sabato 29 dicembre 2018

Le valigie in ingresso


Tre settimane. Sembravano un'eternità, rispetto alle toccate e fughe degli anni precedenti.  E invece si sono polverizzate, tra spese gigantesche, lavatrici scatenate, bagni follemente incasinati e padelle straripanti mane e sera.
Caminetto acceso e caldarroste, riunioni di famiglia e accese discussioni, racconti del terrore e ciclopiche risate. 
Ora come un tempo, tante teste attorno a un tavolo, a parlare del presente, ricordare sghignazzando il passato, progettare seri seri il futuro.
Confrontandosi con chi il futuro lo sta vivendo ora.
Adesso, ma non qui. Oppure qui, ma non sempre. Anzi, molto più là che qui.
Che quando là significa Milano, scatta la tassa di soggiorno: si chiamano i fratelli "piccoli" a raccolta, e si mette mano al portafoglio. 
Vuoi mettere, farsi pagare la cena dal fratellone? Certe soddisfazioni non hanno prezzo. Per tutto il resto, c'è Mastercard. Di Davide.
I sorrisi felici nel rivedersi. 
I battibecchi per il bordello, la campagna antibriciole, le scarpe in salotto e il phon in ingresso. 
I consigli per gli studi e anche quelli per gli acquisti. 
La gioia di essersi riabbracciati, e quella di tornare alla propria vita di sempre. 
Perché la loro vita non è qui, anche se quando sono qui ci riempiono di vita la casa, e ci scaldano il cuore. 
Uno per volta, se ne stanno andando. A fare cose belle, in posti belli, con belle persone. 
Al solito, Jurassico e io li vediamo spiccare il volo, fissandoli un po' tristi, seduti l'uno accanto all'altra sul bordo del nido. 
Fieri delle loro splendide ali, ma con il cuore dentro ai loro zaini. Se lo portano via, vigliacchi, e a noi non rimane che prenderci per mano, asciugarci le lacrime a vicenda, e aspettare il prossimo Natale. 
Il regalo che ci scambiamo è sempre lo stesso: l'amore della nostra famiglia. Inossidabile, incoercibile, inattaccabile. Più forte delle distanze, più limpido delle parole che servirebbero a raccontarlo, pulito e sincero come gli occhi dei nostri bellissimi ragazzi. 
L'unico regalo per il quale sia valsa la pena lavorare tanto. 

lunedì 17 dicembre 2018

Una madre da dimenticare

"E allora, com'è andata da Teresa?"
"Bene, benissimo... Beh, io ero sempre in facoltà, loro fuori, ci vedevamo la sera. Ci tenevo a cenare con loro. Le facevo sbregare dal ridere, che gli raccontavo del degrado in residenza. Le cene a lume di candela, perché ci staccavano la luce, il ghiaccio sui vetri e i pinguini nel bagno..."
"Mi ha detto, sì, che si sono dispiaciute quando sei andato via..."
"TACI, tu. Che vergogna! Mi sono trovato in mezzo ai suoi amici, per una festicciola... A parte che giravo con due bicchieri di vino, uno per colore, così mi sono (s)qualificato subito. Poi dovevo spiegare come mai ero finito a casa sua. Mentre raccontavo, tutti ridevano. E poi qualcuno fa: - Lui è il figlio di Mamma per Caso! - Oh, pazzesco! Mi conoscevano tutti!!! E tutti a chiedermi sei il grande? E io no, il piccolo.. Roba da matti.  L'ho detto a tutti: quella lì è fuori, mica le dovete badare... "
Questa non me l'aveva raccontata, la Terry.
"Com'è, ti conoscevano tutti? Ma dal blog... Forse dal libro?"
"Lasciamo perdere. Tutti a dirmi che, in effetti, ero cresciuto!" 
Un metro e ottantacinque di simpatia incarnata, vestito da hipster perché dopo doveva "uscire con le sue donne", a tener banco tra cibo e alcolici. Già.  È cresciuto. Come, è tutto da definire...
Tuttavia mi immagino al suo posto, e vengo travolta dal senso di colpa: "Ma... Ti ho messo in imbarazzo?" 
"Imbarazzo? Perché ? Mi sono divertito un casino!"
Mio figlio è un VIP dentro. E un bandito fuori! 


domenica 16 dicembre 2018

Sei mesi in un post

Vacanza d'agosto ❤



Rientro a settembre. Gaglioffo e Miss sotto esame:


Dopo la sessione estiva, piu comunemente detta sessione di merda:

Stare accanto ai tuoi figli per una vita intera (la loro).
Sfidare l'impopolarità con i no, pronunciare sorridendo alcuni difficili sì, anche se ti spezzano il cuore. Lasciarli andare senza un lamento, sopportando il vuoto e il silenzio che si lasciano dietro, ma rimanere sempre lì, per loro, ogni volta che desiderano tornare.
Fare tappezzeria nella loro esistenza, ma diventare protagonista, quando serve un supporto, una mano, un'iniezione di fiducia.
Ridere di te stessa con loro, nascondendo tutte le lacrime che versi quando nessuno ti vede.
E capire d'improvviso che sanno.
Sanno chi sei, ciò che fai, come lo fai e per chi.
Capire che ti amano, ti apprezzano e sono tutti accanto a te.
Un circolo magico d'amore che ti rende tutto ciò che hai regalato, per anni, senza farti notare né aspettarti qualcosa in cambio.
Chi semina, raccoglie. E quello di cui hai cura, dà buoni frutti.

Fine ottobre. Prove tecniche di pensionamento: com'era bello il mio mulino...



Che noia, che barba, che barba che noia. 
Tutti a ripetermi: preparati. Un marito in pensione è un PESO. Non ti mollerà un secondo, non saprà cosa fare, ti leverá la vita.
Come se gli uomini fosse quello che fanno, e non facessero quello che devono, sia pure con passione e - talvolta - persino entusiasmo. 
Help.
Chiamo a raccolta le donne che sono riuscite a mantenere i propri spazi anche "dopo".
Chi lo ha buttato fuori di casa si astenga, please. Non intendo quello.
Se esiste qualche altra moglie convinta, come me, che avere finalmente del tempo per noi  due sarà bellissimo, per favore batta un colpo.
Altrimenti mi sento una che crede agli unicorni rosa. 
(Scherzo. Mi dicevano che l'amore non dura per sempre, che il matrimonio è una gabbia, che i figli ti deludono sempre e che le famiglie felici non esistono. Però sono curiosa: qualcuno che crede che l'amore non soffra di artrite c'è? Ditemi la vostra.)
Risultato del sondaggio: otto commenti, cinque mogli d'antan molto ma molto felici. 
Confortante. 

Ultimo giorno di ottobre. Non di solo marito vive la donna: 



Le amiche di sempre. Quelle del liceo, quelle che ti hanno vista con i brufoli sul naso e col vestito da sposa, hanno assistito al funerale di tuo padre e alla nascita di tuo figlio, quelle che si sono sconvolte all'idea della tua vita sconvolta, ma hanno sempre saputo che tu ce l'avresti fatta. Anche se con quei quattro demoni ancora si chiedono come tu ci sia riuscita...
Quelle che sembrano onde sulla battigia: a volte si allontanano (la vita separa, anche se non vorresti...) ma dopo ritornano. Ritornano sempre. 
Amiche così amiche da accettare con entusiasmo l'idea di cenare tutte assieme: "Idea fantastica! Perché non facciamo da me? Così Monica vede anche casa mia... Io faccio contorni e dolce. Il secondo lo porti tu?" 
Tutto normale. Ognuna cucina quello che sa fare, chi non cucina porta il vino. Come quando stabilivamo le corvee durante le vacanze al mare.   
Che belle le amiche oltre le convenzioni sociali. 
❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤❤

Inizio novembre. 
E poi ci sono le famiglie acquisite.  Quelle che nessuno si aspetta, ma sulle quali sai di poter contare. Sempre.

Ci sono persone e situazioni che ti scaldano il cuore, così tanto da annullare il gelo creato dalla cattiveria di altri. 
Capita che una zia acquisita ti dimostri un affetto infinito, al punto da farti sentire come se fossi sua nipote veramente. 
Capita che questa zia, parlando di te e della tua famiglia, si commuova sino alle lacrime. 
Capita che si scusi, per questa sua emotività, e poi te lo dica: "Tu sei per me una nipote vera. Davvero." 
E li sei tu, quella che si ritrova con le tasche piene di lacrime. 
Perché la zia in questione non è la zia di tuo marito, né la moglie di tuo zio. È la zia della madre dei tuoi figli. E accanto a lei ci sono o suoi tre splendidi figli. I tuoi cugini.
❤❤❤❤❤❤❤❤

Metà novembre. Giunti alla meta, finalmente!
Perché non è la fine, ma un nuovo inizio...


Ok. 24 anni sono parecchi. Siamo stanchi, invecchiati, disillusi e preoccupati. Lavoriamo sempre come muli - quando hai preso il vizio, non te lo togli. Se ti riposi, ti pare di perdere tempo: così, anche se non hai da fare, te lo crei- senza nemmeno un lamento.
Discutiamo meno, e meglio, ma, per quanto mi riguarda, un v@@@@lo non si nega a nessuno. Così  non lascio questioni in sospeso.
Lui, invece, è mr. Aventino: mette il muso, e resta zitto per giorni. Più ha torto, più a lungo tace: perché lo sa, il verme, la fatica che faccio a rimanere arrabbiata.
Però è un campione di pazienza, con me, quando spacco il capello in quattro, gli peso le parole e prendo fuoco per le c@@@te.
Per quello non tengo il punto, quando capisco di avere cannato: a chiedere scusa si risolve tutto, e riderci sopra fa bene anche alle coronarie.
Scusa, a quell'orso, non l'ho sentito chiedere mai, invece.
Ma come riesce a capovolgere lui, il suo atteggiamento, quando capisce di averla combinata, nessuno. Nessuno al mondo.
Mia figlia dice che sono una santa, con lui, mentre Matteo mi chiama Karli, e ho detto tutto...
I nostri figli ci osservano battibeccare, e ghignano, chiamandoci "la coppia che scoppia", poi però ridono, quando papà, di ritorno dal lavoro, con un piede ancora fuori casa, già chiede: "Dov'è la mamma?"
In mancanza di figli, s'informa col gatto.
È uno spaccamaroni professionista, mio marito, ma è l'unico al mondo col il quale non abbia mai dovuto giocare in difesa, e il solo al mondo  che per difendermi si giocherebbe anche la vita.
E poi, c'è il suo lato migliore. Quello che non vuole sembrare il più bravo, il più bello e il più intelligente del mondo, a spese dell'autostima degli altri. Quello che ti gratifica, senza cercare contropartita. Quello che conosce la gratitudine ed è generoso come nessuno. Quello che ti guarda negli occhi, dopo che hai fatto due chiacchiere al telefono con tuo figlio maggiore, e ti dice: "Ma quanto sei stata brava con quei ragazzi? Ma lo vedi che figli hai tirato su?"
Con l'orgoglio che fa a gara con l'amore a chi brilla di più, nello sguardo.
Tutto ciò in risposta a chi si domanda come farò, adesso che va in pensione, a sopportarlo dalla mattina alla sera. A chi si chiede come sia possibile, che dopo tanti anni ancora ci guardiamo l'un l'altro come se non ci fosse nessuno, attorno a noi. A chi non trovava, trova e troverà un senso, al nostro esserci scelti, e continuare a farlo ogni giorno della nostra vita.
Ebbene, va bene: siamo strani. Inconsueti, poco comprensibili, fuori dagli schemi e inclassificabili. Però stiamo bene così. E speriamo di continuare a poterci rompere le b@@@e a vicenda per molto altro tempo ancora.

Iniziamo male. Forse perché è il 17?




Primo giorno da pensionato: a Milano, di corsa, a raccogliere il figlio e le sue masserizie.
La residenza (convenzionata Cattolica) dove è alloggiato, in foresteria, ha perso l'abitabilità. Il ragazzo è su una strada, dall'oggi al domani.
Tutte a noi, ragazzi. Tutte a noi.
Nota: il randagio è stato accolto da Terry (nominata d'ufficio eroe del mese), mentre gli amici e compagni di sventura hanno attivato l'unità di crisi dello studente fuori sede, sezione "terroni al Nord", e da dicembre hanno già trovato un appartamento da condividere.
Morale della favola: se non ci fossero gli amici...

Terza di novembre. Che fine ha fatto nostro figlio maggiore? Non lo vediamo più!
Vero. Non lo vediamo, ma io lo sento...
"Mamma, sono oberato di lavoro. Roba da schiantare, veramente..."
"Tesoro, ma se in questo periodo vuoi venire a cena da noi, quando torni, ti faccio da mangiare volentieri!"
"Insomma, non vorrei giungere a tanto. Certo che ci stanno  spremendo, questo sì!"
A tanto. Riparare da sua madre per cena è  TANTO.
Alla faccia dei bamboccioni. Tiè!

Il sabato NEL villaggio. 24 novembre.
E poi azioni un elicottero in salotto, in montagna, perché hai la testa da un'altra parte, e non finisci niente di quello che inizi...

Contare. Contare i mesi, poi i giorni, infine le ore, addirittura i minuti.
Il tempo sembra rallentare, quando penso al giorno in cui lo rivedrò, il mio filosofo,  inghiottito dal Paese di Tanto Tanto Lontano.
Un Paese che gli sta offrendo una grandissima esperienza, di crescita professionale e personale.
Un Paese che l'ha accolto, offrendogli una carriera che la miopia di una classe politica piegata su sé stessa nega, ai figli della propria terra.
Un Paese dal quale torna una volta all'anno, e mai per rimanere.
Ci sono attimi in cui ti si strazia il cuore, a saperlo all'altro capo del mondo, tuo figlio.
Quando senti la sua voce, ma non lo puoi stringere. Quando sparisce dal web, per giorni interi, e tu non riesci a fare a meno di pensare che se sta male, se è in pericolo, se è solo o infelice, tu non lo puoi sapere. E anche se lo sai, di essere solo una mamma in paranoia, non riesci a domarla del tutto, quella dannata ansia irrazionale. Fino al prossimo accesso.
Diecimila chilometri sono tanti. Ci vuole tanto amore, per non farglielo pesare.
Fatemi preparare. Mi restano solo otto giorni per spazzare via le briciole di cuore, che mi sono cadute in tutti questi mesi, nascondendole sotto il tappeto della sala, addobbata a festa per accoglierlo.
Fatemi truccare un po': magari non si vedono, le piccole incisioni lasciate sul volto dalle notti insonni, passate a chiedermi se se la sarebbe cavata, oppure no.
Fatemi sorridere, mentre dimentico tutto, travolta dall'entusiasmo di averlo di nuovo qui. Con tutti noi.
Otto giorni all'alba.

Riempi il tempo col marito, il 2 dicembre:




E con l'amica ritrovata, il 3...







Fino al giorno fatidico. 8 dicembre.
24 anni precisi al tuo primo incontro con la family...
Siamo scemi, è dimostrato scientificamente. Mio marito è sveglio dalle tre e mezzo, e traccia il volo sulla mappa dalle sei. Io pulisco, spolvero, lucido e sterilizzo che nemmeno l'Apemaia.
"No, perché, sai, lui è allergico alla polvere..."
Come se in Cina, Giappone, Hong Kong, Cambogia e tutti i posti dov'è stato gli avessero preparato la camera sterile...
Cretina, vi dico.
Ma se mi nuovo, non penso.
Tra due ore atterra. Dopo un anno lo rivediamo, il nostro filosofo.
Datemi i sali!
😉

E per finire, due giorni fa: sorry, I don't selfie!
Mi è capitato che un'amica mi chiedesse le foto di quando Andrea è sceso dall'aereo.
Mi sono resa conto di non aver scattato una sola foto, da quando è tornato, e gliel'ho detto.
Lo, so, siamo rimasti in pochi.  Da quando i nostri telefoni sono diventati strumenti ottici di massa, la gente fotografa tutto, dall'outfit ai pasti, dall'aperitivo al post-sex.
E poi condivide. Mentre vive, condivide.
Bravi loro. Io non ci riesco.
Travolta dagli eventi, dimentico il cellulare in borsetta, qualche volta addirittura a casetta.
Così, le foto me le devo fare in testa, e fissare i colori in modo che non sbiadiscano.

All'aeroporto, l'8 dicembre, Jurassico e io studiavamo con ansia ogni figura che si profilava sulla porta d'uscita, ed era una piccola delusione ogni volta che non era lui, il nostro filosofo. L'eccitazione espressa dal folto gruppo di giovani accanto a noi, in euforica attesa di qualcuno, ci toccava, coinvolgeva, e nello stesso tempo aggiungeva insopportabile elettricità a uno stato d'animo già spasmodico.
Non riuscivamo - letteralmente - a stare fermi con i piedi.
Quando, finalmente, l'uomo è arrivato, l'ha fatto dall'uscita controlaterle,  quella dalla quale non passava NESSUNO.
Poteva non essere così?
Sempre voce fuori dal coro, mio figlio Andrea. Si è materializzato in mezzo all'ingresso, solo e un po' spaesato, cercandoci con gli occhi, un lampo nero in un volto pallido per la stanchezza.
Suo padre me lo ha indicato, e mi si è fermato il cuore. Tre secondi dopo era tra le nostre braccia, e la gioia è esplosa tanto forte da mozzarci il fiato per parecchi secondi.
Poi, abbiamo iniziato a parlare fitto tutto, e ci siamo fatti raccontare un anno di vita in un'ora di auto.
Dopo, è stato silenzio e notte fonda. Con il nostro Andrea, di nuovo sotto il nostro tetto. Come quando era piccino, e da solo non dormiva, perché stare solo gli faceva paura, da quando gli era morta la mamma.
Ora, stiamo vivendo con tutta l'intensità possibile ogni attimo della rassicurante normalità di vederlo girare per casa, guardarlo lavorare da remoto, mangiare con lui, sentire che c'è, e non solo in spirito.
La prossima settimana torneranno anche i suoi fratelli da Milano, e la famiglia sarà al completo. Il maggiore si farà vedere tutti i giorni, lavoro permettendo, e la Stamberga tornerà chiassosa e incasinata come un tempo.
Saranno le tre settimane più belle dell'anno.

Eccolo, il mio selfie. È un po' sfocata, forse, come immagine, un po' annebbiata dalle lacrime, ma spero che sia sufficiente, per rendere l'idea.

Un post, sei mesi di Casa per Caso. Se ancora nell'etere c'è qualcuno che legge questo blog, vi ho aggiornato.
Mi faccio rivedere,  promesso, per gli auguri di Natale.
Un abbraccio, da una Mpc di nuovo in modalità chioccia.
❤❤❤❤