giovedì 28 novembre 2013

Che vi racconto oggi?



Vi potrei raccontare di come abbia fatto cadere per due volte in un giorno il mio cellulare, provocandone il decesso. Stanco dei miei maltrattamenti, ha smesso di ricevere: sono stata obbligata a sostituirlo.
Vi potrei dire che la mia prossima vittima è già stata recapitata a Casa per Caso, ma che – forse sapendo il destino che l’attende – alla prima accensione ha reagito evidenziando una bella fila di pixel bruciati. Da sostituire pure questo…
Vi potrei raccontare di come l’informatico si sia offerto volontario per rendermi operativa, presentandosi dopo il lavoro, salvo restare ammazzato dalla delusione. Come anche suo padre, del resto.
Un lutto che nemmeno fosse morto il gatto: cuore tecnologico, quello dei miei uomini.
Vi potrei relazionare sulla singolar tenzone svoltasi in cucina, al piano superiore: una lotta fra titani. L’informatico e il gaglioffo si sono misurati in una sessione di braccio di ferro che li ha lasciati entrambi sfigurati – nessuno dei due intendeva cedere per primo; difatti, hanno concluso in parità – e ha messo a dura prova la resistenza del tavolo sul quale si sono affrontati. L’ho trovato messo di sghembo, spostato di un metro dalla sua posizione naturale. Quei due mi distruggeranno la casa, una volta o l’altra.
Invece, non lo farò.
Invece, vi racconterò la vera notiziona del giorno, anche se poi mi direte che mi vanto: il filosofo ieri ha discusso la tesi.
Ha fatto un figurone: gli è stato detto che è stato il migliore e ha rimediato addirittura un bel trenta e lode!!!
Ecco quindi che domani il nostro Andrea verrà proclamato ingegnere junior: poi c’è da finire la specialistica, ma intanto un primo, grande passo è compiuto.
Sono troppo, troppo orgogliosa di lui: non potevo tacervelo.
Viva Andrea!

mercoledì 27 novembre 2013

Violenza. Parliamone.



Detesto i violenti.
Detesto i prepotenti, gli arroganti, coloro che, credendosi migliori e al di sopra degli altri,  sono convinti di poter agire al di là delle leggi e delle convenzioni.
Mi infastidiscono i maleducati, perché l’educazione è una forma di rispetto per gli altri: mille volte ho provato sulla mia pelle che il cafone è anche un prevaricatore con una pericolosa tendenza alla violenza (verbale e non).
Però è vero: ci sono soggetti contro i quali la violenza si scatena più spesso che su altri.
Ci sono persone che diventano vittime per quello che sono, non per qualcosa che hanno fatto: un nero, un immigrato, un gay camminano tranquilli per la strada e qualcuno li prende di mira, massacrandoli di botte.
E’ il risultato dell’odio razziale, la violenza cieca di esaltati che credono di agire per un bene superiore, infliggendo la giusta punizione a chi osa essere diverso da loro.
La violenza è violenza: ma questo è un tipo di violenza che si distingue e va distinta.
Va segnalata, messa all’indice, prevista e tenuta sotto controllo: ci sono idee velenose che non devono attecchire.
Se è vero che siamo tutti uguali, chi picchia o uccide al grido di “dagli al diverso!” va punito più severamente di chi mena alla cieca. Perché quella è una violenza premeditata, una violenza che viene propagandata, coltivata, giustificata e difesa.
Lo stesso vale per la condizione della donna: non è vero che è la stessa cosa, essere un uomo o essere una donna.
Non ancora: c’è un sacco di strada da fare prima di arrivarci.
Tradizionalmente, sono le donne a rinunciare alla loro indipendenza, per dedicarsi anima e corpo alla famiglia. Per poi trovarsi prigioniere in una gabbia dalla quale non sanno più come scappare.
Un uomo non ha paura a scendere solo sulla strada, anche solo per andare a gettare il pattume.  
Un uomo non deve difendersi da attacchi sessuali in autobus, quando va a passeggio in un parco o  se si avventura in un vicoletto buio.
Un uomo non deve attraversare la vita difendendosi da innumerevoli molestie sessuali, battutine sessiste, supposizioni maligne e discriminazioni di ogni genere.
Difficilmente sono gli uomini ad essere spaventati dal rientro dalle compagne ubriache, che li ammazzano di botte per poi violentarli.
Non sono gli uomini ad essere vetrioleggiati, picchiati selvaggiamente, addirittura ammazzati assieme a chiunque stia loro vicino per aver osato dire: “Non ti amo più. Me ne vado.”
L’amore declinato come conquista, per poi trasformarsi in un senso del possesso che non lascia spazio alla libertà della compagna.
La libertà di fare le proprie scelte in autonomia, di mantenere la propria personalità, le proprie amicizie, i propri spazi e tempi. La libertà di camminargli a fianco per una vita intera, magari, ma sempre con la porta aperta per andarsene, quando le cose non dovessero funzionare più.
Troppo difficile, se fosse così.
Troppo difficile doversi meritare l’amore della donna che si dice di amare, doversi impegnare per farla felice, farla sentire importante, condividere con lei tutti gli impegni che impone l’avere una famiglia.
Molte di noi hanno imparato: hanno imparato a farsi amare nel modo giusto, a non accettare quella brutta frase – Tu sei MIA  e procedono al fianco dei loro compagni mantenendo intatta la loro indipendenza.
Ed ecco che ci sentiamo dire che spaventiamo gli uomini: siamo troppo forti, proterve, inibitorie.
Come funziona, allora? Ci volete solo se siamo deboli, dipendenti e sottomesse?
Se davvero ci amate, rispettate la nostra libertà. In ogni circostanza, anche quando vi vogliamo lasciare.
Già, quando finisce: discutiamo anche di questo.
Quando è lui a dire “Basta!”, lei piange, si abbatte, va in crisi di autostima e si chiede cosa e dove ha sbagliato. Si sente colpevole per non essere riuscita a mantenersi a fianco l’uomo che ama. E spesso anche gli altri rincarano la dose, sulla base dell’assunto: “Fosse stata una buona compagna, lui non l’avrebbe lasciata.”
Mai che qualcuno ipotizzi che l’amore, purtroppo, qualche volta si spegne. E che non è colpa di nessuno.
Quando, invece, a chiudere la storia è lei, sono molti, troppi quelli che reagiscono con violenza, come se gli fosse stato sottratto un oggetto di proprietà.
Non si fanno domande, non si chiedono se e dove hanno sbagliato: non ragionano, s’infuriano, gridano e distruggono. Ciechi di rabbia, si scagliano contro colei che vedono come l’artefice delle loro sofferenze, cercando di annientarla.
E il bello è che continuano a chiamarlo amore.
Se non ti posso avere io, non ti vorrà nessuno. E la sfregiano.
Se non ti posso avere io, non ti avrà nessuno. E la uccidono.
No, questa non è semplice violenza.
E’ qualcosa di peggio, è qualcosa che affonda le radici in una mentalità sbagliata, un modo di pensare che va combattuto con ogni mezzo.
Anche con la Giornata contro la violenza sulle donne.
E’ un problema gigantesco, del quale si sta finalmente iniziando a parlare. Non smettiamo. Non sarebbe giusto. Non per tutte quelle donne che sono morte a causa della coltre di silenzio con la quale si vorrebbe negare una delle più grandi vergogne del nostro tempo.

martedì 26 novembre 2013

Ci devo riuscire



Sono rosa dai dubbi: ho forse perso le mie capacità organizzative? Poiché ora so di avere tempo, mi sono messa a perderlo in modo scellerato? Mi sono trasformata in un’inconcludente fanc@@@sta, per citare alcune amiche mie?
Da quando non lavoro più ho sempre meno tempo per me, sono di corsa almeno quanto prima e la mia vita è uno scapicollarsi dietro a mille e più scadenze sovrapposte.
Devo capire cosa sbaglio o impazzisco, mi sono detta. Non essere padrona del mio tempo in questo modo mi manda ai matti. 
Sapendo benissimo quali sono le origini del mio male, ho iniziato a osservare i miei tormentatori.
L’illuminazione è venuta ieri pomeriggio: mi avevano fissato due colloqui contemporanei, con due prof e in due città diverse. Essendo costretta a fare una scelta tra le impellenze di due figli, e non quelle mie e di un mio familiare, ho razionalizzato, posticipando il meno urgente. Con buona pace della Miss, che già aveva messo il broncio.
E finalmente l’ho capito: da quando non ho un impegno fisso, da rispettarsi per obbligo, tutti quelli che mi circondano sono convinti che io abbia una montagna di ore a mia disposizione. Ecco quindi che mi bersagliano con mille richieste, impegni, seccature e imprevisti da risolvere. E con urgenza, preferibilmente all’ultimo minuto: così le esigenze mie passano all’ultimo posto, come è sempre successo.
Ecco perché non riesco più a fare un programma e a rispettarlo: perché Loro, gli alieni, i gremlins della mia vita si sono impadroniti di ogni mio respiro.
Da oggi in poi, i miei programmi andranno rispettati, esattamente come quelli altrui. I miei impegni avranno pari dignità di quelli loro e la finirò di immolare le mie esigenze a quelle della Famiglia. Esisto anch’io, mannaggia. E’ ora che me ne ricordi, se voglio che lo facciano anche gli altri.
Ora la difficoltà sta nell’impormi questa novità assoluta. E’ da quando sono alta così che m’insegnano a farmi da parte, perché c’è sempre qualcuno più importante di me. Ci sono condizionamenti durissimi a morire. Però io sono una donna forte: devo farcela. Ne va della mia salute mentale.  

mercoledì 20 novembre 2013

Pubblicità ingannevoli



Stucchevoli come melassa, non riesci a evitarle nemmeno abbonandoti alla pay-TV.
Dopo lustri di famigliole apparentemente immuni dai virus più diffusi – broncio del mattino, discussioni feroci per le quote latte e biscotti, l’occupazione del bagno e i tentativi di usucapione del phon – adesso a quanto pare il mulino s’è svuotato.  Ci abita un mugnaio single con la fissa per la cucina, che prova a sedurre le campagnole locali con abbracci al cioccolato. Evidentemente Babbo Felice – ora pensionato del dopo-riforma – s’è dovuto vendere la magione, macina e tutto, accontentandosi di una casa più piccola.
Dove lo troviamo, appunto, in compagnia della moglie, ormai incanutita. Guarita dal mammismo italiano no, però: col ciglio tremulo, eccola dietro ai vetri, ad attendere trepida l’arrivo del figlioletto. Quando costui giunge, zaino in spalla e barba incolta (chissà se puzza pure…), la nostra risponde al suo fischio di richiamo più sollecita di Fido,  aggiustandosi la crocchia, per finirgli appiccicata al collo stile geco.
Il belato: “Ti ho fatto le tagliateeelle!” mi manda ai matti, giuro.
Possibile che le madri della pubblicità debbano essere sempre ritratte come delle mentecatte?
‘Sta cosa mi offende.  La sottoscritta è molto fiera della serenità con cui rimane a distanza dai suoi rampolli più grandi, si fa un vanto di non vessarli con indagini continue su ciò che fanno e dove sono, è orgogliosa di essere capace di organizzarsi la vita a prescindere da loro.
Poi, nel fine settimana, arriva il filosofo da Padova e quando me lo trovo accanto all’improvviso gli balzo al collo, stritolandolo in un abbraccio che manco fosse appena tornato dal fronte. Sempre nel week end (periodo pericoloso: non vedo l’ora di iniziare la stagione sciistica. Almeno con quella scusa mi terrò lontana dalle tentazioni…) passo una giornata in riva al mare con una coppia di amici, ma al rientro... telefono al maggiore e gli chiedo se gli possiamo scroccare un caffè. Mostrar loro come si è sistemato bene è un'esigenza imprescindibile.
Sull’uscio, mi volto, lo saluto e gli bisbiglio: “Scusa se ogni tanto irrompo qui con qualche amico. Ti scoccia?”
Lui mi sorride, mi fa un paio di grattini veloci, poi mi risponde con espressione affettuosa: “Tu puoi fare quello che vuoi, mamma!”
E io vado in solluchero in diretta. Una roba da diabete conclamato. Possibile, dico io, che non riesca a tenere sotto controllo la mia quota di zuccheri circolanti? Credevo di essere vaccinata, mannaggia!
Ha ragione la Miss: sono un incorreggibile pennuto. Goffa come un tacchino, con un cuore di chioccia.
Mi passerà mai? A questo punto, ho paura di no.