giovedì 12 dicembre 2019

Preparandosi al Natale



Dalla foto non si capisce nulla, se non che quest'anno abbiamo deciso per la tradizione: dopo l'albero, pure il presepe. 
Il quale presepe, a onor del vero, potrebbe essere opera di Confcommercio. 
Si contano, infatti: un panettiere che inforna, supportato dal suo collaboratore alle prese con una vasca di polenta. Una venditrice di uova, frutta e verdura, un vignaiolo che offre pure qualcosa da mettere sotto i denti, una signora che propone latte e formaggi freschi di capra, tre lavandaie, uno sterratore, un pescatore - si spera che questo, almeno, lo faccia per diletto - un fabbro all'incudine e un altro che ferra un mulo. Svariati pastori errano sull'altopiano, attorniati dalle greggi, cercando invano di orientarsi. A valle, uno ci ha rinunciato e suona il piffero seduto accanto al fiume (abbastanza lontano dalle lavandaie da non indurre sospetti), mentre solo due o tre hanno raggiunto il target: la capanna. E sono lì a bocca aperta, in adorazione, assieme a una signora che porge un abitino.  
Senza i Magi e il Bambinello, pareva proprio la piazza del mercato, con qualche animalista sfegatato, imbambolato davanti a una stalla. 
Ignorando il timing  classico, ho quindi già piazzato  giù tutti, angeli compresi. 
Così, è un pochino più presepio. 


domenica 8 dicembre 2019

Venticinque anni dopo

Come ora, come questa sera, un quarto di secolo fa aveva inizio la travolgente avventura della nostra sconclusionata famiglia. 
Un'avventura sul cui successo nessuno avrebbe scommesso, nemmeno noi.
Non so chi fosse più spaventato: se io, improbabile mamma impreparata a tutto, Jurassico, papà spedito dai figli in un mondo grande e alieno, alla ricerca di una mamma da arruolare, oppure nonna Iside, riservista richiamata sul pezzo, segretamente convinta che dove c'è matrigna, ben presto ci sarà collegio.
Abbiamo navigato a vista, per 9.125 giorni, affidandoci all'intuito più che alla conoscenza, all'intelligenza almeno quanto alla pazienza, al buon senso molto più che alle regole, o peggio ancora alle formule precotte. 
Ho messo paletti dove ci volevano e li ho vagheggiati dove vietati (i vampiri emotivi, purtroppo, non si possono neutralizzare con il metodo classico); ho invocato San Crepet e ipotizzato esorcismi di gruppo; ho lavorato alacremente alla quadratura del cerchio (conciliare lavoro e una moltitudine di figli), assai poco aiutata dal cavernicolo che nel frattempo mi ero sposata, per poi lasciare il lavoro, proprio quando la nottata era passata. A dimostrare che: no. Non è necessario rinunciare al lavoro, per essere madri adeguate. Il lavoro deve essere adeguato a te, per non ammazzarti o renderti una persona peggiore. Se diventa così, trova una soluzione migliore. Consiglio ambosessi, no-kids inclusi. 
Tornando a noi, ho riprogrammato i due demoni, cresciuto una micro amazzone, partorito un pulcino mannaro e rieducato un archeo-marito,  persuaso che la genitorialità fosse una questione di ormoni. Altrui. 
Abbiamo imparato a fare le cose insieme: lavorando a staffetta, ci alternavamo in plancia di comando, passandoci l'uno con l'altro il timone dell'Olandese Volante, a seconda delle esigenze del momento. La complementarietà ci ha salvato dal naufragio: quello che non riusciva a me, veniva benissimo a lui. Quando lui non si raccapezzava, arrivavo io con la mia super-vista emotiva. Quando il gioco si faceva duro, e il testosterone intossicava l'ambiente, arrivava lui, e rimetteva la soldataglia in riga. 
Abbiamo superato ogni genere di ostacoli, rintuzzato attacchi esterni e sconfitto nemici interni e interiori. 
Non ci siamo fatti dominare dai sensi di colpa (indotti), fermare dalla paura, influenzare dai pregiudizi e abbattere dalle sconfitte. 
Abbiamo sempre affrontato i problemi insieme. Tutti insieme. Uniti dal collante più potente che c'è: l'Amore. Sì, con la A maiuscola. Perché l'Amore che si respira, a Casa per Caso, non è per niente minuscolo.  
Mano a mano che i bambini crescevano, diventando ragazzi, e poi giovani adulti, li abbiamo coinvolti sempre di più. Abbiamo creato una rete familiare elastica, robusta, sicura: una rete che si tende, accogliendoti quando cadi, permettendoti di rimbalzare in piedi. Per provare di nuovo, questa volta senza fallire. 
Una rete di sicurezza, che non si chiude mai per ingabbiarti, impedendoti di spiccare il volo. 
Abbiamo cercato di insegnare loro il senso di responsabilità, il valore del duro lavoro, il concetto che il successo si raggiunge con la tenacia, l'impegno e la capacità di imparare dai propri errori. 
Non li abbiamo mai giustificati, cercando tuttavia di non suscitare in loro velenosi sensi di colpa. 
Li abbiamo educati a prendersi le proprie responsabilità, e pagare per gli sbagli, senza dimenticare, però, di mostrare loro - con i fatti - il valore del concetto di solidarietà. Che a crocifiggere la gente non ci guadagna nessuno, nemmeno chi manovra martello e chiodi. 
Ci abbiamo provato, a fare di loro delle persone responsabili, autonome, oneste e corrette. E abbiamo cercato di farlo con l'esempio, non subissandoli di prediche o rimproveri. Che non sono di certo mancati - e non solo quelli... - ma non sono stati l'unica tattica di addestramento di massa. 
Sono stati per noi una sfida, un impegno, una missione e una - non tanto - sottile forma di schiavitù volontaria. 
Però, adesso raccogliamo i frutti di tanta fatica. 
Li guardiamo, osserviamo i loro successi, i traguardi raggiunti e quelli che arriveranno, e possiamo davvero dirlo: sono quattro persone meravigliose. 
Il nostro orgoglio, la nostra gioia, il senso più profondo della nostra esistenza. 
I nostri quattro, fantastici figli. 

I quali figli, ovviamente, oggi non sanno nemmeno che giorno è. E con la poesia abbiamo chiuso, per questa sera: vi restituiamo la linea, e buona serata! 
Mamma per Caso, forever and ever.