venerdì 18 marzo 2016

Quote rosa? No, grazie

Scusatemi tanto, ma 'sta storia delle quote rosa mi fa sentire come fossi un panda, o un ornitorinco: una bestia strana o una specie a rischio. Perché mai una percentuale fissa di donne deve essere inserita nei CDA o nelle liste elettorali, solo in quanto femmine? 
Mi domando se mai vedrò l'alba del giorno nel quale gli umani smetteranno di interessarsi a quel che si nasconde sotto gli abiti dei loro simili (e all'uso che ne fanno) e inizieranno a valutarli per come pensano, ciò che fanno e le competenze che possiedono. 
Non è certamente con le discriminazioni al contrario che risolveremo il problema dell'occupazione femminile, in Italia. 
Piuttosto, la sottoscritta auspicherebbe una riscrittura completa della legislazione sulla cosiddetta maternità tutelata e vorrebbe vedere la politica davvero impegnata a potenziare e facilitare l'offerta di servizi di custodia bebè. 
C'è poco da sorprendersi se quando una professionista annuncia a colleghi e capoufficio la lieta novella rispondono tutti con fioche congratulazioni, formulate con sguardo vitreo. 
Una gravidanza è una jattura, per l'organizzazione di una struttura produttiva. Quale che essa sia. L'aggravio di spesa si scarica sull'azienda (il 30% della maternità rimane a carico del datore di lavoro) e quello di lavoro si spalma sulle colleghe nullipare, quelle anziane e, ovviamente, sui maschi. Già, perché molto spesso le gravidanze non vengono sostituite (anzi, nelle pubbliche strutture questa è una tattica per risparmiare sulla voce "stipendi"), e chi rimane sul campo impazzisce. 
Una mia ideuzza ce l'avrei, per cambiare un po' le cose: lo Stato si assume il 100% del costo della gravidanza. A una condizione, però: che la signora incinta sia sostituita. Diversamente, copre solo il 30%. Mi sembra equo, no? Così il datore di lavoro (specialmente lo Stato) sarebbe spinto a cercare un rimpiazzo. E in gran fretta. 
Contribuzione dimezzata per i contratti di sostituzione; parziale risarcimento per l'impiccio di dover addestrare una new entry e aumento esponenziale di disponibilità di posti di lavoro per gente a spasso. 
Posto garantito per un anno alla puerpera: ci mancherebbe. Sacrosanto. Unico dettaglio: una settimana dopo il lieto evento, la mammina dovrebbe essere tenuta a rilasciare dichiarazione firmata circa le proprie intenzioni. Rientro, non rientro, quando rientro. Così il titolare sa come regolarsi e il poveraccio che la sostituisce conosce la data ove collocare la propria esecuzione, e casomai inizia a inviare curricola. Mi sembra anche una misura umanitaria. Se poi la signora disattende gli impegni precedentemente firmati, ci rimette tre mesi di preavviso. 
Ora come ora, accade l'opposto: una signora con bebè ti molla dalla sera alla mattina? Le devi anche corrispondere il mancato preavviso. 
E dopo ci indigniamo per le lettere di dimissioni preventive fatte firmare alle donne in età fertile... Le quali lettere sono in effetti un abominio, ma in tutta franchezza mi sento di concedere al maramaldo che le stila il beneficio delle circostanze attenuanti. 
Insomma: come sempre, in Italia chi è tutelato lo è oltre il buon senso, chi non ha tutele rischia lo sfruttamento da giovane e l'indigenza da anziano. 
Bilanciare un po' le cose, no?
Prevedere imponenti sgravi contributivi per chi prevede un nido all'interno della sua azienda, o si accorda con una struttura autorizzata nelle immediate vicinanze, per esempio? Se sapessero dove sbattere i bebè, sono tante le mamme che tornerebbero al lavoro dopo tre mesi. Ma se i costi per l'azienda sono improponibili, nessuno si avventura in questa direzione. Eppure, una maggiore continuità nella collaborazione al femminile sarebbe salutata con entusiasmo da chiunque diriga un'azienda. 
Che lungimiranza, i nostri politici. Meglio un uovo oggi che una gallina domani; tanto, domani io starò digerendo l'uovo, e chi mi sostituirà si arrangi. Mirabile senso dello Stato, davvero. 
Poi, c'è la faccenda dei bambini che si ammalano. Fino ai tre anni, i bambini passano più tempo da malati che da sani. E le neo mamme possono rimanere a casa a dargli lo sciroppetto con il cucchiaino. Mi può pure stare bene. Ma se sono una mamma lavoratrice ce l'avrò chi me lo guarda, il pupo, no? E lo sciroppino glielo può dare pure lui...
No, non mi trattate da bieco padrone schiavista. Io ho fatto così con i miei pupi, e vi assicuro che sono venuti su bene che è una meraviglia. 
Allora, non dico di obbligare la mamma a rinunciare a tale diritto, però... Se si presenta al lavoro nonostante il certificato medico comprovante la malattia del bebè, le diamo un premio in denaro. Esentasse e completamente detraibile dal  datore di lavoro. Così ci si paga l'assistenza al giovane malato e i colleghi non devono impazzire per sostituirla all'ultimo secondo, magari facendo saltare riunioni importanti, creando casini con i turni, e così via. Lascio libero spazio alla vostra fantasia: immaginatevi quanti casini si possono creare, quando una chiama alle nove meno cinque che il piccolo vomita e lei non si farà vedere sul lavoro. 
Nel mio mondo ideale, le mamme dovrebbero poter scegliere anche di tornare al lavoro al più presto, supportate in ogni possibile maniera nell'accudimento dei loro bambini. 
In questo mondo ideale, le mamme lavoratrici sarebbero rispettate e aiutate, non giudicate e condannate, sia per aver creato problemi riproducendosi, sia quando, invece di chiudersi in casa per mesi e mesi tra pannolini e pappe lattee, tornassero al lavoro affidando ad altri il loro bimbo. 
Allo stato, comunque tu ti regoli, sbagli sempre. E non mi piace per niente.