venerdì 19 luglio 2019

Old memories

A quindici anni di distanza, ancora camminano così. Ed è la cosa che mi rende più felice al mondo. 



mercoledì 3 luglio 2019

Sospendiamo il giudizio

I Social, questa dannazione. Facebook come luogo dove si può trovare il peggio del peggio, le onde della Rete come un oceano, dove è facile perdersi -  ancora più facile essere irretiti da anime perdute - il profilo Instagram come identità sociale del nuovo millennio, in un mondo rovescio dove un servitore dello Stato rischia la vita per quattro palanche, mentre un'influencer che si cambia, o una youtber di successo che si trucca, sono capaci di portare a casa un capitale ogni mese. 
Noi vecchi restiamo straniti, inutile negarlo. 
E' un mondo strano, alieno, nel quale non ci sappiamo muovere. Esposti a tutte le insidie tipiche di questi mezzi, senza possedere gli anticorpi sui quali possono contare i millennials, come pure i loro fratelli di poco maggiori, ne siamo spaventati, e restiamo basiti nel vedere i giovani con l'occhio incollato allo schermo, 24/24. Ci sembrano una turba di automi, incapaci di comunicare se non tramite byte, estraniati dalla realtà, persi in un mondo virtuale dal quale non li crediamo capaci di riemergere, per instaurare un rapporto umano e reale. 
Poiché sono una donna curiosa, sono andata a sondare il terreno con il mio millennial o quasi. Il gaglioffo. Il quale, come da manuale, passa al PC ore e ore al giorno. 
Che ci farà mai, 'sto ragazzo, al computer o al suo fratello minore, lo smarphone? 
Ci legge il quotidiano, e approfondisce su siti autorevoli e internazionali; ci scarica le slide del prof, sbobina le lezioni registrate all'uni(versità), ci guarda film e serie TV, gioca ai videogame con amici sparsi per l'intero globo terracqueo, di tanto in tanto chatta con il fratello che vive a 10.000 km da lui, e anche con quello che dista 300 km. Soprattutto quando viene a Milano e quindi si devono vedere, assieme alla sorella. In Rete trova informazioni sulle sue passioni: documenti, testimonianze, articoli, e ogni cosa gli serva per arricchiere il suo bagaglio culturale. C'è su Instagram, e lo usa molto più di FB, ormai diventato "un covo di vecchi", ma non mi pare che i suoi rapporti, con amici e ragazze, si limitino alla sfera immateriale. Su Spotify ascolta musica, ma segue anche lezioni di filosofia, sociologia, storia e letteratura, realizzate da autentici mostri sacri del settore. Oggi, andando a Treviso, mi ha fatto ascoltare una lezione di storia che mi ha lasciata senza parole. E ci credo: la teneva un docente di Harvard. 
E i suoi amici? Ecco, con quelli non chatta. Non parlano via whapp, on line giocano ma chiacchierano poco. Le chiacchiere le riservano a quando si incontrano davvero (e lo fanno ogni volta che possono), una sera un gruppo, una sera l'altro, finché i due gruppi (o tre, quattro, quanti sono...) si infiltrano l'uno con l'altro. E fanno del loro meglio per vedersi, di persona, anche con gli amici lontani, organizzando trasferte in altre regioni, o raccogliendosi tutti qui da noi (i vantaggi di avere avuto una famiglia grande sono gli spazi che restano a disposizione, quando il nido si svuota). 
Quando ci parli, con lui o con i suoi amici, ti trovi davanti dei giovani adulti sereni, informati, consapevoli e colti. Ragazzi che sanno parlare di politica con cognizione di causa, con una lodevole capacità di pensiero laterale e con conoscenze quasi mai limitate al campo di cui si interessano "di mestiere". Persone interessanti, mature, complete, con una rete sociale forte, tutto attorno, e rapporti umani veri e duraturi. 
Eppure, a vederli "da fuori", passano la vita attaccati al PC. 
Chi crede che non esista vita oltre Instagram, sospenda il giudizio, e si informi sul campo. Scoprirà che è ben coltivato, anche se con mezzi poco noti a noi trapassati. 


martedì 2 luglio 2019

Noi, ragazzi di ieri

Ne ho francamente le tasche piene di post nostalgici del bel tempo andato. 
Sogni ad occhi aperti di un periodo felice nel quale l'educazione era fondata sulla paura e l'intimidazione, le botte erano la regola e non l'eccezione, le sostanze inquinanti ubiquitarie e serenamente disseminate ovunque. 
Pupazzetti agli ftalati, culle con vernici a piombo, camerette all'aroma di formaldeide, sotto un tetto infiltrato di amianto. 
L'epoca d'oro nella quale quando papà urlava, si ubbidiva, e quando menava, con le mani, i pugni o la cinghia, si taceva. Tutti, mamma inclusa. 
Anni nei quali la famiglia era una prigione, dove i rapporti erano fondati sulla menzogna, la manipolazione e la legge del più forte. Una legge valida ovunque, dal tinello con i mobili di teak al cortile della scuola.  Per non parlare delle aule, dove le maestre più ti terrorizzavano, più erano brave, i professori erano campioni  di azzeramento della tua autostima, e i presidi tenevano il santino di Goebbles nel taschino, accanto al cuore. 
Eppure, teorizzano i soloni de noantri, guardate come siamo venuti su belli forti. Altro, che quei mollaccioni dei figli (degli altri) di oggi. 
Siamo bravi? Ma ne siete davvero convinti? 
Siamo insoddisfatti, alienati al lavoro, schiavi degli status symbol e incapaci di divertirci senza stress persino in vacanza. 
I nostri matrimoni falliscono nel 50% dei casi, e l'altra metà troppo spesso sta assieme col cerotto. 
Ometto commenti su economia e politica, ma sui giovani non posso tacere. 
I nostri figli non ci parlano, perché non si sentono ascoltati. Ascoltano quelli che parlano la loro lingua, e pazienza se dicono una marea di str@@@te. Almeno non concionano, dall'alto della loro ottusa l'autoreferenzialità, come invece insistiamo a fare noi. Gli educatori con la testa nel passato,  e gli occhi fissi al proprio ombelico. Abbiamo il cervello pieno di ragnatele, per quello non vediamo chi siamo: adulti responsabili di aver creato un ambiente talmente inquinato da ammazzarci lentamente, andandone pure fieri. 
Non facciamo che lamentarci di un tempo impazzito che rovescia sulle nostre inutili teste milioni di litri di acqua in pochi minuti, salvo poi cucinarci a fuoco lento per settimane, senza posa. Protestiamo, ma non ci chiediamo come mai. La risposta non ci farebbe comodo. 
Il clima offre inediti ogni mese: il maggio più freddo, il giugno più caldo, la grandinata più fitta di sempre. 
Una Terra dove gli oceani si riscaldano, i ghiacciai si fondono, il sole uccide gli umani, forse per evitare che questi facciano estinguere le specie animali rimaste. Pure le api, siamo riusciti ad ammazzare. 
Ma Greta è una cretina, gli ambientalisti dei comunisti mascherati, e chiunque suggerisca un dialogo fondato sull'ascolto dell'altro - figlio, alunno, collega, amico o migrante che sia - un buonista del c@@@o.
O uno pissicologo dei miei stivali. 
Noi siamo i bucolici, quelli del DDT spruzzato per la strada (belli i tempi in cui le zanzare le ammazzava il Comune, e pazienza se poi moriva anche qualche umano), delle ferite cauterizzate con gli ossidanti (la distruzione del tessuto come garanzia della morte del microrganismo), dei petardi che ti portavano via tre dita e delle prese di corrente senza manco il salvavita.  
Noi che giravamo in bici senza controllo, attraversando distratti la statale, ci nascondevano nei cantieri per gioco, facevamo il gioco dell'eco affacciati ai pozzi scoperti. Noi che almeno un amico morto per una "disgrazia" ce lo ricordiamo tutti, ma vabbè. È la selezione naturale, ragazza.
Sapete che vi dico? Mi vergogno.
Mi vergogno di avere raggiunto l'eta dei saggi consigli, e di non sapere cosa rispondere, a un ragazzo che mi dice "vedo nero per il mio domani, ma per i nostri figli, onestamente, non so nemmeno se ci sarà,  un domani."
Mi vergogno di far parte di una generazione che ha saccheggiato l'ambiente e rubato il futuro ai propri figli, e si sente migliore di loro.
Altro, che amarcord. Alziamo la testa, guardiamo avanti con scienza e coscienza, e aiutiamoli a venirne fuori, da questo tunnel, i nostri giovani. Possono essere forti, sicuri e consapevoli, ma hanno bisogno di adulti responsabili, accanto a loro. E non di vecchi sussiegosi, a carico.