domenica 30 marzo 2014

Però! Cinquanta sono tanti...

Con ‘sto fatto che mi son trovata per quasi tutta la vita costretta a far tutto velocemente, subito e prima degli altri, mica me lo immaginavo che la vecchiaia avrebbe presentato il conto pure a me.
E invece… abbiamo superato la boa del mezzo secolo.
Sono nel mezzo della terra di mezzo, salvata dal biondo di bottiglia e tenuta assieme dall’assidua frequentazione di piscine e lunghissimi percorsi campestri.
Mezza età, tempo di bilanci: ma anche no, va’.
Tutto sommato, le somme si fanno a piè di lista: e di liste aperte ne ho ancora parecchie. Nonostante l’età e i molti capitoli cruciali ormai chiusi, archiviati nel baule dei ricordi.
Qualcosa ho imparato, certo: non si vive mezzo secolo senza fare un po’ di esperienza. Se non altro, posso dire di aver imparato a far tesoro di questa esperienza: un successo del quale mi sento di andare fiera, specie osservando quanti e quali danni combinano quelli che tale abilità la devono ancora acquisire. Nonostante i cinquanta li abbiano compiuti da un pezzo, talvolta.
Ogni ruga del mio viso ha una sua storia: sarà per quello che non ci tengo a ingrassare i produttori di botox. I solchi più profondi sul mio volto sono quelli ai lati della bocca: segno che, nonostante tutti i guai che mi sono capitati, non ho mai smesso di sorridere.
Ho archiviato i sensi di colpa, individuato e reso inoffensivi i manipolatori affettivi, eliminato dalla mia rubrica gli ipocriti e gli invidiosi, lasciando più spazio agli amici veri.
Non mi sono mai arresa, ho sempre lottato per ciò in cui credevo e ciò a cui tenevo, mettendo sempre al primo posto gli affetti familiari: posso dire di essere stata ripagata per questo. Se non proprio da tutti, almeno dai più importanti: il che non è poco.
Quando asciugo le lacrime di qualche amica per la quale non vale lo stesso me lo ripeto: non è poco. Anzi, è quasi tutto.
Come dicono i miei figli minori, ormai ho inesorabilmente imboccato la parabola discendente: il che non implica che mi senta una donna in discesa. Ci sono ancora tante cose da fare, tanti obiettivi da centrare, tanta strada da percorrere: considerato che le energie non mi mancano, vediamo di impiegarle al meglio. Che a sentirsi arrivati, imparati e finiti c’è sempre tempo.



lunedì 24 marzo 2014

Jurassic Day

Eccolo qui. Siamo arrivati anche al compleanno del Jurassico. La vongole sono già a bagno, la torta delle rose in lavorazione, gli inviti per la cenetta in famiglia già diramati. Siamo a buon punto.
Possiamo dunque passare agli auguri: buon compleanno, Jurassico.
Buon compleanno anche se iniziano ad essere tanti, i compleanni sulle tue spalle.
Cento di questi giorni, tesoro: tanti ancora di questi giorni da festeggiare assieme, noi due, come facciamo ormai da venti compleanni.
Siamo passati dal fuoco della passione alla condivisione di tante passioni. Passare dal singolare al plurale non è stato poi così male: chissà che sia bello anche arrivare dalle passioni al passato. Di verdura, che si digerisce bene ed è tutta salute.
Che le nostre serate rimangano per sempre effervescenti: per ora ci affidiamo al Cartizze (se la tua Venere è irrimediabilmente appassita e Tabacco non lo frequenti per ragioni di coerenza professionale, non ti resta che Bacco, povero amore mio…). Domani a vivacizzare il nostro dopocena sarà l’effervescente Brioschi, ma va bene lo stesso. A me basta continuare a dividere le bollicine con te.
Siamo imbiancati, amore mio, un po’ ingrassati e ci barcameniamo tra anca sbilenca, tendiniti ricorrenti e mal di schiena incipienti: spero ci lascino per un altro bel po’ così come siamo, ad appoggiarci l’uno con l’altra, riunendo le forze per percorrere ancora tanta strada assieme.
Siamo passati dalle battaglie per un posto al nido a quelle per una stanza al campus, dalla pianificazione delle nascite ai progetti per la pensione, dalle recite alla materna alle cerimonie di laurea. E in mezzo ci sono stati fiumi di lacrime e litri di sangue stillato dalle nostre fronti: sarà per questo che siamo ancora tanto uniti. Siamo due sopravvissuti.
Tanti auguri di buon compleanno da me, dai tuoi quattro banditi e – perché no? – anche dai tuoi due gatti bigi: buon compleanno a un meraviglioso papà dalla sua numerosa famiglia.
Grazie per tutti gli anni di gioia che ci hai regalato e grazie per quelli che ci regalerai.
Grazie il tuo amore infinito, paziente e inossidabile: l’unica fonte di energia sulla quale non hai mai rispamiato. 
Grazie per averci sempre considerato il fulcro della tua vita. Nonostante la tua non sia stata certo una vita facile. 
Buon compleanno, papà Giuseppe. Buon compleanno, marito mio. 

domenica 23 marzo 2014

Come quando si parla di bambini...

... anche quando l'argomento sono gli anziani si tende a dividersi in fazioni.
Ciò capita perché sempre di accudimento si tratta. E quando ci tirano in ballo sui nostri doveri di cura, noi donne ci sentiamo subito sul banco degli imputati.
Asilo nido sì, asilo nido no; bimbo in camera con i genitori, culla in separata sede; lascio l'anziano a casa sua o lo trasferisco da me; badante sì, badante no, quando piegarsi all'RSA?
Unico denominatore comune a tutte le alternative appena squadernate, il senso di colpa latente che si trascinano appresso. Tutte.
Abbiamo una tal paura di sbagliare da non sopportare nemmeno di discuterne, di certi argomenti.
Già, perché la verità è una sola: quale sia la scelta che facciamo, essa comporterà inevitabilmente qualche lato negativo.
E ogni lato negativo che causerai sarà usato contro di te in tribunale. Certezza, non ipotesi, poiché purtroppo il tribunale degli sputasentenze non chiude mai i battenti.
L'assise della critica impietosa, lo scranno del giudizio azzardato, l'alto collegio degli onniscienti, quelli che sanno sempre cos'è giusto fare. Specie se a dover fare sono gli altri.
Ne avessi mai incontrato uno, di questi soloni, che si sia messo in discussione una volta. Uno che fosse stato sfiorato dal dubbio che esistano più strade per raggiungere la stessa meta.
Nulla da fare: quella è gente che vive con l'indice puntato contro gli altri. Un'attività assai impegnativa, tanto da impedir loro di esercitarsi un po' nello stretching della mente: l'autocritica.
Dunque, miei cari, io la vedo così: dimentichiamo la rigidità di chi si permette sentenze facili e prendiamo le cose come ci arrivano.
Ognuno di noi ha una sua storia personale, necessità peculiari e difficoltà specifiche. La soluzione ai problemi di accudimento dei più deboli (siano anziani, piccini o disabili) non può essere la stessa per tutti. E una volta compiuta la nostra scelta, sottoponiamola solo alla prova dei fatti. Altri tipi di indagine lasciamoli ai tribunali dell'Inquisizione: non siamo streghe.
Siamo solo povere donne sandwich, schiacciate tra le esigenze lavorative e quelle dei nostri cari. Cerchiamo di barcamenarci alla meno peggio, affidandoci alla professionalità altrui dove lo riteniamo opportuno. Senza consegne chiavi in mano, a occhi chiusi per evitare di vedere cose scomode, ma evitando anche il sospetto preventivo e la sfiducia a prescindere.
Al mondo c'è anche brava gente, capace di fare bene quanto noi ciò che noi non riusciamo proprio a far da sole. E spesso con supporti pratici e logistici che a casa ci sogniamo.
Se a guidarci è un affetto sincero, i nostri bambini (di nove mesi o novant'anni) se ne sentiranno comunque avvolti e protetti.  Quale che sia la nostra scelta sul piano pratico. 

venerdì 21 marzo 2014

RSA

Sono organizzati in modo fantastico. Un anziano disabile in queste strutture ha la certezza di trovare assistenza, un ambiente perfetto per minimizzare le conseguenze dei suoi limiti, la sicurezza di un luogo protetto.
Tutto il personale è efficiente, professionale, senza far mancare mai un sorriso e una parola gentile. Sono addirittura affettuosi con gli ospiti, senza affettazione alcuna. Confesso di essermi commossa vedendo come trattano mia zia.
Ciò che spezza il cuore è quel che si vede e ciò che si sente: fisici contorti, sguardi persi nel vuoto, voci sconclusionate che gridano invettive incomprensibili o urlano lamenti ripetuti, ritmati. Sono grida di dolore prive di un  perché. Forse solo la fatica di essere ancora in vita, senza essere più se stessi.
Figli che si chinano sul viso inespressivo di mamme che non li riconoscono più, padri in carrozzina, persi, spinti da quelle stesse figlie che un tempo li guardavano come i loro eroi.
Nessuno più di me sa quanto dolore si prova a seppellire un papà giovane; ma assistere impotenti al degrado fisico, mentale ed emotivo dei propri genitori deve essere una tortura quasi insopportabile.

mercoledì 19 marzo 2014

Festa del papà

Commerciale, scontata, un festa figlia del consumismo e supportata dalla pubblicità.
Vero.
Però… però lo dico lo stesso.
Tanti auguri al papà dei miei figli.
Auguri a un papà come si deve, a un padre che c’è poco ma non manca quando serve.
Auguri a un papà che ha scelto sempre la famiglia, mettendola al vertice delle sue priorità.
Auguri a un papà cui la sorte aveva distrutto la famiglia, a un papà che ha saputo sfidare la sorte fondando una nuova famiglia.
Auguri a un bravo papà,  un padre coraggioso,  un padre onesto,  un padre amorevole e giusto.
Auguri al papà migliore che i miei figli potessero avere.
Auguri, amore mio.  


martedì 18 marzo 2014

The social network

No, per favore, non fatelo. Non usate come foto del profilo quello scatto di un'amica (amica?) al corso di danza del ventre. Specialmente se il vostro non è più un profilo impeccabile e quello su FB non è un profilo blindato. Visibile solo a voi, nel caso. 
Bando alle foto in bikini, dove l'unico bel panorama è quello alle nostre spalle. 
Signori uomini, niente scatti in sella alla moto, col ventre che pencola dal pantalone di pelle. 
E nemmeno scosciati, con un pallone sottobraccio e l'aria da top player: fidatevi, è chiaro che avete riesumato una foto d'antan. 
Noi popolo degli anta, grandi fruitori di social network, facciamoci pure del male: iscriviamoci al corso di tango, di zumba e di danza della panza. Qualsiasi cosa, pur di contenere i danni causati dal tempo che passa e mantenerci in un accettabile stato di conservazione. 
Una decina di lezioni di burlesque possono servire a noi signore per imparare a osare, quelle di lap dance a superare le inibizioni inculcateci dalla nostra catechista tanti anni fa, quando portavamo l'apparecchio ai denti e i micidiali calzettoni con i buchetti. 
Però il selfie con la guêpière, no. Quello no. 
Ho visto con i miei occhi stimate professioniste apparire sul social come controfigure di trans trasteverini: perché? Perché distruggere così anche l'ultimo brandello di dignità che ci rimane? 
Attenti anche ai perniciosi picchi di autostima, ragazzi: mi rendo conto che passare da 130 a 70 kg rappresenta un successo di dimensioni cosmiche. Avete sofferto, fatto la fame e sudato sangue per arrivarci: bravi. Anzi, bravissimi. 
Tuttavia, il pantalone alla Mick Jagger o la microgonna borchiata rappresentano un azzardo lo stesso. Specialmente se ci esponiamo al pubblico ludibrio indossandoli su FB.
Manteniamo un profilo basso, che a volare troppo alti rischiamo di schiantarci. E le nostre vecchie ossa non sono in grado di sopportare l'impatto. 
Infine, attenti alla disinibizione da web: si fa troppo presto a ticchettare un commento sull'onda del nervoso, cliccando irrimediabilmente sull'invio. La memoria della Rete è migliore della nostra, purtroppo. E rischiamo di vederci tornare addosso come boomerang pensieri, parole, opere e connessioni che manco ci ricordavamo più di aver formulato. 
Facebook, Twitter e diavolerie tecnologiche in genere ci hanno regalato infinite possibilità di contatto, un serbatoio di possibili rapporti umani straordinario. Una persona sola se ha un computer può non sentirsi più sola. O non così tanto, almeno. Una persona mal accompagnata può trovare in una comunità virtuale amicizie migliori di quelle che l'hanno delusa. 
Tuttavia, non esageriamo: ogni medaglia ha il suo rovescio. Basta tenerlo ben presente. 
Noi per i quali la tecnologia è stata un'ardua conquista, noi che abbiamo ancora nelle orecchie il grrringuuuurrrrgrgrgggg della connessione che si metteva faticosamente in moto; noi per i quali il passaggio da Floppy a CD-ROM è stato un passo epocale; noi che, in fondo in fondo, rimpiangiamo i vinili, noi che non scaricavamo musica, ma la registravamo dalla radio (rumore di fondo incluso), non facciamoci tradire dall'entusiasmo. 
Dalle stelle alle stalle il passo è breve, purtroppo: ha le dimensioni di un click. Ricordatelo, gente, ricordatelo...


lunedì 17 marzo 2014

Madri confuse

Un’amica mi commenta su Facebook, lamentando l’incoercibile disordine della sua prole: pare siamo in molte a condividere il problema.
Dall’immondezzaio a sentirsi un’immondezza il passo è – purtroppo – breve: come troppo spesso capita a noi donne, quando un figlio fa il muflone a sentirci in colpa siamo noi. Mica loro.
Noi, che riavvolgiamo il nastro della nostra esistenza, alla disperata ricerca dell’errore alla base del disastro che campeggia davanti ai nostri occhi.
Noi, che dopo mille tentativi falliti di farli ragionare, ci siamo sentite rivolgere le più fantasiose accuse: talvolta velate, più spesso fin troppo esplicite. E magari ad accusarci erano proprio i nostri giovani carnefici…
Nella mia qualità di matrigna, posso testimoniare che la tendenza a gettar la croce addosso a mammà è addirittura più diffusa di quanto si pensi: se con una madre naturale la gente tace anche se dissente, con una matrigna si permette di esternare. E di insegnare, soprattutto quello che non sa fare.
Fatevelo dire da un’esperta: guardatevi dai buoni samaritani. Quelli che sanno sempre cosa sarebbe giusto fare, dire e pensare, e purtroppo ritengono loro dovere rendertene edotto.
Nella mia vicenda materna, ho ricoperto troppi ruoli per non averlo capito: non ne facciamo una di giusta.
Sono stata mamma lavoratrice, trovando ugualmente il tempo e il modo di seguirli; sono stata una mamma troppo impegnata col lavoro per seguirli; sono stata una mamma che ha lasciato il lavoro e li ha seguiti; sono una mamma che non ha modo di lavorare e li segue sì, ma da moooolto distante.
Ebbene, mi sono sentita dire che: è sbagliato relegare i figli al secondo posto, dopo il lavoro, e poi che è un errore mettere i figli al centro del nostro mondo, perché non abbiamo un lavoro; che è un errore seguirli troppo (si diventa la loro stampella), ma che se non li si segue si perdono.
Se cerchi di supportarli sei invadente, se li lasci far da sé abbandonica; se cucini, lavi, stiri e pulisci per loro tutti i giorni non li rendi autonomi; quando però stai fuori a pranzo o a cena, o ti concedi un fine settimana fuori porta li trascuri.
Visto? Non va MAI bene.
La realtà è che ognuno è arbitro del proprio destino: possiamo intervenire sui nostri figli, far loro notare i loro errori e i loro difetti, aiutando a rimediare ai primi e a governare i secondi.
Non potremo mai trasformare un figlio in qualcosa che non è: non proviamoci nemmeno. Dovessimo mai illuderci di esserci riusciti, sarà perché l’infingardo starà recitando una parte per tenerci buoni.
Non diciamo mai: mio figlio? Mai!!!
Nostro figlio sì, invece. Come tutti, in certe circostanze, sotto determinate pressioni, per motivi spesso inesplicabili combinano qualcosa di incredibile. Oppure si comportano in modo insopportabile.
Predichiamo al vento per anni e anni, senza cavare un ragno dal buco.
A suon di bastonate, li obblighiamo a far un passo avanti. E quelli, appena giriamo lo sguardo, ne fanno quattro indietro.
Il nostro è un compito ingrato, perché subiamo sulla nostra pelle tutti gli insuccessi, le fasi di stallo, i regressi e i momenti bui. Soffriamo perché li vediamo soffrire, ci preoccupiamo perché temiamo per loro un futuro pieno di insidie.
Poi, d’improvviso, scatta qualcosa dentro di loro: smettono di essere indulgenti con se stessi, non si guardano più attorno alla ricerca di colpevoli, focalizzano i loro problemi e si danno da fare per risolverli. E ci riescono, mannaggia! In quattro e quattr’otto realizzano tutti gli obiettivi che per anni a noi sono sembrati irraggiungibili chimere. Cambiano atteggiamento e comportamento,  diventando proprio quello che avremmo sempre voluto che fossero.
Peccato che spesso capiti quando ormai sono fuori dalla nostra sfera di influenza, se non addirittura fuori da casa nostra. Così non riusciamo nemmeno a goderci il frutto del nostro impegno.
Perché? Perché danno il meglio di se stessi quando ci allontaniamo gli uni dalle altre? Siamo madri dannose?
Non credo. O forse spero di no.
Comunque sia, mi sono convinta di questo: noi genitori non possiamo regalare a un figlio la determinazione a migliorare. Però possiamo insegnargli come fare. Non lo dobbiamo giustificare, dobbiamo insegnargli a prendersi le proprie responsabilità e dobbiamo lasciare che paghi i suoi errori. Dobbiamo essere giusti, dobbiamo saperlo valutare senza giudicarlo, insegnargli a vivere senza imporgli il nostro modo di vivere. Possiamo suggerirgli un metodo, lasciandolo tuttavia sperimentare strade a noi sconosciute.
L’importante è che ci senta sempre vicini, affettuosi, disponibili.
Un giorno le cose cambieranno. Un giorno aprirà gli occhi, e ci sarà grato per essere stati sempre presenti. Un giorno tirerà fuori dal cassetto tutti i nostri consigli e seguirà quelli che gli saranno più utili.
Si ricorderà anche dei nostri errori: perché di errori se ne fanno. Però se questi errori saranno stati commessi in buona fede, mettendo sempre l’interesse dei nostri figli in cima ai nostri pensieri, se ne renderanno conto. Considerato quanto dobbiamo lavorar di spugna noi con loro, voglio vedere se non ci restituiranno il favore!


venerdì 14 marzo 2014

Strategie motivazionali

Il gaglioffo cede alla consueta tentazione di coricarsi sugli allori. Dopo una serie di ottimi risultati, inizia la china dei sei, sei e mezzo, dal cinque al sei, culminata nel cinque meno di ieri.
Strenua l'autodifesa del nostro, il quale si aggrappa alla sufficienza come a una ciambella di salvataggio, sostenendo che se non si fa rimandare lui il suo dovere l'ha fatto.
Dopo mille inutili prediche sulla necessità dell'impegno per ottenere buoni risultati e costruirsi un solido futuro, mi sono stancata di friggere l'aria,  passando quindi ai fatti.
Sera, ora di cena: di scena seppie in umido con i piselli, sgranati uno per uno dalle dolci mani di mammina. Un profumo da svenire.
Mr. Mibastailsei si appropinqua alla tavola, dove Mpc gli fa scivolare di fronte un piatto appena estratto dal frigo.
Contenuto: pasta cucinata a pranzo. Dimenticata sul fuoco quattro minuti di troppo, scordato il sale, omesso l'olio, condita con un cucchiaio di salsa scondita, stracotta anche quella. Dettaglio non irrilevante, qualità e quantità: metà del peso consueto, due differenti formati, uno dei quali integrale.
"Eccoti qui una pasta da sei: realizzata con scarso impegno, nessuna precisione e colpevole disattenzione. Tuttavia, nutriente quanto basta a levarti la fame. Fattela andar bene!"
Senza un plissè, l'infingardo inizia a mangiare.
"Buona!"
"Manca nulla, secondo te?"
"Niente. Va benissimo così!"
"Sono lieta che tu abbia la capacità di inghiottire qualsiasi cosa. Non avrai dunque difficoltà ad affrontare col medesimo spirito anche le materie che non ti entusiasmano. Caratteristica preziosa. Bravo!"
Mezzo piatto va.
"Basta così... Sono sazio!"
"No, mio caro. La mandi giù tutta, come mando giù tutto io con i tuoi professori, da anni.  Anch'io vorrei un figlio migliore, ma me lo devo far andar bene appena sufficiente. Giusto?"
Nessun commento.
Finisce tutto, si alza, mette i piatti sporchi in lavastoviglie ed esce di scena con grande dignità.
A tre settimane di distanza si registrano consistenti miglioramenti sul fronte dell'impegno scolastico. Siamo in attesa di verifica sul campo.
Quento ai commenti fuori onda, ho ricevuto una telefonata da mia madre. Stava soffocando dalle risate.
"La pasta da sei! Tuo figlio era sconvolto... Quando è stato qui a pranzo ce l'ha descritta con orrore. Era agghiacciante, ha detto! Hai avuto un'idea fantastica..."
Moral suasion, la chiamano. Pare funzioni... Vi terrò informati. Questa è una battaglia che non posso perdere!

mercoledì 12 marzo 2014

Cineforum

Oggi film storico alla scuola del gaglioffo.
Nome della pellicola: "Pompei".
Resoconto: "Ci siamo andati a mangiare un gelato, niente film..."
"Perché?"
"Dieci classi in attesa. Prima dichiarano problemi tecnici, poi confessano: abbiamo sbagliato a ordinare la pellicola."
"E che pellicola è arrivata?"
"Una strana..."
"Titolo?"
"Pompa!"
Evitiamo commenti, va'...

Raggi di sole

Metti di avere un’amica con la quale condividi molto, con la quale ti comprendi reciprocamente, un’amica che ti apprezza anche e soprattutto quando non le nascondi le tue opinioni più scomode.
Metti  di avere una di quelle amiche, di quelle con la A maiuscola, una di quelle rare, una di quelle con le quali puoi permetterti di essere te stessa senza finzioni, perché lei non ti giudica mai.
Metti di essere stata collocata su una strada in salita e piena d’insidie; metti che anche lei stia camminando faticosamente lungo sentieri impervi.
Metti che vi stiate sostenendo a vicenda, cercando di evitare l’una all’altra rovinose cadute o errori fatali.
Se hai un’amica così sei davvero fortunata.
E se quest’amica ti vuole vicino in un momento davvero complicato, ti sorride per essere lì, ti abbraccia stretta quando tutto è finito, ringraziandoti per esserle stata accanto… E’ una gran bella sensazione.
Nella vita tante sono le cose importanti. Cose importanti, capaci di darci vera felicità o sofferenza autentica. Cose delle quali avere cura, perché rappresentano la parte migliore della nostra esistenza.
L’amicizia è una di queste. Ed è proprio quella che spesso rimane, quando tutto il resto ti si sfalda tra le dita.

Alla mia amica che sa sorridere sempre, persino tra le lacrime; ai miei amici che credono di aver perso il sorriso per sempre, a quelli che sento poco ma ai quali penso molto, agli amici ritrovati e a quelli che vorrei ritrovare: un abbraccio forte. Meno male che ci siete. 

lunedì 10 marzo 2014

Compleanno dell'informatico

Ventisette anni.
Un uomo fatto e rifinito, indipendente e sereno: il sogno di ogni madre sensata. Essere riuscita tirar su una persona che ti vuol bene, ma vive benissimo anche senza di te. Esser fuori dalla sua vita, mantenendo una piccola nicchia dentro al suo cuore. Saperlo felice di star per conto suo, vedendolo entusiasta di trascorrere qualche ora in mezzo alla confusione della famiglia nella quale è cresciuto.
Pensieri felici, un’isola dove riposare cuore e mente, in un periodo di perigliosa navigazione in un oceano di preoccupazioni.
Il ventesimo compleanno che festeggiamo assieme. Una vita intera.
Anni e anni di cure, amore, soddisfazioni alternate a delusioni, sangue amaro e speranze mai sopite, realizzate con orgoglio malcelato.
Vita da mamma e figlio insomma: con quel legame forte, inscindibile, che ti fa sopportare tutti gli alti e bassi che ti sorbisci portando i tuoi rampolli dal triciclo all’auto, dallo script allo statino dello stipendio.  
Un legame che abbiamo stretto scegliendoci reciprocamente come madre e come figlio, nutrendolo ogni giorno di affetto e dedizione. Una scelta avvenuta esattamente diciannove anni fa, in una giornata di sole come questa, una scelta che mi ha regalato un’esperienza rara.
Un figlio che hai partorito ti ama naturalmente. Un figlio che ti sceglie come mamma ti ama consapevolmente.
L’aver sperimentato entrambi questi tipi d’amore fa di me una donna fortunata; una fortuna per la quale ringrazio i miei figli. Davide specialmente: il più grande, quello che ricordava una mamma speciale, quello che ha scelto questa mamma fuori dal normale.

Buon compleanno, Davide.

                                                     La tua mammigna


martedì 4 marzo 2014

Il coraggio dell'impopolarità

Ce ne vuole davvero tanto.
Ci vuol fegato a contrapporsi a quelli cui vogliamo bene, dicendo loro le necessarie verità che non vorrebbero sentire.
Ci vuole coraggio a fare la cosa giusta, quella scomoda, ma l'unica da scegliere nell'interesse di tutti.
Ci vuole carattere per andare oltre le proprie paure, per dimenticare i propri desideri, tralasciare il proprio interesse e perseguire il bene comune. Anche quando fare così ti costa caro, in tutti i sensi.
Ci vuole determinazione per far di necessità virtù, chiudendo per sempre i propri sogni nel cassetto.
Ci vuole generosità per spendersi per gli altri. Persino per quelli che non lo meriterebbero.
Ci vuole pazienza per sopportare l'ingratitudine, il sospetto ingiustificato, le accuse infondate.
E non so nemmeno cosa ci voglia per continuare a sorridere ancora, nonostante tutto questo.
Troppo di tutto, a ben vedere.
Suggerimenti per essere all'altezza?
Doping? Coca? Fuga all'estero...?
Dite la vostra, perché io sto esaurendo gli argomenti a favore del mio impegno multifronte.