava grandi capolavori a pastello, steso sulla pancia assieme al gatto di casa. Sono momenti magici, quelli, se vogliamo momenti di assoluto casino e annullamento in favore dei giovani virgulti, ma attimi destinati a restare scolpiti per sempre nel nostro cuore. 
E quando i nostri pulcini diventano marcantoni alti così, o signorine di grande personalità, quando li guardiamo crescere, lottare, soffrire e vincere, spiegando le ali per andarsene lontano da noi, la sigla di Peppa Pig ci rimane nel cuore. E' la colonna sonora di un tempo felice, delle favole che sembrano vere e di Babbo Natale che porta i regali. Il tempo nel quale i nostri figli erano bambini, noi ancora giovani e tutto sembrava possibile. 
Ora abbiamo riacquistato la nostra libertà, abbiamo meno da fare, la nostra casa è quasi sempre vuota e il frigo ormai fa l'eco, da stracolmo che era. Ma i ricordi, quelli restano. Quelle perle di gioia pura, che solo il rapporto con un figlio ti sa dare. E rimane anche l'amore. Un tessuto di affetti solido, indistruttibile, che copre e avvolge ogni membro della famiglia, regalando a noi e ai nostri figli la sensazione di non essere mai soli, nemmeno quando siamo soli. 
Essere genitore ti insegna quanto sia più bello dare che ricevere, ma se hai fatto un buon lavoro tutto ciò che hai dato ti verrà restituito, in termini di amore, cura e attenzione. E non parlo di cure fisiche. Quelle si possono comprare, e se non hai figli di soldi te ne rimangono di sicuro molti di più. Ma il cuore pulsante, spedito su Whapp da un figlio lontano, la visita lampo di un figlio vicino, magari solo per oggi, l'audio di una figlia alla quale manchi perché sta per dare un esame e vorrebbe la mamma, o il bramito di quello che studia nella stanza accanto alla tua, e non ne può più della matematica, ecco, quelli non sono in vendita. E non c'è niente al mondo che valga di più, per chi ne ha fatto esperienza. 
Tutto ciò per dire: fate pure come credete, ragazzi. Meglio un no kid soddisfatto che un genitore sbagliato. Massimo rispetto per chi riconosce i suoi limiti e tara la sua vita su sé stesso e i propri bisogni. 
Ma la supponenza del chilfree che sa godersi la vita più di me, anche no. 
I bambini sono il futuro del mondo, il suo sorriso, la speranza più pura. Educhiamoli bene, non smettiamo di farne. Sarebbe la nostra fine.