domenica 28 giugno 2015

La notte dei morti viventi

No, qualcuno me lo dovrebbe spiegare. Ora, qui, subito, sul letto di dolore dove giaccio e digito queste righe. Forse le ultime, per come mi sento.
Qualcuno ci deve essere in grado di comprendere - e farmi comprendere - il motivo per il quale Jurassico ed io ci massacriamo in questo modo. E le ragioni (psichiatriche...?) per le quali insistiamo a definirlo "divertimento".
Quasi sette ore di cammino sfiancante, per un totale di 15 km su 1200 m di dislivello. Roba che, rientrando, per poco non finiamo la passeggiata rotolando, da quanto eravamo sfibrati.
Certo, i panorami guadagnati col sudore erano straordinari... Così come enorme la soddisfazione di essere riusciti in cotanta impresa a dispetto della nostra ragguardevole età.
Tuttavia... Una volta tolti gli scarponi, si registrano: piedi come due ferri da stiro, ma di piombo. Giunture di legno, che nemmeno quelle di Pinocchio. Muscoli di pietra, senza alcuna somiglianza con The Rock dei Fantastici Quattro.  Insomma, una distruzione totale. Persino salire in cuccetta, arrampicandosi sulla scaletta, rappresenta un'impresa.
Roba da dar da lavorare a quella delle pompe funebri, d'impresa.
Oltre a ciò, aggiungiamo l'indecenza del nostro aspetto. Andiamo oltre il rom, sconfinando in regioni inesplorate di inguardabilità. La nostra attrezzatura, già di scarsa qualità, è risalente ai tempi del Cretaceo. La mia, addirittura, è un riciclo di vecchi abiti dismessi dai figli. Maschi.
Gli scarponi, gli unici ad esser nobili per nascita, compiono quest'anno ventun anni. Fossero umani, potrebbero votare per il Senato.
Jurassico, constatata una rigidità nelle loro fibre vicina a un rigor mortis, oltre a chiari  segni di consunzione sulle suole, stasera ne ha dichiarato il decesso. La settimana prossima si rinnova tutto, abbigliamento compreso.
Considerate le condizioni disperate in cui versiamo anche noi due vegliardi, che ci sia la possibilità di rinnovare anche noi?
Che ne so, una revisione, un cambio d'olio, sostituzione di qualche pezzo usurato?
Un componente andrebbe revisionato d'urgenza, comunque. Il nostro cervello. Dobbiamo essere matti, a comportarci così. 

venerdì 26 giugno 2015

Storie di famiglia

Un destino, il mio. Prima mio marito che non mi dà tregua finché non gli scrivo "I marmocchi", poi zia Gilda che mi detta gli appunti, chiedendomi di scrivere la storia della nostra famiglia, ora i vostri commenti, a spingermi nella medesima direzione. 
Finirà che lo farò davvero... 
Tutte quelle vecchie carte e cartoline mi hanno incuriosita. Devo mettermi a far qualche ricerca seria, ricostruire il nostro albero genealogico con un po' di accuratezza, poi chissà che non riesca a buttar giù qualcosa. 
Dopotutto, sarebbe un peccato lasciar scivolare nell'oblio tutti quei preziosi ricordi, trasmessi a me da zia Gilda e con me destinati a sparire, a meno che non li fissi su carta. 
Che io ci riesca oppure no, in ogni caso, vi ringrazio. Siete sempre un incentivo e una fonte d'ispirazione, per me. 
A proposito di ricordi di famiglia, dovrei ripubblicare "I marmocchi". L'ho sistemato un po' (la punteggiatura meritava una bella revisione), aggiornato (è come un album di famiglia, dunque ora l'ho completato con le ultime istantanee) e ora devo decidermi. 
Trovo l'autopubblicazione alquanto autoreferenziale, tuttavia a suo tempo un editore l'avevo trovato.... Essendo piccolo, le librerie non lo conoscevano e quindi i miei potenziali lettori si lamentavano di come fosse quasi impossibile procurarsi il mio libro. Con IBS non c'erano problemi, ma non tutti si muovono con disinvoltura sul web. Usando una piattaforma nota la possibilità che qualche lettore possa riuscire a procacciarsi quel che ho scritto diventerebbe qualcosa di più di una vana speranza. 
Voi che ne pensate? Ci provo? Secondo voi vale la pena di rifare un tentativo di pubblicazione o mi limito a stamparne dieci copie in copisteria, per rifilarle a qualche sfortunato amico o lontano parente? 
Non so davvero che fare.  Ergo, please, si accettano consigli. 

giovedì 25 giugno 2015

Case secolari

Devo farlo. Per quanto questo possa esser doloroso e faticoso, non mi posso più sottrarre. Devo andare nella vecchia casa di zia Gilda, svuotare armadi, aprire cassetti, gettare tonnellate di ciarpame inutile, salvando e salvaguardando però i ricordi di famiglia. 
No, quella non è una casa qualsiasi. Quei muri hanno più di cent'anni, sono stati eretti dal mio bisnonno, emigrante di ritorno dalle campagne austriache, abitati per decenni da lui, dalla sua giovane moglie e dai loro tredici figli. Lì ci son nati i loro nipoti, il mio papà incluso; lì hanno giocato, riso e chiassato i loro bisnipoti. Tra i quali anche chi scrive. 
Si respira la storia, lì dentro; in quel giardino, su quei sanpietrini, ci ha camminato persino l'imperatore Francesco Giuseppe. 
Ieri è stata una giornata di grandi emozioni, per me. Ditemelo pure, tanto già lo so: sono diventata una vecchia sentimentale. 
Ma come si fa a rimanere freddi quando scopri, in un cassetto, la lettera scritta alle zie da tuo padre, neo zio di ventotto anni, con la quale annuncia loro la nascita del primo nipotino? Oppure quando ti rendi conto di avere tra le mani le cartoline scritte da uno dei tuoi prozii nel 1915, precettato a servire nell'esercito austriaco? Un esercito che gli censurava persino i saluti alla famiglia. Cento giorni alla fine, annuncia felice ai suoi genitori, sul retro di una foto con i commilitoni. Non sa, povero ragazzo, di essere destinato a morire tanto lontano da casa da non tornarci più neppure per ricevere una degna sepoltura....
Come restare indifferenti, quando comprendi che quella foto ingiallita, scritta sul retro con una scrittura fitta fitta, dalla grammatica incerta, è probabilmente l'ultima ricevuta da una mamma dal suo figliolo, mandato a morire in Russia come suo fratello maggiore? 
Due figli gli hanno portato via per sempre, ai miei bisnonni.  E sei figli hanno preteso da loro, mandandoli a combattere per la maggior gloria dell'Imperatore; strappati uno alla volta, una cartolina gialla dopo l'altra, fino a lasciare casa e campi vuoti, sguarniti, affidati ai genitori anziani e alle ragazze di famiglia. 
Le storie di famiglia, ascoltate dalla voce della zia, mi riecheggiavano in testa, mentre fissavo queste e altre foto, ripensando all'eterno abito nero della nonna, alla sua chioma incanutita in una notte, quando un commilitone bussò alla sua porta, raccontandole come suo figlio Onorio, il suo "piccolo", fosse finito sventrato sotto le sciabolate degli Ussari. 
Si fa presto a dire "Grande Guerra". 
La storia non sono date, nomi, luoghi lontani. La storia sono i segni, le ferita lasciate nelle famiglie, i posti vuoti attorno alle tavole, i grandi cambiamenti, le scelte pesanti dei potenti scontate dai piccoli, dai deboli, da chi non contava nulla tra coloro che contavano poco. Non era facile essere Italiani sotto l'Impero Asburgico. Gli occhi dei miei avi, profondi e bellissimi nelle foto color seppia e negli ovali ceramicati sulla lapide della tomba di famiglia, ne sono la testimonianza ancora vivente. Nonostante questi ragazzi se ne siano andati da quasi cent'anni. 




martedì 23 giugno 2015

La sfiga castiga gli audaci

Se di sfiga si può parlare. In effetti,  se devo dire il vero qui la sfiga c'entra poco. 
Vi ricordate la gioia di Mpc, in veste di tutor per caso? E il giusto orgoglio del gaglioffo, il quale si era impegnato al massimo per rimediare alle sue difficoltà... fisiche? 
Bene, è durata poco. Dopo un paio di giorni al massimo, la prof , assisa sulla sua cattedra, si è rimangiata tutte le promesse fatte prima dell'interrogazione. 
Dimentica (?) di aver proposto al nostro un'opzione di salvezza se avesse sostenuto con successo una disamina sull'intero programma, si è messa a far le medie matematiche. Sentenziando la condanna senza appello all'esame di fine estate. 
Ora, il debito in una materia è robetta. Anzi, il ripasso accurato durante la pausa estiva si può rivelare una mano santa per uno studente traballante, specie se traballa solo in quella. 
Ma così, per piacere, così no. Non puoi illudere un ragazzo di avercela fatta, indurlo a farsi una settimana di studio da matti in pieno delirio di verifiche di fine anno, per poi uscirtene serafica con un "non se po' fa'". 
A costo di sembrare la solita mammetta iperprotettiva, stavolta lo ammetto: sono scocciata. 
No, scusate, io mi danno da dieci anni a spiegare a mio figlio il valore dell'onestà e della correttezza, e poi chi detiene il potere gli dimostra che la correttezza è un valore che viaggia a senso unico, NON alternato? 
Gli racconto che l'impegno conta più della media matematica, e lo faccio mentre plaudo a un'insegnante che gli appioppa Inglese a settembre, e adesso la scuola mi rifila uno sgambetto siffatto? 
Vaglielo a spiegare, ai ragazzi, di impegnarsi senza risparmio, che la dedizione paga, così come la correttezza e la trasparenza. Così quando l'hanno introiettato, tale difficile concetto, gli sarà facile capire come - e perché - i loro compagni furbastri, quelli delle assenze strategiche e della malattie a comando, supportati da genitori distratti o conniventi, non paghino mai per le loro scorrettezze. Anzi. 
Per fortuna, il giovane è di buon carattere e con una discreta tendenza all'autoironia. Dopo un picco iniziale di nervo scoperto (condiviso con me, lo riconosco), abbiamo deciso di riderci sopra. Studierà il giusto, lo aiuterò se necessario, recupererà il debito e di tutto questo resterà solo un brutto ricordo. E la consapevolezza che al mondo non sempre c'è giustizia. E' un buona lezione anche questa. L'unica che mi senta di sottoscrivere, al momento... 

lunedì 22 giugno 2015

Non sono un elettrodomestico. Purtroppo.

Rieccomi. Dopo un secolo di latitanza, riappaio sul web. 
No, non mi sono impigrita. Non sono a secco di idee, non ho esaurito gli argomenti, non soffro di crampo dello scrittore e nemmeno di sindrome della pagina bianca. 
Ho la sindrome della casalinga disperata. E pure della moglie stremata, se posso aggiungerlo. 
Vorrei chiarirlo. Magari non a mio marito - il quale tanto 'sto blog non lo legge - ma almeno a chi ha voglia di ascoltarmi: mariti workaholic, datevi una regolata. 
Già. Perché questa faccenda dei mariti che lavorano sempre può diventare un problema. Soprattutto quando si concedono una sospensione. Ecco, lì per noi mogli iniziano le straordinarie: ore di dedizione in più, pretese e non pagate. Come tutte le altre, del resto. 
Non so il vostro, ma il mio è un individuo ignobile: prima delle ferie, è tutto un progetto. Costruttivo, pimpante, con mille idee che gli frullano nel cervello in attesa solo di essere sviluppate. Realizzasse un decimo di quanto farnetica prima della settimana fatidica, Casa per Caso si trasformerebbe. Come anche la mia vita. 
Dalle gite vagheggiate per mesi in procinto di esser alfine realizzate, fino alle grandi pulizie (del suo studio) annunciate, l'energia vola. 
Peccato si tratti solo di energia potenziale, ahimè. Dalla potenza all'atto c'è di mezzo il mare, a quanto sembra. Di gite nemmeno l'ombra, quanto allo studio... i ragni ivi residenti possono continuare a dormire sonni tranquilli: nessuno li disturberà. Fino a data da destinarsi. 
E le questioni in sospeso? Vogliamo parlarne? Nelle settimane precedenti alle ferie del plantigrado mi era stato vietato di prendere qualsiasi iniziativa. Avremmo fatto tutto in occasione della sua settimana libera. 
Così, tutti i miei sospesi sono rimasti in sospeso. Anzi, sono addirittura aumentati: ad essi si sono aggiunti un paio di allettanti progetti e qualche commissione sparsa. La fucina jurassica funzionava a pieno regime. 
A settimana conclusa, ce ne sono volute due per smaltire il cumulo di lavoro arretrato causatomi dal quel perditempo. 
Quell'individuo è un dissipatore. Di tempo e di risorse fisiche. Ci mette sei ore per fare una str@@@@@ che io sbrigherei in due, ma pretende la mia presenza costante al suo fianco. Immaginando che, a casa, gli elfi domestici si occupino di tutto al posto mio. 
Ora, qui lo dico e non lo nego: non sono un elettrodomestico. Non mi si può mettere in stand by per qualche giorno, per poi vedermi ripartire come se nulla fosse. Se questo trend non si modifica, io finisco ridotta a uno straccio. 
Dalle prossime ferie in poi, esigo che siano VACANZE. Pretendo di essere condotta lontano dalle lavatrici, esigo di dimenticare padelle e lavastoviglie, non m'interessa la sorte dei miei figli in nostra assenza (sono tutti maggiorenni e vaccinati) e, soprattutto, pretendo di NON essere costretta a pensare. Preoccupazioni, impegni, rogne e incombenti incombenze possono attendere qualche giorno. La mia salute mentale, no.