martedì 27 dicembre 2016

Sei

Inizio a dare i numeri, lo ammetto. Però, insomma... Tutti assieme, per Natale, appassionatamente. Nonostante le difficoltà, i casini, i mille impegni di tutti quanti, la zampa bionica del Jurassico e la mamma un po' cotta, la famiglia per Caso ce l'ha fatta. E sarà che quando una cosa te la devi conquistare a fatica la godi di più, ma questo Natale in sei è stato una meraviglia. 
Un menù semplice, gentilmente richiesto dal filosofo, in astinenza da italian food, e solo noi, semplicemente e allegramente noi sei. 
Non so se questo sia l'inizio di una tradizione, come vorrebbe il gaglioffo (il più nordico nell'aspetto, col capello biondo, la barba fulva e l'occhio ceruleo, ma il più "terrone" nel pensiero) oppure una magnifica occasione unica, fatto sta che siamo stati benissimo. C'è chi ha attraversato mezzo mondo per presentarsi all'appello e chi sta passando le sue - brevi - vacanze in treno, per rispondere a tutti gli appelli. Chi ha sudato per poter abbandonato le stampelle e mostrarsi ai figli in decisa ripresa, e chi ha percorso in auto migliaia di chilometri, sacrificando ore e ore di sonno, per condividere un po' del suo tempo con tutti. C'è chi cucina da giorni e chi organizza riunioni con tutti, perché dopo la Famiglia vengono i parenti, e perché gli amici non si possono dimenticare. 
Il tempo dell'Avvento è finito, e l'Evento si è consumato. Da domani riprende la diaspora, ma nel cuore rimangono le suggestioni di un periodo nel quale si svela il meglio e il peggio delle persone. Avendo provato sulla mia pelle più volte il peggio, in penosi teatrini pseudofamiliari da dimenticare, è una gioia vedere come i nostri figli riescano a esprimere il meglio, in una risata tutti assieme, nella gioia di ritrovarsi, raccontandosi avventure, azzardi, difficoltà e importanti cambiamenti. Il tutto con un sorriso, condividendo gioia e speranze, sotto gli occhi ( un po' lucidi, diciamolo...) dei due vetusti genitori. 
Le Feste continuano, e i pasti più o meno condivisi si susseguiranno, lasciando ahimè pesanti tracce. A chi mi legge mando mille auguri, da una Stamberga ancora in piena attività godereccia. 
Un abbraccio virtuale a tutti voi!

giovedì 22 dicembre 2016

Alfa woman e i picchi di autostima

Quando la sfiga ti perseguita, concepisci un figlio come il gaglioffo. Il quale figlio, dopo averti fatto dannare per quinquenni, decide di mettere la testa a partito, facendo però di te il suo zimbello favorito. 
Quando mi incontra, al mattino, sussulta inorridito oppure esclama, con finta ammirazione: "Wow! Guardala lì, l'Alfa Woman...", per poi prodursi in una serie di imitazioni della sottoscritta da far impallidire Zelig. 
Mantenere un briciolo di autostima è impossibile, con quel soggetto tra i piedi. Quanto alla dignità, ammesso che me ne sia rimasto un brandello, lo distruggo anche da me.  
Giorni fa, giunta al termine di un giro perticolarmente comprereccio alla Coop, scopro che hanno messo una planetaria a metà prezzo. Giuro, l'ho sentita chiamarmi.  Mi implorava di adottarla... Ho ceduto. E l'ho piazzata in bilico, alla sommità del carrello stracolmo. 
In prossimità dell'uscita, il mio nuovo acquisto ha preso a scivolare inesorabilmente verso il basso. Paventando uno schianto distruttivo, mi sono lanciata in avanti, decisa a fermare la sua corsa. Finendo a gambe all'aria, appesa al carrello, con la planetaria schiantata accanto alle ginocchia. Un tonfo tanto rovinoso da attirare la premurosa attenzione di una gentilissima signora, che mi ha accompagnato fino all'auto, assicurandosi che riponessi la spesa in bagagliaio senza incidenti, e che fossi integra, nel corpo e nella mente. Sai mai che nell'impatto i miei tre neuroni superstiti non fossero rimasti danneggiati...
Nessun danno, per fortuna. Nè a me, nè alla planetaria, ormai stabilmente operativa nella fucina... opss... cucina di Casa per Caso. 
Vi lascio immaginare i commenti da me raccolti, quando ho rivelato l'episodio ai miei amati familiari. Devastanti. 
Inpietosita, la Miss ha iniziato a rincuorarmi, mandandomi messaggini d'amore su Whatsapp e difendendomi dagli strali del fratello. 
Deciso a portare a termine la sua opera di distruzione morale ai miei danni, quell'infame, invece, ha intensificato i suoi attacchi. Usando contro di me persino armi non convenzionali: la cultura. Giusto per farmi pentire anche di averlo strappato alle grinfie della beata ignoranza in cui vegetava, qualche anno fa. 
Commentavamo sul ricamo di una signora mia conoscente, autrice di un paralume a mezzopunto di pregevolissima fattura. 
"Guardate che roba, ragazzi: questa è un'opera d'arte!"
"Mhm. Anche tu sei un'opera d'arte, mamma."
"???"
"Sì. Mi ricordi un po' la corrente del Decadentismo..." 
Lo odio. La prossima volta che inciampo, lo farò con un coltello in mano. Accanto alla sua sedia! 



mercoledì 21 dicembre 2016

Buon Natale, ministro Poletti

Buone feste a lei, caro ministro. A lei e a tutta la sua famiglia.
Buon Natale da una mamma che si sente con suo figlio da sei mesi via Whatsapp, e nemmeno tanto spesso. Lavora troppo, ha poco tempo per le chiacchiere.
Buon Natale, ministro, da una famiglia che da settimane fa progetti per i preziosi giorni (sei) durante i quali avremo il privilegio di rivedere il nostro Andrea.  Il quale, detto per inciso, si farà ventimila chilometri in una settimana, pur di essere a casa, con i suoi cari, almeno per Natale.
Meglio perderlo che impiegarlo, un ragazzo così, per l'Italia. A che può giovare un laureato in ingegneria dell'energia, specializzato in energia elettrica, pieno di coraggio, determinazione, voglia di fare e di mettersi alla prova?
Grazie per la profonda empatia e la comprensione, signor ministro.
E tanti auguri a lei anche da due fidanzati, che si vedono tre giorni ogni quattro mesi. Perché sa, signor ministro, una volta che ti laurei in economia (a ventun anni), hai studiato in inglese e sei un tipo in gamba... Meglio farsi un master in Nord Europa. Fa bene al curriculum di un Italiano, espatriare. E chissà che poi all'estero ci si rimanga anche domani, portando via con sé la futura famiglia.
Che magnifica prospettiva, per il nostro Paese. Resteremo solo noi vecchi, sul patrio suol. Del resto, chi se ne va conta poco. Siamo noi dinosauri quelli importanti. Quelli che hanno ridotto il Bel Paese in ginocchio, e si sentono bravi.
Che pretendono, 'sti giovani? Non apprezzano uno stage a 600 euro al mese, magari a Roma (città comoda, ben organizzata e soprattutto a buon mercato), senza alcuna garanzia di assunzione e previa severissima selezione? Ingrati!
Dopotutto, sono solo gente preparata, precisa, intelligente, capace: formiamola, nelle nostre università giurassiche, dominate dal nepotismo e appesantite da programmi obsoleti, lontani anni luce dal mercato del lavoro.
Formiamola, e poi scacciamola, signor ministro. Non sappiamo che farcene di loro. Sono zavorra, in fondo.
Esimio ministro, le racconto una cosa che forse non sa. I nostri figli, all'estero, si fanno un mazzo così, se mi consente il francesismo. Partono con la valigia leggera, vuota persino di sogni. Se i loro bisnonni hanno fatto la quarantena a Ellis Island, magari per sfuggire alle foibe di Tito, non è che loro se la passino alla grande. Sono già sfiduciati, convinti che il mondo degli adulti sia pronto solo a sfruttarli, e hanno lasciato tutto alle spalle, facendo un salto nel buio, a garanzie zero. Quasi trasecolano quando gli arriva una proposta interessante. Si chiedono qual è il trucco, se li pagano bene pur di non perderli. Il merito riconosciuto li stupisce piacevolmente e li conforta, ripensando alle prospettive italiane.
E continueranno ad andarsene, finché in Italia le cose non cambieranno.
Buon Natale, signor ministro. Continui così, e parli coi colleghi, mi raccomando. Parlate di salute, welfare, pensioni.
Perché fra una ventina d'anni, anche meno, la nostra generazione avrà bisogno di assistenza, di cure, farmaci e di qualcuno che gli paghi le pensioni. Ma i nostri inutili figli saranno all'estero a costruire un futuro per i loro, di figli. E il nostro presente, allora, sarà a rischio.
Ci pensi, signor ministro, se andrà a omaggiare la Sacra Famiglia, la notte di Natale. E preghi, signor ministro. Preghi molto. Che il Signore aiuti il nostro povero Paese. 

venerdì 9 dicembre 2016

Ventidue

22. Che bel numero, regolare, tondo tondo. Tanti sono gli anni trascorsi da che i due ribaldi e la microba sono entrati nella mia vita. 
Una vita intera (quella della Miss) e quasi mezza vita mia. 
Ieri il Jurassico azzoppato mi ha svegliata con un bacio, quindi ha trascorso la giornata fissandoci tutti quanti con un amore e un orgoglio persino imbarazzanti. 
Mpc si è lanciata in una della sue solite sessioni culinarie, sfornando quattro pizze giganti e una torta di mele da mezza tonnellata. Poi, tanto per non smentirsi mai, ha ingaggiato una battaglia - persa - contro il fuoco nel camino, non riuscendo ad accendere nemmeno una misera cassetta di legno di pino. Epici i miei tentativi - falliti - di spezzare la suddetta cassetta a colpi di attizzatoio, imprecando contro la mia malasorte. Il gaglioffo voleva farmi un filmato e s@@@@rmi via Youtube. Il calore del focolare domestico è stato garantito dal pater familias, il quale in tre mosse è riuscito dove io avevo toppato. Come fa sempre, in tutto. 
L'allegra brigata, gatto incluso, si è così riunita una volta di più, nominando di continuo il Grande Assente, il nostro filosofo, attualmente con la testa sui circuiti a diecimila km da qui, ma in procinto di rientrare a breve. I suoi fratelli non vedono l'ora, e Matteo sta pianificando tanta di quella roba da fare con lui che gli basterà per le prossime sei vacanze italiane. Quanto alla Miss, è a capo del comitato di accoglienza e sta già affilando le armi, mentre papà, io e il fratello maggiore li osserviamo, sorridendo sornioni. 
Otto dicembre. Ogni volta ci ripenso, alla follia che mi ha preso quella volta. Il maggiore, ormai quasi mio coetaneo all'epoca del fattaccio, ieri mi ha comunicato: "Ora lo so. Ho raggiunto l'età per capirlo, e dirtelo: sei stata UNA PAZZA!" 
Vero. Tornassi indietro, mannaggia... Lo rifarei. E' stata in assoluto la pazzia meglio riuscita della mia vita.  

giovedì 8 dicembre 2016

Vaccinazioni e immunità di branco

Bene. Abbiamo avuto un primo caso di difterite in Italia. Parola di Ricciardi, Istituto Superiore Sanità. Prossimamente su questi schermi ci troveremo a commentare la triste sorte di qualche pulcino implume terminato dalla polio. Un piccolo passo in meno per un micro-uomo, un grande passo avanti (contro la sovrappopolazione) per l'umanità. Già che ci siamo, togliamo i blocchi alla profliferazione delle armi nucleari, che favoriscono solo l'America, e ricominciamo a immettere tonnellate di CFC nell'atmosfera. Chi l'ha detto che il buco dell'ozono fa male? E' la lobby dei produttori di creme abbronzanti che cerca di spaventarci. 
Non ci posso credere. Le evidenze scientifiche più solide diventano opinabili dall'ultimo complottaro fulminato da una scia chimica, e ora ci si mettono pure i difensori delle libertà personali a lottare per il nostro diritto di ammazzare i nostri figli in nome dell'ignoranza. 
Associazioni consumatori sulle barricate al fianco degli antivaccinisti, mentre a Bologna i pentastellati (pro-vaccini, a loro dire) si oppongono ai metodi coercitivi, quindi votano contro il vaccino obbligatorio per i bambini da mandare al nido. Come dire: basta con queste imposte. Chiediamo gentilmente ai contribuenti un versamento volontario, e non controlliamone nemmeno l'entità.  Perché la fiducia è alla base di un rapporto sano e chiunque capisce che senza le tasse i servizi pubblici non esiterebbero. 
Ma stiamo scherzando?! Il bene comune viene prima delle mie opinioni personali! 
Qui, tra l'altro, parliamo di un'imposizione limitata a coloro che intendono usufruire degli asili nido. Se uno non concorda, si tiene i figli a casa. Punto. 
Già, perché mischiati tutti assieme, i cuccioli d'uomo si scambiano festosamente giocattoli, moccio e saliva. Il moccolo al naso è fenomeno endemico e se uno di loro si becca un accidente, in capo a tre giorni l'ha passato a tutto il gruppo di compagnetti. 
Non c'è famiglia che non abbia sperimentato il salasso del primo anno, all'asilo nido. Ovvero, la cifra iperbolica necessaria per mantenere il posto per il tuo figlioletto, per il quale paghi una retta salatissima, da aggiungersi alle ore di babysitting obbligato per le settimane (molte, troppe) in cui il piccolo appestato va tenuto a casa. 
Poi, c'è sempre il figlio del furbetto del quartierino, che lo solleva dal letto al mattino, con l'occhio cisposo e incrostato di giallo, e tace. Tace e lo pulisce, scartevetrandogli le orbite con garza e soluzione fisiologica, fino a far sparire ogni traccia. Quindi lo porta di corsa all'asilo, lo deposita e fugge. Epidemia di congiuntivite garantita.
In un ambiente simile l'immunità di branco è vitale, e non parlo per iperbole. Al nido ci vanno anche i bambini piccolissimi, quelli che ancora non sono coperti dall'immunità data dal vaccino, e per loro l'unica protezione possibile è non incontrare il virus. Mettete in mezzo a questo brodo di coltura batterica un bambino di due, tre anni scoperto, e quindi esposto a qualsiasi infezione, e avrete fatto un favore all'Isis: una perfetta bomba batteriologica autoprodotta. 
Ai sostenitori del non vaccino, sappiatelo: se avrete la fortuna che non si ammalino, è solo perché tutti gli altri cretini i loro figli li hanno vaccinati. 
Quando nessuno lo faceva, i bambini morivano. In massa. La mia nonna ha perso due bambini su cinque: una di difterite, l'altro di meningite. Una bella media, che oggi si guadagnerebbe una prima pagina sui quotidiani, mentre all'epoca era considerata la norma. Una norma destruente, per i genitori costretti a chiudere gli occhi alle loro creature, ma ineluttabile, prima delle campagne vaccinali. 
E ora, novant'anni dopo, devo sentirmi dire che il vaccino è il male? Devo vedere branchi di bufale pascolare nel web, ingrassate con le idiozie di ciarlatani radiati dall'albo, rilanciate all'infinito come verità assolute? Mi pare impossibile, eppure è vero. La disinformazione fa più danni della mancanza di informazione. 




mercoledì 7 dicembre 2016

Notizie di rilievo

E' difficile. Già non era facile prima, quando il plantigrado passava metà della sua vita in corsia; ora che staziona a casa per caso 24/24 è diventato praticamente impossibile. Scrivere, dico. 
Mollate le stampelle una alla volta, ora si appoggia a un più discreto bastone, producendo un sinistro ticchettio per ogni dove, che mi pare di stare in un romanzo di Melville. Fluttua di stanza in stanza, seguendo ossessivo i miei passi e chiedendomi indagatorio: "Dove sei? Cosa fai? Cosa leggi? Cosa scrivi?" 
Diomiaiuti. Mi si secca la vena, con 'sta tarma sempre appresso. 
Per fortuna dorme spesso - mai di notte, cmq: di notte veglia, e se non veglia mi sveglia, ronfando come un facocero - ma non riesco ad approfittarne, perchè quando perde i sensi di norma io sono già ostaggio dei fornelli. Aggungiamoci le invasive varie ed eventuali che funestano la mia misera esistenza, ed eccomi qui, a ticchettare per disperazione dopo un silenzio durato quasi un mese. 
Un mese denso di eventi, devo dire. Parliamone. 
Elezioni: Mpc eletta rappresentante di classe all'unanimità. Votanti presenti: uno. L'interessata. Sono stata confermata per intercessione del preside, altrimenti la nostra quinta sarebbe stata l'unica dell'istituto senza un rappresentante dei genitori. E così, nell'ultimo anno della mia carriera di madre di liceale, ho provato anche il brivido dell'autoelezione. 
Sistema elettorale: il gaglioffo crea dal nulla una lista per la rappresentanza di istituto. Coinvolge amici e amiche, interessandoli a un progetto che senza di lui non li avrebbe neppure sfiorati. Li coordina, infiamma, stila un programma, crea il motto, lascia molto spazio ai collaboratori, evitando di imporsi in qualità di capolista. La lista, viceversa, s'impone, rosicchiando posizioni agli eletti nell'elezione precedente. Vincono a mani basse. Primo dei non eletti: il fondatore della lista vincente. Si era dimenticato di studiarsi il sistema elettorale: non conta qual è la lista vincente, ma il numero dei voti a tuo favore. Come farsi fare fuori dalla capolista della lista concorrente... 
Il gaglioffo perde con enorme dignità: è molto orgoglioso di aver creato una lista vincente, ha grande fiducia nei suoi compagni, si dichiara certo della bontà del loro futuro operato.
Il suo commento a caldo, a spoglio appena concluso: "E' morto l'uomo, non l'idea!" 
Cervelli in fuga: è ufficiale. Dopo cinque mesi, il filosofo torna a casa. La Famiglia prima di tutto: il Natale è sacro e non si sgarra, costi quel che costi. Tutti riuniti a Casa per Caso, celebreremo il rito della riunificazione attorno alla tavola di sempre. Si prevedono porzioni abbondanti e variegate. 
Quattro giorni dopo, il nostro cervello fuggitivo riprenderà il volo, tornando nel Paese di Tanto Lontano. E a Mpc resteranno soltanto un fegato ingrossato, alcuni stomaci da riempire e una zampa da finire di sistemare. 
Sigh! 

sabato 12 novembre 2016

Emergenza rientrata

Ragazzi, qui va tutto talmente bene da non aver nammeno il coraggio di raccontarvelo. A un mese esatto dall'intervento, il Jurassico si è ripreso benissimo: ormai viaggia spedito con una sola stampella, affronta col sorriso sulle labbra la fisioterapia - inclusa quella in acqua, l'elemento infido che da sempre terrorizza il mio gatto di piombo - e quando è a casa non rompe. 
Ebbene sì: non ci avrei mai creduto, ma averlo attorno ventiquattro su ventiquattro non si è rivelato l'atroce sconvolgimento da noi tutti preconizzato. 
L'uomo è tranquillo, impegnato con questioni di lavoro che lo tengono al Pc per ore ed ore, e, soprattutto, alquanto ben disposto nei confronti della sottoscritta. Come il leone con Androclo, grato per le cure ricevute da una Mpc in odore di santità per dedizione e pazienza, quando gli transito accanto, più impegnata di un'ape operaia, mi fissa con amore infinito. Se mi becca seduta al computer, impegnata in una sessione di aggiornamento a distanza, mi carezza la testa e corre a farmi un caffè. E ha imparato a non assillarmi con richieste continue, interferenze inopportune, rimproveri demenziali. Mi chiedo seriamente se il chirurgo si sia limitato a sostituirgli l'anca... Qualsiasi cosa sia, comunque, ringrazio il cielo e me ne godo i risultati: il suo recupero procede alla grande, la mia ripresa anche. 
Nel frattempo, il gaglioffo fa campagna elettorale a scuola - è in corsa per la rappresentanza d'istituto - e miete rilevanti successi scolastici. Fin troppo, quasi. Due giorni fa, mi ha chiesto di consultare il libretto elettronico, per vedere se il prof di matematica avesse pubblicato i isultati dell'ultimo compito. L'infame mi ha beccata a bearmi - con espressione beota, dice lui - degli otto e nove che punteggiavano lo schermo, e da allora non mi molla più. Quando parte a farmi il verso, rivangando le mie tragedie dei tempi delle medie, la nostra cucina diventa un set di Zelig. Dannato verme. Mi ha fatta impazzire per anni, e adesso mi sfotte senza ritegno. Non lo strangolo per vendetta solo  perché sono troppo curiosa di vedere come va a finire, con 'sto matto di figlio che mi ritrovo... 



venerdì 28 ottobre 2016

Fury

Ci sono lussi che non mi posso proprio permettere. Fare la crocerossina per dieci giorni, abbandonando la casa in mano al galioffo, è uno di questi. 
Per carità, non che abbia trovato chiari segni di devastazione; di incuria e abbandono assoluti sì, però. 
Va da sè che le due settimane a seguire sono state un delirio, per la sottoscritta: tra Jurassico da aiutare in tutto e l'arretrato di faccende accumulatosi, sono stata costretta a lucrare non dico sulla mezz'ora, ma addirittura sui dieci minuti d'avanzo, per mandare avanti il mio personalissimo cantiere casalingo. 
Non essendo, appunto, casalingo, l'amato bene non comprendeva le mie urgenze, non concordava con le mie tempistiche, si inacidiva nel vedermi fare questo o quello "proprio adesso". 
Complice una giornata no sul piano clinico, il nostro ha commesso l'errore di subissarmi di male parole mentre brandivo uno spazzolone e un secchio. Attività già sgradevole di suo, resa insopportabile dal suo improvvido intervento. 
Con un calore pari solo a quello col quale l'ho accolto all'uscita dalla sala operatoria, l'ho indirizzato dove Grillo insegna. Con un aplomb tutto inglese gli ho quindi suggerito di mantenere di lì in avanti un prudente silenzio, e con modi da lady gli ho suggerito cosa fare e come farlo. 
Il tutto, senza smettere di strofinare furiosamente il pavimento della cucina. Il quale pavimento, detto per inciso, era disseminato di resti alimentari provenienti dalla ciotola del gatto, residui che avevano quasi spedito me lunga distesa. Figuriamoci cosa sarebbe potuto succedere se, al posto mio, fosse stato Mr. Anca Sbilenca a slittare sul viscido...
Il gaglioffo, dal piano superiore, ha udito l'alterco, ed è sceso a valle. Ha trovato me che manovravo lo spazzolone come un'arma da guerra, e lui in equilibrio sulle stampelle, che mi fissava torvo. 
"Papà, smetti di rompere le palle alla mamma. Questa poveretta è da sola e deve tenere pulita questa casa (enorme) senza aiuto, dato che tu non puoi fare nulla e io non collaboro. Lei ha una routine, e tu devi rispettare i suoi tempi e i suoi spazi. Falla finita di polemizzare o te la vedrai con me!"
Dopo nemmeno dieci minuti, sul gruppo Whatsapp "Famiglia" compariva una frase minacciosa della Miss, che diffidava il padre dal rompere ancora. 
Non paga, la mia amata figlioletta mi ha telefonato di persona: "Mamma, papà ti rompe ancora le scatole? Digli che se non la smette, giovedì, quando arrivo, conoscerà la mia furia scatenata!" 
Matteo, ridacchiando, mi ha informata: "Mamma, voi non lo sapete, ma io e la mia amata sorellina siamo in COSTANTE contatto. Lei sa TUTTO! I corvi, dalle mura, osservano tutto..." 
Sarà dura, ma tutti assieme ce la faremo. Per ora, il plantigrado è tacitato. 
Il resto alla prossima puntata! 

giovedì 20 ottobre 2016

Tutto è bene quel che finisce bene

Tutto a posto, ragazzi. La zampa del plantigrado è a posto, la convalescenza è iniziata, e il nostro è stranamente disciplinato. Non oso nemmeno sperare che continui così...
La sottoscritta, dopo una settimana di presidio in forze accanto al letto di dolore del suo amato, ha fatto ritorno alla base, in modo da preparare tutto per il rientro del ferito. 
Domani me lo riconsegnano... E iniziano i domiciliari. Mai, nella mia vita, l'ho avuto tra i piedi ventiquattr'ore su ventiquattro, per un periodo tanto lungo. 
Riuscirà la nostra eroina a resistere? O sarà costretta a trasferirsi in camper, per riappropriarsi di qualche minimo spazio personale...? 
Vedremo. Se continua ad essere come l'ho lasciato, andrà tutto bene. Se dovesse iniziare a dare i numeri come in passato... Assisterete alla cronaca di un divorzio in diretta. 
Incrociamo la dita! 

giovedì 13 ottobre 2016

Vita da assistente

Non ho la stoffa, è deciso. Imbranata come sono, vivo nel terrore di impicciarmi in qualche modo e di provocargli un danno irreversibile.
Finora non è accaduto, ma siamo ancora in tempo...
Ed ora, parliamo della notte brava in reparto. In stanza con due operati agli arti, sofferenti e imbottiti di analgesici narcotici, la mia collega del letto accanto ci ha allietati fino a mezzanotte con i gorgheggi dei tre (?) tenori in concerto, ascoltati inesorabilmente fino all'ultima nota. Alla fine, volevo soffocarla col cuscino.
Quanto ai generi di conforto, sono andata avanti a paninastri per tre giorni, finché non ho deciso di concedermi un pasto vero. Speranzosa, vado in una pizzeria poco lontano, ben recensita sul web.
Per carità, non ho mangiato male: però, però...
Masterchef ha fatto molto danni, in giro. Ormai anche i cuochi degli all you can est si sentono emuli di Cracco. E nelle osterie dove ti servivano un sano, abbondante piattone di pasta senza pretese di eleganza, impiattano.
La differenza tra un piatto e l'impiatto sta nelle dimensioni: gli chef usano piatti enormi, e il cibo sta lì a decorarli. Mica serve a sfamarti.
La sottoscritta si è vista recapitare una portaerei, con dieci (dieci!) gnocchi schierati come marines. La fantasia di formaggi e verdure grigliate era fondata sul contrasto cromatico e la rarefazione degli elementi decorativi. Tre pezzi di formaggio. In croce, letteralmente.
Insomma: un gusto per gli occhi, ma sono andata a dormire con la fame.
Ieri: fast food all'italiana, di quelli con gli hamburger serviti nella ciabatta d'autore, e vai di cotoletta e patatine fritte. Alla faccia dell'impiatto!
Quanto alle notizie mediche, Jurassico oggi ha camminato per la prima volta. Capogiri a parte, ha già iniziato a bruciare le tappe: è già al terzo giorno, come programma...
Ora è di nuovo orizzontale, sbarbato e felice.
Tutto promette bene, ragazzi. Speriamo continui così!

mercoledì 12 ottobre 2016

Superjurassico is back

Era ora. 'Sta storia dell'anca sbilenca gli stava sbilanciando anche il cervello. In famiglia non lo sopportavamo più, e pure sul lavoro ormai stava dando segni di una tensione ormai non più dissimulabile.
Se fino a un'ora prima dell'intervento negava la realtà, rifiutando di ammettere di essere giunto ben oltre il punto di non ritorno, e mi fissava come la cattivona che lo voleva affettato e infilzato come uno spiedino, all'uscita della sala operatoria il miracolo era compiuto. Nonostante la sofferenza, gli era tornato il sorriso: soddisfatto per l'esito dell'intervento, era nuovamente ben disposto verso l'universo. Quanto alla sottoscritta, mi guardava come fossi stata la Madonna della salute. Mi ha addirittura detto che sono terapeutica... Effetti collaterali da morfina, non mi faccio illusioni. Da sobrio una roba così non me la dice manco morto!
Comunque sia, sono bastate un paio di ringhiate per ricondurlo alla ragione, quando ha tentato qualche improbabile volo pindarico.
Arruolata come infermiera notturna, avrei dovuto arrangiarmi su una poltrona stile dentista, con garanzia totale di non riuscire a chiudere occhio.
Su suo suggerimento, mi sono portata da casa la nostra chaise longue da campeggio: idea brillante. Comoda come un pascià, stanotte sono persino riuscita a dormire un po', accanto al suo letto di dolore. E ogni volta che qualcuno entra e mi vede sdraiata col libro tra le mani, trasecola. Credo non abbiano mai visto un'assistente così scialla...
Stanotte lo abbandono, ma dormirò in un B&B a dieci minuti da qui, per presenziare domattina ai suoi primi passi con la zampa nuova.
Prometto notizie fresche. Intanto, passo e chiudo!




Sopravvissuto

Ce l'ha fatta. Il Jurassico ha la zampa bionica. È un tantino strinato, ma è di umore molto positivo.
L'operazione è stata un successo, il chirurgo ha fatto un lavoro di prim'ordine. Bravissimo, sul serio.
Ora Mpc sta girando tutta la città per trovare uno specchio da tavolo, perché il plantigrado vuole (giustamente) farsi la barba.
Dopo sette tentativi infruttuosi, ho reperito questo introvabile oggetto.
Ora torno dal mio amore a dargli la lieta novella.

Poi vi racconto qualcosa della nostra esperienza di paziente e crocerossina...
Ciao e... Grazie per il supporto!

lunedì 10 ottobre 2016

Non fiori, ma opere di bene

Il Jurassico da medico è diventato paziente. Da stamattina.
Negli ultimi giorni ha salutato amici e parenti, ha raccomandato al gaglioffo di occuparsi di me (ricavandone un sonoro sberleffo) e ha deciso di fare testamento.
Salvo cambiare idea quando ha scoperto di doverselo scrivere di suo pugno, invece di far fare tutto a me, limitandosi a firmare in calce.
L'ho lasciato in tuta e scarpe da ginnastica, a guatare torvo le stampelle, appoggiate lì, in attesa di sostenerlo nei suoi primi passi.
Domattina all'alba lo raggiungerò, per soffrire in silenzio mentre me lo affettano, e riempirlo d'improperi quando, svaniti i fumi dell'anestesia, inizierà a fare l'indisciplinato, ostinato, insopportabile malato occulto. Nel senso che sta male, ma non lo ammette. Nemmeno con se stesso.
Saranno giorni molto duri...
Vi terrò informati!

giovedì 22 settembre 2016

Senza speranza

No, non se ne può più. La mia famiglia merita il Nobel per la pazienza, con me.
Superata l'emergenza grizzly, con Jurassico ormai tornato il plantigrado di sempre (in perenne letargo davanti alla TV, scandalosamente vorace in tavola, dal ruggito facile ma fondamentalmente innocuo) ora dobbiamo fare i conti con una Mpc in modalità svampita. Tutti, me compresa. 
Sempre persa nella scia dei miei pensieri, incalzata dai problemi e assillata dalle preoccupazioni, ormai vivo in una dimensione alternativa, sopravvivendo solo grazie all'adrenalina che mi circola, a torrenti, nelle vene. 
In più, soffro d'insonnia: così, mi sveglio all'alba, riesco a finire i quotidiani prima dell'arrivo del camion del pattume, mi alzo alle sei carica come una molla, faccio colazione con l'amato bene e per le otto ho praticamente finito con la normale amministrazione della casa. 
Il che mi lascia il tempo per dedicarmi ad altre faccende, troppo a lungo trascurate: qualche tempo fa, giusto pochi giorni prima dell'inizio della scuola, ho deciso di pulire la terrazza. Con l'idropompa. 
Il povero gaglioffo è stato risvegliato all'improvviso, alle sette e mezzo del mattino, dal rombo della macchina, manovrata dalla qui scrivente scriteriata, e dai barriti di suo padre, il quale tentava - invano - di attirare la mia attenzione. 
"Vale! Vale!!! VALEEEEEEE! Spegni quell'aggeggio, accidenti, che ti denunciano! Non sono nemmeno le otto..."
"Ohhhhhh... Santo cielo! Sono sveglia da così tanto tempo che non mi sono resa conto dell'ora..."
Guendalina: parevo l'oca degli Aristogatti. Solo sbronza, come lo zio Reginaldo. 
Matteo si è alzato furioso, col ciuffo e l'umore di traverso, fulminandomi con lo sguardo e scuotendo la testa, rassegnato. Sua madre è andata. 
Ogni tanto qualcuno richiama la mia attenzione su qualcosa che ho dimenticato, oppure sto sbagliando, e io reagisco come mi stessi svegliando in quel momento: "Ah sì?" , girando la testa tutt'attorno, manco fossi la Rosita di Banderas. 
Matteo mi fa il verso di continuo, e casa nostra ormai si è trasformata nel set di Zelig. 
L'apoteosi, poi, l'ho raggiunta martedì: all'una avevo prenotato in piscina, per provare un nuovo corso di acqua-bike. All'una e dieci, ero ancora alla Coop a far la spesa. 
Nel pomeriggio, ho scordato di cucinare la faraona arrosto, lasciandola nel frigo. Alle sei e un quarto, dieci minuti prima di uscire con i ragazzi (che mi hanno costretto ad andare in piscina sul serio, così ho accompagnato pure loro in palestra) sono stata folgorata dalla consapevolezza che, al nostro rientro, saremmo rimasti digiuni. 
Con la rapidità del fulmine, ho allestito la teglia, sistemato il pennuto su un letto di cipolle e vino bianco, mentre il forno andava rapidamente in temperatura. Ho regolato il timer, senza dire nulla a Jurassico (tanto lui il forno non lo sa usare) e son partita con i figli, soddisfatta della mia capacità di far fronte alle emergenze. Da me stessa provocate, ma non importa: l'importante è il risultato. 
Al rientro, sfiniti come muli e affamati come lucci, abbiamo trovato: Jurassico sul divano, che sonnecchiava col gatto sulla panza. Il forno, ormai freddo, che tintinnava la fine corsa. La faraona in cucina, ad attenderci. Cruda. 
Non l'avevo messa in forno. 
E ora non mi dite che non sono da ricovero! 



venerdì 16 settembre 2016

Non c'è più il rispetto...

... neanche tra di noi. Non c'è più il contatto... tra i miei neuroni corticali e l'apparato motorio. 
Ragazzi, ce la siamo giocata. Mpc è andata, e tanti saluti ad amici e parenti. 
Atto primo, scena prima: attore protagonista, il gaglioffo. Già pronto per andare a scuola, cellulare stretto in mano, capello scolpito, zaino in spalla. Un figo, detto per inciso. 
Fermo a metà scala, mi sta fissando con espressione temporalesca. Gli occhi mandano lampi, la fronte è corrugata, l'atmosfera attorno a lui diventa elettrica. 
Alla base della scala, si nota una Mpc dall'aria insolitamente contrita. 
Capello approssimativo, faccia  dilavata per l'assenza di trucco, addosso ancora la camicia da notte wron! wron!  (con tanto di gatto con gli occhiali), la osserviamo tendere con precauzione un paio di cuffiette al figlio. 
Questi solleva la zampa, delle dimensioni di un badile, solleva con studiata lentezza il dito medio, quindi allunga la pericolosa estremità verso la genitrice, afferrando le cuffiette. 
La genitrice incassa, inarcando le sopracciglia, scusandosi in un bisbiglio. 
Si scosta quindi di lato, lasciando spazio al figlio, il quale, più altero di Re Leone, se ne va borbottando qualcosa sulla instabilità mentale e le sue conseguenze. 
No, non è impazzito. No, non mi sono bevuta il cervello, a farmi trattare così. Il problema è che ha ragione lui. Così ragione da essere stato bravo a non subissarmi di improperi. Dopo dieci minuti che vaga per la casa, cercando inutilmente le sue cuffiette, con il sottofondo della mia voce che gli suggerisce vari, possibili posti dove l'oggetto è stato avvistato negli ultimi tre giorni, mi vede sfrecciare verso la cucina al piano terra. Un breve trambusto, e ricompaio con le cuffiette in mano. 
"Dov'erano?"
"..."
"Mamma! Dove le avevi messe?"
"Ahem... Le ho scambiate per le mie. Le ho avvolte su se stesse e le ho riposte nella custodia dei miei occhiali..."
"Ehhh?!?!"
"Mi servivano per trascrivere un audio dal mio cellulare... Così le ho messe via assieme agli occhiali, per non dimenticarle giù. E dopo me ne sono dimenticata."
Segue scena sopra descritta. 
Con premesse del genere, non posso offendermi perché mio figlio mi fa oggetto di gesti scurrili. Mi considero fortunata che non abbia ancora assoldato un killer per togliermi di torno. Definitivamente! 

mercoledì 14 settembre 2016

Pur sempre insieme

Ha funzionato. Devo dire che l'intervento in forze dei due giovani di famiglia ha rimesso Jurassico in riga. Vedere nostra figlia stesa a letto accanto a me e suo fratello minore seduto al nostro fianco, intenti a confortarmi e a stigmatizzare i suoi comportamenti insensati, deve averlo indotto a mettersi una mano sulla coscienza. 
L'essere rimasto solo soletto nel lettone nelle ultime tre o quattro notti probabilmente ha fatto il resto. 
No, non è una ritorsione. E' che quello, reso intollerante dalla sofferenza, abbassa il condizionatore al punto da far rinominare la camera nuziale "l'obitorio", e io in quel freezer non ci dormo. 
Inoltre, svariati problemi rendono agitate le mie notti: e quando sono nervosa dormo poco, ma leggo molto. Ora, per quanto l'uomo possa amarmi, posso comprendere il suo fastidio, quando socchiude un occhio alle due, alle tre, alle cinque e alle sei, beccandomi sempre con l'e-book in funzione. Avrà anche una luce flebile, ma sempre luce è. Poi mi muovo, mi agito, in una parola: rompo. 
Non intenzionalmente, ma fortemente. E quindi, sono migrata in camera di Andrea. Tanto quello ormai è andato, e chissà se e quando tornerà. 
Comunque sia, l'uomo della mia vita (definizione di Matteo, che non credo intenda farci un complimento...) ha ricominciato a comportarsi come un essere umano. Dismessi i panni del grizzly, quando rientra a casa lo percepisci solo a causa del brusco calo termico. Come la regina delle  nevi, dove passa lui, si formano le concrezioni di ghiaccio. 
Però è carino, amorevole, gentile e, persino, premuroso. 
Anzi, oggi mi ha tratto d'impaccio, salvando anche la zampa di un altro plantigrado: Fratello per Caso.  Impensierito da una mia telefonata preoccupata, ha organizzato un soccorso rapido er il cognato, ingessato al piede da lunedì mattina. 
L'ortopedia sta diventando una moda, quaggiù: Jurassico, mio fratello, una carissima amica di famiglia e un paio di amiche di mia madre sono finiti (o finiranno) con le stampelle. Sto pensando di organizzare un pulmino e di portare tutti al Santo...
Stamattina sono andata a vedere come stava, e l'ho trovato grondante sudore (il condizionatore non si accende nemmeno con 30°, in quella casa lì. L'aurea mediocritas non fa parte del vocabolario dei miei parenti, a quanto pare), e con le dita del piede che sembravano petali di una pervinca. 
Dal momento che, sollevando il piede, il blu sfumava a un rosso acceso, il problema era stato derubricato a "normale amministrazione". 
Meno male che Jurassico c'è.  In meno di un quarto d'ora, aveva già allertato il collega di turno. Quando sono arrivata in sala gessi, dopo nemmeno un minuto avevano già il flessibile in mano: più che in un gambaletto, il mio povero fratello pareva preso in una tagliola. 
Già un po' strettino all'origine, dopo quarantott'ore di caldo mortale il piede si era gonfiato fino a non starci proprio più, in quel sarcofago. 
Grazie al cielo, danni non ce ne sono stati. Però, santo cielo, è possibile che, rientrata un'emergenza, se ne apra subito un'altra??? Posso io pensare anche per conto terzi, e scontrarmi anche contro la resistenza passiva dei nati imparati, che arrivano a infliggere agli altri diagnosi fai da te? 
Quanta pazienza, santo cielo, quanta...

domenica 11 settembre 2016

Signore, dammi la forza di cambiare le cose che posso modificare...


...e la pazienza di accettare quelle che non posso cambiare.
Sulla saggezza per riuscire a distinguere le une dalle altre sto ancora lavorando. Mi impegno, però: m'impegno a fondo e confido nel successo.
In trincea sul fronte del cambiamento, devo ancora decidere dove collocare Jurassico. Lo piazziamo nelle cose da accettare o in quelle da cambiare?
Secondo i miei figli, a meno che non si decida a modificare il suo comportamento, sta diventando qualcosa da cambiare: ieri sera gli sono saltati alla gola, dicendogli chiaro chiaro che se non la smette di tormentarmi gliela faranno pagare loro due. Valentina si è spinta al punto di offrirsi di preparare la memoria da presentare al mio divorzista... E parlava sul serio.
Mi è toccato dire a tutti e due che non ho intenzione di separarmi!
Ecco a voi il sunto del casus belli.
Sempre a causa della perduta agilità del marito, sono anni che il nostro camper resta spiaggiato come un'enorme balena bianca, in giardino. Siamo giunti al punto di dover buttare un treno di ruote perché ovalizzate.
Ora, non sono imbecille: lo capisco che guidare un pachiderma di quelle dimensioni non è una passeggiata. Capisco anche come una persona, innervosita dalla sofferenza e impedita nei movimenti non desideri passare giorni e giorni rinchiuso in pochi metri quadri, guardando fuori dal finestrino panorami inviolabili, piste da sci impraticabili, passeggiate tra i boschi improponibili. Per tacere di città d'arte e simili, mai frequentate dal nostro anche in condizioni di perfetta salute.
Però... però... Bastava dirlo, no? Invece: negare, negare, negare sempre. Anche l'evidenza.
"Me lo dici come va...?"
"Sto benissimo"
"Sicuro? Ti è passato quel dolore alla gamba...?"
"Dolore? Quale dolore?"
"Quello per il quale non giochi più da sei settimane."
"Certo! era un semplice strappo... La prossima settimana torno sul campo."
"Bene. Allora nel fine settimana potremmo andar via col camper, no?"
"Sicuro! Tu preparalo, che venerdì sera si parte."
Venerdì: camper armato e attrezzato, i ragazzi preavvertiti e messi in sicurezza con scorte alimentari sufficienti, la sottoscritta isolata dal resto del mondo per dedicarsi alla gita a due... E lui torna a casa con il muso. Un muro di ostilità e di mutismo impenetrabile.
Seguono le mie futili domande: "Ma andiamo, allora...? Che ti succede? Hai cambiato idea? Non hai voglia di andare via...?" destinate a restare senza risposta.
Muto e igrugnato, si installa sul divano e accende la tv.
Un copione, questo, che si ripete da anni. Non mesi: anni!
Il tutto sotto lo sguardo perpelsso dei figli, i quali sempre di più lo considerano la reincarnazione del nonno Natale. Nella sua versione peggiore, tra l'altro: mio suocero si macinava dieci km a piedi tutti i giorni a 88 anni. Questo corre solo in ospedale: come varca la soglia di casa, inizia a strusciare i piedi sul pavimento e spostarsi - poco - con movimenti amebici.
Mpc, paziente quanto un monaco tibetano, ha subito, taciuto, sopportato per anni. Sperando che, col tempo, un po' di sale in zucca gli venisse, a 'sto benedett'uomo.
Attualmente, vista la degenerazione del suo disturbo e della situazione, ho preso una decisione: vendiamo l'elefante da trasporto. E' inutile tenerlo in bella mostra, ben sapendo che lo sci d'alta quota sarà un capitolo chiuso da qui all'eternità', e che senza quella spinta il palntigrado troverà sempre qualche ineliminabile causa per non schiodarlo dal giardino.
Figuriamoci! Qui non si vende nulla!
Le mie argomentazioni sono false e tendenziose, secondo il nostro eroe.
Noi il camper l'abbiamo sfruttato tantissimo (ho le prove! ci sono le foto!) e in futuro lo adopereremo ancora di più.
"Anzi, sai che ti dico? Questo fine settimana voglio proprio utilizzarlo: andiamo a dormire al fresco!"
"Scusa? Al fresco...? Ma dove pensi di andare? Domani dobbiamo essere a casa per mezzogiorno... "
"Non importa. Io questo posto non lo sopporto più, ho caldo, ci sono le zanzare, mi da fastidio dover accendere il condizionatore, voglio andare via!"
Inarrestabile.
All'una e mezzo eravamo già in strada: col camper ancora in assetto invernale (sci nel gavone a babordo, tute nell'armadio a tribordo, il piumone in mansarda). Scorte alimentari: due yogurt in frigo.
Temperatura interna della cellula: 32,5° Celsius. Rimasta fissa fino a destinazione, tra l'altro: e meno male che stavamo fuggendo dal caldo. Un'ora e mezzo di viaggio, senza informarmi circa la meta, sotto il sole cocente, rigorosamente a digiuno.
Verso le tre del pomeriggio, l'autonominato esempio di razionalità incarnata si è posto il problema: "Hai fame?"
Mi era passata, giuro. Solo che lui non ci credeva: ha iniziato quindi a ripetermi la domanda ogni cinque minuti, proponendomi tre soste mangerecce diverse. Da ammazzarlo in diretta.
Raggiunta alfine la meta, un parcheggio assolato, in mezzo a un paese di nessun interesse sull'Altopiano di Asiago, ho avuto un crollo fisico. Sono scesa dal camper per evitare di svenire.
Pare ci fosse una qualche mostra, in questo luogo ameno, ma il nostro non sapeva nè dove fosse , nè, soprattutto, se fosse ancora in corso.
Io sempre zitta, lui in evidente difficoltà. Pausa, col calore che sale dal manto di cemento, a distorcere le immagini attorno a me. E la disperazione di essere in simili mani a distorcere i pensieri nella mia testa.
Il nostro eroe non è tipo da arrendersi così facilmente. Mi piazza in mano il cellulare, dopo aver trovato un'alternativa a circa 10 km, e raggiunge il parcheggio numero due.
Uno sterrato, stavolta, con qualche albero attorno, di fronte a un laghetto artificiale infestato da rane e invaso dalle alghe.
Mi conduce in un bar, dove decide di pranzare con un gelato. Io, sempre cercando di rimanere calma e di comprendere, ordino un toast. Che mi viene consegnato mezz'ora dopo. E arriviamo così alle quattro e mezzo del pomeriggio...
Il parcheggio è pagato fino all'indomani, quindi sono autorizzata a sperare che l'incubo stia volgendo al termine. Mi leggerò qualcosa in camper, passeremo la notte sullo sterrato, domani mattina Indiana Jones mi ricondurrà a casa.
Facciamo duecento metri a piedi, attorno a 'sto squallido specchio d'acqua con le sponde di plastica, e l'individuo sbianca.
"Torniamo a casa. Non ce la faccio. Ho preso un Brufen 600, un Sinflex forte e un Voltaren e mi fa un male cane!"
"Santo Signore Giuseppe! Tu mi muori intossicato..."
"Andiamo a casa che mi stendo. Pazienza... Ci abbiamo provato!"
TU ci hai provato, malnato. Io me ne sarei rimasta tranquilla tranquilla a casetta...
Segue un'altra ora e mezzo di viaggio, al termine del quale decide di scaricare lui. Si mette gli yogurt sottobraccio, afferra la borsa del portatile e non so che altro, proiettando lo yogurt verso il tettuccio, con inevitabile schianto sul pavimento.
Insozza tutti i tappetini del camper, un cappello da viaggio, il sostegno imbottito del mio portatile, oltre alla borsa che lo contiene.
Bilancio del lavoro a mio carico per rimediare al disastro: mezza giornata. Anzi, fatemi andare a caricare la lavatrice...
Santa subito. Mi devono fare santa subito, visto che ancora non l'ho strangolato!



sabato 10 settembre 2016

Patetica

La sinfonia n.6 di Tchaikovsky. Quella che sto acoltando, mentre ticchetto alla tastiera. Perfetta. 
Perfetta per come mi sento, perfetta per come sono. Sarà pure Patetica, ma la zampetta dell'autore dello Schiaccianoci la senti sempre... E lo sprizzo di vivacità non manca mai. Nonostante. 
Nonostante, ragazzi miei, qui ci sia ben poco da stare allegri. Non a caso, è una vita che non mi affaccio da queste parti: con tutto quello che di brutto succede al questo mondo, ci manca solo che vi affligga anche con le mie paturnie... 
Però la differita delle mie avventure col Jurassico soto de na sata (traduzione: azzoppato) ve la devo proprio raccontare. 
Premessa: sono circa cinque anni che il nostro eroe combatte con una progressiva, subdola perdita di funzionalità del suo arto inferiore sinistro, una condizione che l'ha portato ad abbandonare gli sci, l'amatissima racchetta e, ultimamente, gli sta rendendo insopportabile anche camminare e persino lavorare. 
Vi risparmio i dattagli sulle strategie di dilazione del problema, negazione della realtà, scuse risibili e spiegazioni improbabili che hanno accompagnato questi anni funesti. 
Dire semplicemente: "Mi fa male l'anca destra, meglio che mi faccia vedere" è roba per comuni mortali.
Mandrake no: Mandrake si cura da solo (difatti ormai non cammina più), si fa l'autodiagnosi (che ci starebbe pure, data la professione del nostro. Peccato che l'uomo, quando si tratta di se stesso, difetti un po' di lucidità: la possibilità di avere un'artrosi, per esempio, è sempre stata esclusa a priori), e, naturlamente, se la prende con me. 
Ecco, direi che questa è la parte che gli viene meglio: non potendo più contare sulla valvola di sfogo dello sport quasi estremo (due ore di tennis sotto il sole dell'una, in agosto, a cinquant'anni e più, per esempio) si dedica da anni alla pratica assidua e indefessa di uno sport alternativo. 
Rompere le palle a me. 
Ecco, di quella disciplina lì è diventato un olimpionico. E negli ultimi due mesi sta allenandosi con caparbia costanza, con l'obiettivo - credo - di competere per l'oro. 
Se posso azzardare un pronostico, quello vince facile. A meno che io non l'abbia soppresso prima, beninteso. Oppure, come dice Matteo, che non abbia fatto la fine di Giulio Cesare: pugnalato dal figlio. 
Ragazzi miei, qui siamo alla frutta: un po' perché ormai il dottore si è dovuto piegare, e ha fissato la data dell'intervento. E saperlo sotto i ferri mette un po' di nervosismo addosso anche a me, lo confesso. 
E molto di più a causa della sua potente reazione di evitamento. Temo digerisca male l'idea di dover soggiacere a un intervento condotto da altri: l'individuo non vuole salire in aereo perché non lo guida lui. E a me non permette nemmeno di avvicinarmi al volante del camper. Potesse andar via di bisturi di persona, credo, si sostituirebbe l'anca col kit del Super Brico... I due mesi di convalescenza, poi, con l'inevitabile corollario e seguito di mesi di fisioterapia, condotta al sicuro in palestra (territorio noto al nostro eroe), ma, purtroppo per lui, anche a mollo nell'acqua (l'elemento infido), terrorizzano sia lui che tutti noi. 
Me e Matteo, in particolar modo: Valentina va a Milano, Andrea è in Cina, Davide sta a casa sua... Le vittime designate siamo noi due. E i guai sono già cominciati... 

To be continued... 

A domani, ragazzi. Ne ho da raccontare! 

sabato 9 luglio 2016

Nipote di un'icona

Non ho idea di come sarà impaginato questo post... Però lo scrivo lo stesso. 
Sono di nuovo a casa di ziapercaso, e ogni volta che ci torno scopro qualcosa di nuovo. 
Mia zia, donna di notevole bellezza, pare abbia popolato i sogni proibiti di giovani e vecchi, in questo borgo montano, tanto piccolo quanto pieno di gente interessante. 
Come il figlio di una cara amica della mia ava, la quale, prima di acquistare i muri da dove vi scrivo, soggiornava presso la loro dimora. 
La nostra, disinvolta veneziana avvezza alle spiagge del Lido, si piazzava in terrazza a prendere il sole. 
L'evento, una splendida signora in costume da bagno, esposta ai raggi del generoso sole della val di Non, era all'epoca in grado di scatenare reazioni telluriche. 
Chi mai aveva visto un costume, tra i meli, prima di allora? I ragazzini erano in fibrillazione. 
La madre (e padrona di casa) blindava l'accesso al solarium improvvisato: vietato anche solo appropinquarsi al luogo del misfatto.
Sottostimava, ingenua, lo spiccato spirito d'iniziativa dei minori. 
Alla fine dell'estate, mia zia sfoggiava una pelle ambrata da invidia, le vacche della stalla sottostante la terrazza erano invece tanto pasciute da essere obese. Con la scusa di dar da mangiare alle bestie, un numero imprecisato di scugnizzi si affollava nel fienile. Qualcuno metteva in atto un diversivo, riempiendo di fieno le mangiatoie, casomai qualche adulto fosse sopraggiunto a ficcare il naso. I complici si arrampicavano sopra il livello della terrazza, godendosi lo spettacolo dall'alto. 
Giovani delinquenti...
I loro nonni, intanto, passavano il pomeriggio alla bocciofila. 
Quando Gilda si rivestiva, indossando gonne vaporose, fusciacche a effetto e lasciando che la sua avvenenza facesse il resto, capitava talvolta attraversasse la piazza del paese. Quella dove avevano luogo sanguinose battaglie a suon di bocce, boccino e sbocciate. 
Al passaggio della dea, il gioco si bloccava. Ex ragazzini, già incalliti frequentatori del luogo, testimoniano di un blocco diffuso alle articolazioni di tutti i presenti e di una coltre di silenzio ammirato che calava, ammutolendo tutto il centro. 
Lei sfilava via eterea, in un fluttuar di sottane, e spariva, lasciando tutti, giovani e vecchi, in balia dell'ormone scatenato.
A mezzo secolo di distanza, chi era presente a questa scena ricorrente ancora ricorda la cosa, riferendola con aria sognante.
Una diva, mia zia, impressa a fuoco nella memoria (e nel cuore) di un sacco di persone. 
"La nipote della Gilda!"
Lo ripetono tutti. E si fanno in quattro per darmi una mano, quando ne ho bisogno. 
Ha lasciato un bel ricordo di sé, la zia. Tutti sorridono, ricordando il suo lato spinoso e le sue pose da gran donna... Ma quello che ci stava sotto, il suo animo capace di grande affetto, qui l'hanno saputo leggere nel modo giusto. E, come noi nipoti, non l'hanno dimenticata. 
Da figlioccia affezionata, questa cosa mi scalda il cuore, facendomi percepire questi luoghi come casa mia. 

venerdì 8 luglio 2016

Eppure non fa così caldo...

Boh. Qui la situazione degenera...
Chiamo le maestranze incaricate di fare un sopralluogo a casa di ziapercaso, e l'incaricato di turno mi chiama "cocca". Lanciandosi poi in un'improbabile tacchinaggio telefonico. Perplessa, chiudo la comunicazione con una scusa e decido che, la prossima volta, con questo tizio ci parla mio marito. 
Meno di due giorni dopo, vado a fare la spesa, e nel parcheggio dell'Iper subisco un abbordaggio in piena regola. Un lontano conoscente, che tra l'altro non riesco assolutamente a collocare in coordinate spazio temporali precise, cade vittima di un picco ormonale improvviso e ci prova con me in modo plateale, rimediando un ovvio rifiuto, e un'occhiata francamente attonita. 
Ma che gli prende, a 'sta gente? Il caldo li obnubila? 
Secondo mio figlio minore, sono all'ultima spiaggia, se arrivano a importunare un rottame del mio livello. 
Che caro ragazzo, il mio piccino... Prima o dopo lo accoppo. 
E il bello è che io mi sento sempre più arata e vicina all'implosione... L'apparenza inganna, evidentemente. Opppure la gente ha bisogno di occhiali, e insiste a non utilizzarli. 
Ma veniamo a noi, alle mie lunghe assenze e alle ultime avventure di Casa per Caso. 
Periodo così così... Molto affaccendata, con qualche problema di troppo a sbarrarmi la strada e poco tempo da dedicare a me stessa. 
Però una notizia ve la voglio dare: il filosofo si laurea. Tra pochi giorni sarà incoronato d'alloro come ingegnere elettrico, concludendo così anche il suo percorso magistrale. Poi, espatrierà per qualche mese. 
Ed ecco un altro cervello in probabile fuga... E un'altra mamma destinata a restare lacrimante sul patrio suol, attaccata a un account Skype e circondata dalle prese per i fondelli da parte della prole residua. 
Stavolta dovrò lavorare molto su me stessa, per evitare di costringere il personale dell'Ateneo a usare l'idrovora... 
Laureato bis. Il mio piccolino, quello formato tascabile, la teppa che mi nascondeva i ragni di gomma nel portafoglio e saltellava felice perché papà era riuscito a scovargli una mamma... 
Non sono preparata. Sarà meglio che, oltre alla corona d'alloro, mi fermi a prenotare un flacone king size di estratto di valeriana. 




venerdì 3 giugno 2016

Rieccola, in diretta dal passato

Ciao a tutti. Qui qualcuno mi rimprovera di tacere da troppo tempo... E allora, provvediamo! 
Periodo intenso, ragazzi. Rogne miste, impegni vari ed eventuali, persino una vacanza... lavorativa. 
Quindici giorni spesi a sgombrare e riordinare la nostra casetta in montagna, quella di Ziapercaso. 
L'accumulo seriale sembra un crimine diffuso, tra i nostri parenti. Notevole la collezione di sacchetti di nylon, costituita da oltre un centinaio di esemplari, tanto vecchi da disintegrarsi al semplice tocco della mano. All'interno di uno di essi ho rinvenuto uno scontrino risalente ai primi anni ottanta.  Ho rimosso e smaltito cumuli e cumuli di robaccia ammonticchiata per decenni, in mezzo alla quale ho rinvenuto quelli che considero veri e propri tesori. Vecchie pentole ossidate mescolate a magnifici paioli in rame; le ultime notizie dell'89, stampate su fogli semidisintegrati dagli eventi, a celare agli occhi oggetti di un tempo che non è più: il tritacarne a manovella, un trapano manuale, un set completo di attrezzi appartenuto al mio prozio, puntine da disegno più vecchie di me, ancora nella confezione originale. Persino un ferro da stiro da viaggio, con più di cinquanta primavere sulla piastra. 
Un'autentica capsula del tempo, dissimulata tra montagne di immondizia. 
Gli animalisti che mi leggono saranno lieti di sapere che, grazie a tutto 'sto casino, una simpatica faina ha vissuto giorni di autentica ricchezza alimentare. Ho trovato tacce (organiche!) del suo passaggio in vari anfratti della casa; e non dimentichiamo che, in un recente passato, mi ero dovuta occupare anche di un sorcio insolente, responsabile della fine ingloriosa di quattro cuscini e un bellissimo copridivano. 
Con tutta la polvere che ho respirato, c'è da sperare di non essermi beccata qualche malattia polmonare. E' stata la vacanza più estenuante che ricordi, ma, sotto certi aspetti, anche una delle più entusiasmanti. Tra i vecchi documenti ho trovato tracce della storia della mia famiglia, per tacere delle foto, alcune delle quali ritraggono la sottoscritta, quando ancora non aveva superato il metro e quaranta di statura. 
Nonna, zie, il mio papà... Persone amate, scomparse da decenni, è come fossero tornate a dirmi ciao. 
Rivedere i loro volti e trovare le energie necessarie a terminare l'immane opera di bonifica è stato tutt'uno. 
In tutto questo, prezioso è stato l'apporto di Jurassico, il quale si è incaricato di rimettere in moto tutto quello che poteva ancora funzionare. Una pazienza infinita anche lui, con risultati straordinari. 
Ora abbiamo quasi finito, e purtroppo stanno per finire anche le nostre vacanze. Tra pochi giorni torneremo alla base, richiudendo le porte sui ricordi e sulle stanze che mi hanno vista bambina. 
Al netto della grande fatica, è bello sapere di avere salvato un pezzo della nostra storia. Ed è bello avere un posto caro dove tornare. Un luogo quasi magico, popolato tra l'altro di persone affettuose, pronte a darci una mano e a regalarci un sorriso, anche in nome dell'affetto provato per la nostra amatissima (anche se un po' rompiscatole...) Ziapercaso. 

mercoledì 6 aprile 2016

Quando si dice genitori...

Qui i figli crescono, ma noi non riusciamo ad andare in pensione.
Uno crede che, crescendo i figli, i suoi impegni andranno scemando. Parlando da mamma, visto che mi sono fatta due p...olmoni così a crescerli decentemente, una volta maggiorenni speravo fosse una strada in discesa. 
Invece...
Invece non è mai finita. Devi fare da supporter, da motivatore, se capita da psicologo e di certo da diplomatico. Devi suggerire senza interferire, obiettare senza pressare, osservare senza spiare e, in generale, farti i fatti tuoi tendendo sempre i loro al primo posto. 
Senza contare le avvelenate che ti prendi quando non ti danno retta, e poi -magari - ti danno pure la colpa dei loro guai. Certe volte li prenderesti a pedatoni... Invece ti rimbocchi le maniche e li aiuti a porre rimedio ai loro svarioni. 
Che fatica, ragazzi... 
Ce la metti tutta, e tante volte non serve a niente. Oppure a poco, e comunque a molto meno di quanto vorresti. Uno ci pensa e ci ripensa, e gli verrebbe da chiedersi "chi me l'ha fatto fare"...
Poi li guardi, e lo capisci, perché l'hai fatto. 
Fai due conti, e scopri che, in fondo, le soddisfazioni sono più delle rotture di m@@@ni. Scambi quattro wapp con loro, e con un cuore rosso fuoco ti hanno già riconquistato. 
Siamo deboli, cari colleghi genitori. Deboli di cuore, per loro fortuna, ma forti negli altri distretti cruciali:  stomaco, spalle, schiena. 
Coraggio, colleghi, non molliamo. Cerchiamo di essere forti, credibili, coerenti. 
Seminiamo amore. Incentiviamo la concordia, la solidarietà familiare, disinneschiamo i conflitti e potenziamo i legami. Prima o dopo è una politica che paga, esattamente quanto il suo contrario. I seminatori di zizzania, i pusillanimi, i vittimisti egoriferiti la scontano sempre. Io, almeno, ci conto... E, intanto, corro. C0rro sempre, e mai per me. 


sabato 2 aprile 2016

Addio, Duchessa

Solo un gatto. Era solo un gatto, c'è di peggio nella vita. 
Nulla di più vero, e ne so qualcosa. Tuttavia... Tuttavia, fatemelo dire: non è vero per niente. 
Non era "solo un gatto". Era una compagnia affettuosa per qualcuno che dagli umani ottiene spesso incomprensione, malcelato fastidio, cattiverie o impietose prese in giro. Era una piccola quattrozampe, tutta pelo e poca sostanza, che se si fosse misurata col mio gattaccio ne sarebbe uscita a pezzetti. Tuttavia... Adorava mio fratello. Era talmente affezionata ai suoi umani da inventarsi ritorsioni di ogni genere, quando costoro "osavano" andarsene per qualche giorno di vacanza. Regalava a chi le voleva bene un amore dignitoso e tranquillo, con qualche punta di sussiego quando - appunto dopo un'improvvida vacanza - decideva di vendere a caro prezzo il suo perdono. 
Riempiva il cuore al mio Massimo, gli regalava quelle piccole gioie quotidiane che rendono sopportabile la vita; acciambellata in cucina, faceva compagnia a mamma, quando passava il pomeriggio a spadellare per la sua cena, o la mattinata a cucinare porzioni da minatore per i loro nipoti. 
Si è addormentata nel sonno, dimenticandosi di respirare. E se adesso sui volti di chi le ha voluto un gran bene scorrono le lacrime, per favore: non lo dite. Non dite "era solo un gatto". Era molto, molto di più. E il vuoto che lascia un peloso che ci lascia non è così semplice da colmare. 
Ciao, Duchessa. Grazie per tutto l'amore che hai regalato al mio fratellone. 

lunedì 21 marzo 2016

Provider accreditati

Corsi di formazione, aggiornamento, riqualificazione. Dove piazzano un obbligo di legge, ecco tutti lì a sgomitare per diventare provider. Peccato che, una volta ottenuta la targhetta da attaccare al loro sito, l'indolenza italica abbia spesso il sopravvento. 
Andando a caccia di aggiornamenti interessanti, ne scovo uno che promette molto bene. Faccio per iscrivermi, ma sembra accetti i click solo degli iscritti. Dove e quando abbiano ottenuto tale qualifica, non è dato saperlo. 
Ostinata, vado ai contatti e gli spedisco una mail. Passano un paio d'ore, e di loro niuna traccia. A questo punto, capirci qualcosa diventa un puntiglio: gli telefono. 
La telefonista mi risponde spaesata, prende tempo, si informa bisbigliando con la collega alle sue spalle e, alfine, mi risponde: "Il corso non è ancora attivo."
"Perché?"
"Troppo pochi iscritti."
"Ma se non date la possibilità di dimostrare la propria esistenza in vita agli interessati, come fate a mettere assieme gli iscritti necessari ad attivare il corso?"
"Eh?"
"Signorina, se non date la possibilità agli utenti di preiscriversi, non si iscriverà mai nessuno."
"..."
"Modificate il sito! Così non funziona!"
"Grazie per il consiglio, signora, e buona giornata!" 
Click.
E questi sarebbero provider per la riqualificazione professionale. Loro il problema della disoccupazione (personale) l'hanno risolto, ma di certo non aiuteranno altri disoccupati a fare lo stesso... Che depressione, ragazzi. L'incompetenza dilaga. 

venerdì 18 marzo 2016

Quote rosa? No, grazie

Scusatemi tanto, ma 'sta storia delle quote rosa mi fa sentire come fossi un panda, o un ornitorinco: una bestia strana o una specie a rischio. Perché mai una percentuale fissa di donne deve essere inserita nei CDA o nelle liste elettorali, solo in quanto femmine? 
Mi domando se mai vedrò l'alba del giorno nel quale gli umani smetteranno di interessarsi a quel che si nasconde sotto gli abiti dei loro simili (e all'uso che ne fanno) e inizieranno a valutarli per come pensano, ciò che fanno e le competenze che possiedono. 
Non è certamente con le discriminazioni al contrario che risolveremo il problema dell'occupazione femminile, in Italia. 
Piuttosto, la sottoscritta auspicherebbe una riscrittura completa della legislazione sulla cosiddetta maternità tutelata e vorrebbe vedere la politica davvero impegnata a potenziare e facilitare l'offerta di servizi di custodia bebè. 
C'è poco da sorprendersi se quando una professionista annuncia a colleghi e capoufficio la lieta novella rispondono tutti con fioche congratulazioni, formulate con sguardo vitreo. 
Una gravidanza è una jattura, per l'organizzazione di una struttura produttiva. Quale che essa sia. L'aggravio di spesa si scarica sull'azienda (il 30% della maternità rimane a carico del datore di lavoro) e quello di lavoro si spalma sulle colleghe nullipare, quelle anziane e, ovviamente, sui maschi. Già, perché molto spesso le gravidanze non vengono sostituite (anzi, nelle pubbliche strutture questa è una tattica per risparmiare sulla voce "stipendi"), e chi rimane sul campo impazzisce. 
Una mia ideuzza ce l'avrei, per cambiare un po' le cose: lo Stato si assume il 100% del costo della gravidanza. A una condizione, però: che la signora incinta sia sostituita. Diversamente, copre solo il 30%. Mi sembra equo, no? Così il datore di lavoro (specialmente lo Stato) sarebbe spinto a cercare un rimpiazzo. E in gran fretta. 
Contribuzione dimezzata per i contratti di sostituzione; parziale risarcimento per l'impiccio di dover addestrare una new entry e aumento esponenziale di disponibilità di posti di lavoro per gente a spasso. 
Posto garantito per un anno alla puerpera: ci mancherebbe. Sacrosanto. Unico dettaglio: una settimana dopo il lieto evento, la mammina dovrebbe essere tenuta a rilasciare dichiarazione firmata circa le proprie intenzioni. Rientro, non rientro, quando rientro. Così il titolare sa come regolarsi e il poveraccio che la sostituisce conosce la data ove collocare la propria esecuzione, e casomai inizia a inviare curricola. Mi sembra anche una misura umanitaria. Se poi la signora disattende gli impegni precedentemente firmati, ci rimette tre mesi di preavviso. 
Ora come ora, accade l'opposto: una signora con bebè ti molla dalla sera alla mattina? Le devi anche corrispondere il mancato preavviso. 
E dopo ci indigniamo per le lettere di dimissioni preventive fatte firmare alle donne in età fertile... Le quali lettere sono in effetti un abominio, ma in tutta franchezza mi sento di concedere al maramaldo che le stila il beneficio delle circostanze attenuanti. 
Insomma: come sempre, in Italia chi è tutelato lo è oltre il buon senso, chi non ha tutele rischia lo sfruttamento da giovane e l'indigenza da anziano. 
Bilanciare un po' le cose, no?
Prevedere imponenti sgravi contributivi per chi prevede un nido all'interno della sua azienda, o si accorda con una struttura autorizzata nelle immediate vicinanze, per esempio? Se sapessero dove sbattere i bebè, sono tante le mamme che tornerebbero al lavoro dopo tre mesi. Ma se i costi per l'azienda sono improponibili, nessuno si avventura in questa direzione. Eppure, una maggiore continuità nella collaborazione al femminile sarebbe salutata con entusiasmo da chiunque diriga un'azienda. 
Che lungimiranza, i nostri politici. Meglio un uovo oggi che una gallina domani; tanto, domani io starò digerendo l'uovo, e chi mi sostituirà si arrangi. Mirabile senso dello Stato, davvero. 
Poi, c'è la faccenda dei bambini che si ammalano. Fino ai tre anni, i bambini passano più tempo da malati che da sani. E le neo mamme possono rimanere a casa a dargli lo sciroppetto con il cucchiaino. Mi può pure stare bene. Ma se sono una mamma lavoratrice ce l'avrò chi me lo guarda, il pupo, no? E lo sciroppino glielo può dare pure lui...
No, non mi trattate da bieco padrone schiavista. Io ho fatto così con i miei pupi, e vi assicuro che sono venuti su bene che è una meraviglia. 
Allora, non dico di obbligare la mamma a rinunciare a tale diritto, però... Se si presenta al lavoro nonostante il certificato medico comprovante la malattia del bebè, le diamo un premio in denaro. Esentasse e completamente detraibile dal  datore di lavoro. Così ci si paga l'assistenza al giovane malato e i colleghi non devono impazzire per sostituirla all'ultimo secondo, magari facendo saltare riunioni importanti, creando casini con i turni, e così via. Lascio libero spazio alla vostra fantasia: immaginatevi quanti casini si possono creare, quando una chiama alle nove meno cinque che il piccolo vomita e lei non si farà vedere sul lavoro. 
Nel mio mondo ideale, le mamme dovrebbero poter scegliere anche di tornare al lavoro al più presto, supportate in ogni possibile maniera nell'accudimento dei loro bambini. 
In questo mondo ideale, le mamme lavoratrici sarebbero rispettate e aiutate, non giudicate e condannate, sia per aver creato problemi riproducendosi, sia quando, invece di chiudersi in casa per mesi e mesi tra pannolini e pappe lattee, tornassero al lavoro affidando ad altri il loro bimbo. 
Allo stato, comunque tu ti regoli, sbagli sempre. E non mi piace per niente.