domenica 15 giugno 2014

Dal parrucchiere

Non resistono. Nessuno di loro. Non ce la possono fare. La nostra testa, quando esce dal loro salone, deve essere la riproduzione esatta di quella delle modelle scolpite con tagli ultimo grido. Peccato che le nostre facce, al di sotto di quelle testoline impeccabili, viceversa pecchino. Molto, nel mio caso.
Gli scellerati hair-stylist  concedono qualche eccezione solo alle nonnette, quelle tradizionali, con i capelli azzurri e i salsicciotti di permanente. A tutte le altre clienti, gl’infami devono fare il lavaggio del cervello, oltre a quello dei capelli.
Eccoci dunque circolare tutte rosse, tutte biondo paglia, tutte con le meches multicolor (ve lo ricordate quando ci facevano i colpi di luce che sembravano pennellate di un madonnaro? che avevamo la testa somigliante a un posteriore di gallina?) per poi pittarci a banda larga, a riga stretta, a fascione trasverso e, più di recente, con la ricrescita. Tutte ‘ste ragazzine con i capelli bicolor come il pennello di tasso con cui si faceva la barba il mio papà. Procioni, mi sembrano.
Che poi se una moda impazza, impazza: ecco dunque femmine dal tono olivastro, con ombre sospette sotto il naso e l’occhio nero pece esibire una chioma platinata stile Marilyn. Che con il sopracciglione nero e folto alla Cucinotta sono credibili quanto lo sarei io con la zazzera corvina.
Oltre a tutto, tagli, pieghe e colori diventano virali: tutte lisce, tutte superfrangiate, tutte bionde a metà. L’esercito dei cloni.
Sconsolanti poi i tentativi hand-made: lo shatush fatto in casa ha l’aria di un incidente. Le sventurate pare abbiano immerso le ultime propaggini delle chiome in un secchio di acqua ossigenata.
Ma si rendono conto di che responsabilità hanno, i nostri amici mani di forbice? Non si sentono colpevoli di innescare queste reazioni a catena con conseguenze inguardabili?
Mah. Forse perché tosare è il loro mestiere, ci vogliono tutte pecore.
Attualmente, come si diceva, va il frangione. Enorme, invadente, cala sugli occhi peggio di una benda. A me le punte dei capelli scalzano le lenti a contatto, per cui le mie difficoltà di visione non dipendono solo dalla cortina capelluta che la ostacola. Questa moda mi rende impossibile sfruttare anche le opzioni offerte dall’ottica di ultima generazione.
Ieri mattina, osservando con occhio critico lo champignon che mi era cresciuto sulla testa, di un biondo abbacinante per via del troppo sole preso in bici, mi sono resa conto che l’effetto berretto era compiuto.
Nonostante il caldo, ho avuto un brivido e in un impeto di energia ho deciso di ribellarmi.
Ho riesumato una foto d’antan, nella quale in effetti avevo le meches mimetiche, però il taglio era scalato proprio come piace a me. E poi calava verso il basso, un po’ come una cornice: ragazzi, ho il mascellone da germanica. Non posso sopraelevare le mie ciocche: piuttosto farle calare, scendere, celare. Devono sfilare i contorni del viso, sennò sembro Frau Angela.
Armata della mia antica effige, ho chiesto di riprodurre esattamente quel look, frangetta lateralizzata inclusa. Non m’importa nulla se sembro vintage. Lo sono, e – soprattutto –  a me piace così.
Devo dire che la mia parrucchiera ha compreso il mio dramma e afferrato il concetto, oltre alle forbici. Ha sfoltito il fungo, cambiato orientamento alle ciocche, spento il lamè che mi si era acceso in testa. Anche questo ha contribuito a rilassarmi: l’aureola non mi si addice. E’ come il nero corvino: non convince su di me. Nemmeno un po’.