mercoledì 8 novembre 2017

Oggi mi punge vaghezza...

... di tinteggiare. La camera del filosofo, per la precisione. Già antro dell'informatico, oggi deposito degli attrezzi ginnici del Jurassico, il cui unico scopo sembra quello quello di giacere immobili, a prendere polvere. 
Non è come nei film, dove sorridenti signore, adornate da vezzose bandane, passano il rullo sulle pareti col sorriso sulle labbra. O meglio, è così, ma solo alla fine.
Prima, devi passare al setaccio ogni centimetro quadro di superficie (anche i sopra, sotto e dietro. Le preposizioni dell'orrore), togliendo polvere, nidi di ragno, cadaveri di mosca e oggetti incastrati nei luoghi più impervi, per poi incerottare tutto. Alla fine, più che in una stanza da letto, ti sembra di stare nella Valle dei Re. Mummie dappertutto. 
Come sempre, comunque, i miei adorati figlioli riescono a sorprendermi. 
Accartocciata su me stessa a passare il battiscopa con la gomma magica, ho notato qualcosa spuntare da dietro il termo. Con uno strattone, ho estratto  l'oggetto misterioso: una rivista del 2003, ormai quasi saldata col muro. Oltre a una legione di "gatti", sono venuti giù anche un calzino e tre biglietti del treno. Regolarmente obliterati: cialtroni ma onesti, i miei figli. 

lunedì 6 novembre 2017

E due

Secondo compleanno senza Andrea. 
Il nostro filosofo, l'ingegnere un po' pazzo, quello che ha cacciato quattro cose in valigia ed è partito alla ventura, per il Paese di Molto Molto Lontano. Quello che va via come un treno, adesso, alla faccia di chi dice che "certi giovani meglio perderli che tenerceli, in Italia".  Quello che fa il triplo carpiato, pur di venire a passare il Natale con la sua famiglia. Perché il Natale è il Natale, anche se dove vive lui nemmeno sanno cosa sia, il Natale. 
Quello che ci manda le foto dalla Corea del Sud, giusto il giorno dopo il lancio del missile; quello che prende l'aereo e se ne va al mare il giorno dell'allerta tifone (con Mpc che si scioglie in lacrime perché non lo riesce a contattare, ma la Farnesina le ha mandato un sms sul cellulare, sollecitandola a chiamarlo e avvisarlo...); quello che ci manda le foto del pranzo (grigliata di locuste e insetti misti) o della cena (insalata di piovra, con tentacoli ancora in piena agitazione motoria), strappandoci urla di orrore; quello che si scrive con suo fratello minore quasi tutti i giorni, perché il gaglioffo non puoi perderlo di vista. Ci sono responsabilità serie, impegni morali che hai preso di fronte a una culla, e mica te le puoi scrollare di dosso, solo perché sei finito in capo al mondo. 
Quello che mi fa impazzire di preoccupazione, perché quando non hai nemmeno trent'anni sei così: la prendi come viene, e va bene così. 
Quello che, quando mi trattengo e non lo tarmo con chiamate e messaggi, chiede a suo  padre perché cavolo non mi faccio mai sentire. 
Quello che aveva scienza, coscienza e coraggio da vendere, e ne sta facendo un uso esemplare. 
Ecco, quello lì. Per la seconda volta, festeggiamo un compleanno solo nel cuore, senza cena luculliana, torta delle rose, risate e castagne arrostite nel caminetto.
Mi sono persa i suoi primi cinque compleanni, e nessuno mi dirà mai come sia stato, vederlo crescere da pulcino implume a gattino allegro e giocherellone. Però non mi pesa: so che c'era qualcun altro, accanto a lui, che gli voleva un bene grande come quello gli voglio io. Qualcuno che se lo teneva sotto l'ala, con tanta forza e determinazione da lasciarlo sperduto, quando una forza più grande del suo amore se l'è presa con la violenza, strappandola alla sua famiglia. Qualcuno che credo mi abbia proprio mandata, a raccogliere il suo testimone, per dare a lui e ai suoi fratelli tutto l'amore di cui avevano disperato bisogno. 
Qualcuno cui ho portato un fiore, il primo novembre, perché non è né dolce né uno scherzo, avere il nostro "bambino" così lontano dagli occhi, ma così fisso, inchiodato nel cuore. 
Qualcuno che mi aiuta a sorridere sempre e comunque, perché se loro sono felici, non posso che essere felice a mia volta. 
E così conto i compleanni senza di lui, di nuovo. E questi mi pesano, invece. Mi pesano un sacco, più di quanto riesca o voglia dire. 
Stavolta non me lo dimentico, Andrea, il 6 di novembre, come ho fatto una volta, quando avevo te sempre sotto gli occhi, ma al calendario non badavo per niente. 
Adesso me lo ricordo, ma ti posso solo fare gli auguri su whapp, gruppo "famiglia".
Auguri, figlio mio. Cento di questi giorni, e una montagna di felicità. Te la meriti. 

domenica 5 novembre 2017

Toc toc

Ciao, Pulcina. Scrivo dall'auto, quindi scusate se non sarò precisa, o ben impaginata.
Era un sacco che non scrivevo, davvero.
Ma visto che trovo i tuoi messaggi - carina, grazie! - eccomi a tracciare l'aggiornamento richiesto.
Agli amici che, come te, si tengono informati su di noi attraverso i miei post, chiedo scusa. Ci sono cose che non è sensato scrivere, altre che se le scrivi ti querelano. E sarebbero le più interessanti e istruttive, credetemi.
Poi, ci sono i fatti di Casa per Caso. E mi trovo impicciata a raccontare pure di quelli, mannaggia.
Archiviata la parentesi infantile, durante la quale ci siamo conosciuti, siamo passati attraverso adolescenza e prima giovinezza, facendoci assieme qualche sana risata.
Ora, i ragazzi sono giovani adulti, e non fanno più ridere come una volta.
Ora, la cosa si è fatta seria, e parlarne mi sembra inopportuno, o autoreferenziale.
Già, perché i Fantastici Quattro se la cavano alla grande, ma alla grande sul serio, e a Mpc e Jurassico non resta che osservarli sorridendo.
In un mondo che sembra aver perso la bussola del buonsenso, dove l'onestà - soprattutto quella mentale - scarseggia, soppiantata dalla voglia di apparire e dagli eccessi in ogni campo, i nostri figli tengono salda la barra del timone.
Ognuno a modo suo, in campi, situazioni, città e persino continenti diversi, si stanno facendo onore. E ci rendono scandalosamente orgogliosi di loro.
Però se lo dico, pare brutto. Sembra che mi vanti, no? Senza contare che quelli, se gli casca l'occhio sul corsivo agiografico, mi spellano viva.
E così, freno l'impennata della tastiera, e mi sto zitta.
Anche perché, se sono bravi e apprezzati, è solo merito loro. Noi due vegliardi abbiamo smesso di contare qualcosa da mo'. Cosa della quale siamo pienamente e serenamente consapevoli. Ormai siamo relegati sugli spalti della partita della loro vita, e non occupiamo manco più la tribuna d'onore. Cara grazia se ogni tanto ci allungano un biglietto omaggio. Curva Sud, quella del tifo più becero e sfegatato, ovviamente.
Invece, è pieno di genitori che sono convinti di restare il perno della vita dei figli dalla tetta alla - propria - cassa da morto. E oltre. Sognando di continuare a indirizzare i discendenti anche dall'aldilà, come ibvadenti Penati con la sindrome ossessivo-compulsiva da controllo.
Ecco, io no. E Jurassico meno di me: lui mi usa come medium anche adesso, da vivo. Mantiene il contatto per mio tramite, lasciandomi la solita manovalanza della chiamata di servizio, del wapp di protesta, della richiesta di denaro via sms. Tanto gli imfami tengono in ostaggio il mio cuore, e sanno che gli consegno anche le scarpe, se me le chiedono.
Il pater familias, Invece, si riserva interventi mirati e di mirabolante impatto emotivo.
Dannato. Mi usa per lucidare la sua allure di padre modello, e da prendere a modello.
Io resto quella di sempre: caotica, iperattiva, presa da mille cose e diabolicamente distratta.
Una che arriva a pensare "avercelo, un figlio così!", per poi realizzare che ce l'ha sul serio, un figlio così. Ecco, sono attimi. Di puro paradiso, ma attimi.
Perché di solito non ci sto a pensare sopra. Quando le cose vanno come devono andare, mi sembra una roba normale. Sono assorbita dalle rogne, talvolta dai problemi, a volte belli grossi, me la devo vedere con le istituzioni, con lo Stato che non c'è, e quando si fa vivo fa danni, con amici incasinati, un marito ingombrante e alcuni parenti serpenti.
Però, quando sento i miei ragazzi - terribili, i messaggi vocali: tu li ascolti in differita, e ti pare di averceli lì. E invece, se ti va bene, sono a 200 km. Quando va male, a 9000 - quando li sento, dicevo, mi si riempie il cuore. Parto per la tangente, mi crogiolo dell'orgoglio, mi scende la lacrima, trattengo a fatica lo sdilinquimento, faccio tre prove a vuoto prima di riuscire a parlare con voce ferma e tono normale... Poi registro una risposta sensata, logica e utile (si spera).
È dura, la vita della mamma a distanza. È emozionante, preoccupante, straniante ed esaltante. Troppe emozioni per una mamma rimasta sola. Sola in una grande casa, vuota, silenziosa e piena di ricordi.

Capito, perché scrivo poco?
Perché se comincio, chi mi ferma più!
Un abbraccio a Pulcina e a tutti gli amici che ci vogliono bene. Stiamo tutti bene, tranquilli.