venerdì 5 febbraio 2016

All'amica che ha scritto un romanzo e lo vorrebbe pubblicare

Questo è un post per aspiranti scrittori. Da brava scribacchina fallita, posso dire la mia sull’argomento.
Problema numero uno: viviamo in un Paese dove tutti scrivono, ma pochissimi leggono. E’ un po’ come aprire un negozio di cappelli un paese di gente senza testa.
Problema numero due: come dice un libraio amico mio, scrivere un buon libro è solo in 5 % del lavoro. Quello che segue, trovare qualcuno che te lo pubblichi e te lo distribuisca, è un’avventura. Anche perché il 99% di quello che viene prodotto è impubblicabile (questo me lo scrisse una volta Severgnini).
A chi soffre, come me, di questa incoercibile necessità di scrivere, suggerisco innanzi tutto di leggere.
Divorate libri come se non ci fosse un domani, ragazzi, e fatelo con i sensi ben all’erta: perché vi piace quel romanzo? Qual è il suo punto di forza? La storia regge, riesce a catturare il vostro interesse e a trattenerlo fino all’ultima pagina? C’è qualcosa nello stile a rendere unico quell’autore?
E non parlo dei libri di successo: non sempre i best seller sono i migliori. Però fra di essi non sono pochi gli autori davvero in gamba. Ci sono, ed è con loro che ci dobbiamo confrontare: sperare di pubblicare un romanzo sul quale si è addormentata anche la nostra migliore amica è una chimera.
Poi, dobbiamo fare appello a tutta la nostra umiltà: la creaturina che stiamo covando da mesi, quelle pagine grondanti sudore, quella storia che a noi piace tanto, agli altri potrebbe fare schifo. E’ una possibilità da tenere ben presente.
Non date da leggere la bozza iniziale alla vostra zia preferita, alla mamma, al vostro fidanzato superinnamorato.
Piuttosto, datela in mano alla vostra amica più cinica, quella incapace di mentire per amor di pace. Quella sincera fino alla brutalità, capace di dirvi che quel vestito vi stringe sui fianchi o che il vostro ragazzo vi sta usando. Un’amica così è una risorsa, per un aspirante pennivendolo. Più vi massacrerà, più vi farà bene. Gli applausi a scena aperta non aiutano a tirare fuori il meglio di noi, credetemi.
Parlo per esperienza: una mia cara amica, affettuosamente detta il crotalo, ha fatto scempio della prima stesura del romanzo al quale sto lavorando. Pezzo per pezzo, me l’ha demolito, indiandomi con spietata sincerità tutto quello che non funzionava. Poi, di fronte a Ground Zero, ha affermato che, lavorandoci, aveva delle ottime potenzialità.
Il che mi ha motivato a riprenderlo in mano, ben decisa a migliorarlo.
Il che, nel mio caso, non significa scrivere. Significa tagliare.
Potare, sfalciare, snellire ed eliminare. Senza pietà.
Noi sedicenti scrittori amiamo le parole che partoriamo: ogni scarrafone è bello a mamma sua. Se ci dicono di tagliare, soffriamo, come ci chiedessero di rinunciare a un arto.
E invece, via di machete. La sintesi favorisce l’incisività, e parlarsi addosso non è la via migliore per farsi leggere. Se possiamo dire la stessa cosa con meno parole, facciamolo.
Rileggersi e tagliare, più e più volte, fino a distillare il meglio, quello che serve davvero alla storia.
Così, forse, ci sarà qualcuno che ci leggerà con autentico piacere.
Se, viceversa, tendete ad essere troppo sintetici, ricordatevi che Ungaretti ce n’è uno. Dalla prosa asciutta al testo arido non c’è che un passo. E a sottintendere troppo c’è il rischio di non essere capiti.
Infine, non abbiate fretta. Lasciate decantare il vostro lavoro, dedicatevi ad altro, riprendetelo dopo qualche tempo e rileggetelo cercando di separarvi da lui.
Come con i figli: volendo valutare ciò che fanno, dobbiamo prendere le distanze. Sennò l’amore prende il sopravvento e la capacità di giudizio va a farsi benedire.
Fatevi correggere da uno bravo.  Se volete far sul serio, da un editor professionista.
Tenete i piedi ben saldi a terra: ogni anno si pubblicano, solo in Italia, 60.000 titoli nuovi. E la media di vendita, best seller compresi, è di 200 copie l’uno. Come dire che ci sono libri che vendono tre copie…
La scrittura è passione, ma per farla diventare un mestiere ci vuole anche fortuna. Tenete i piedi per terra, siate autocritici e non ci investite troppo, sulla vostra creatura di parole. Il mondo è pieno di sedicenti editori che si nutrono dei vostri sogni: se vi chiedono soldi per pubblicare, non sono editori. E se sono editori piccoli, anche se seri, saranno le librerie a non ordinare il vostro libro, anche se richieste di farlo. E anche questa è una triste esperienza personale…
Tuttavia, anche se solo qualche centinaio di persone leggerà quanto avete scritto e vi dichiarerà il proprio entusiasmo, sarà una soddisfazione immensa. Un sogno diventato realtà.