lunedì 30 settembre 2013

Le valigie nell'ingresso



Per favore, non ditemelo.
Non ditemi così: sta andando solo a Padova,  lo posso andare a trovare quando voglio, con Skype sarà come se fosse qui, anzi, meglio. Salvo rare eccezioni, con quella giovane ostrica non si scambiano più di dieci parole al giorno.
Non ditemelo:  è un adulto, se vivessimo in un Paese anglosassone sarebbe fuori di casa da anni, ha finito la triennale dunque evviva evviva, con questo sistema anche la magistrale arriverà prima di sicuro.
Sono tutte cose che so e che mi ripeto come un mantra da un pezzo.
Stamattina è tutta un’altra cosa, però. Stamattina le valigie stracolme sono tra i piedi per l’ultima volta, tra poco andrà a prendere il treno e da stanotte non dormirà più a casa.
Un’altra testa sul cuscino che non posso più contare prima di andare a dormire.
Senza contare che di certo nel prossimo biennio un’esperienza all’estero salterà fuori: e allora lì sì che non sarà dietro l’angolo. E poi, se non torna? Se trova fuori dai confini nazionali il suo destino?
Lo so, lo so: sono io la prima che se ne voleva andare. Sono io che gli ho insegnato a guardare la vita senza il paraocchi. Sono io che ho cercato di insegnargli ad essere cittadini del mondo.
Tutte queste sono razionalizzazioni.
L’unica cosa vera è il mio cuore che si sbriciola un’altra volta, un mese esatto dopo la prima. Vediamo se stavolta riesco a evitare di aggrapparmi al suo collo come una scimmia, frignando come una fontana. Vi saprò dire. Nutro forti timori sulla resistenza delle mie paratie, però. Lo confesso.

venerdì 20 settembre 2013

Due notti d'incanto

Dopo due anni di attesa, quasi.
Una carissima amica ci ha regalato ‘sto cofanetto Smartbox, che la sottoscritta rimira con desiderio da mesi e mesi. Jurassico, sempre strapreso dal suo lavoro, non trovava mai il fine settimana giusto per incantarsi.
Finalmente, la settimana scorsa arriva il gran momento: l’uomo ha deciso e deliberato che venerdì e sabato saranno le nostre notti.
“Due notti d’incanto, voi…?!” bercia il gaglioffo, incredulo.
“Sì, noi. Perché?”
“Ma per favore, alla vostra età… Meglio che stiate a casa, a vegetare davanti alla TV!” dichiara, sdegnato.
“Ma come ti permetti? Non siamo mica due mummie!”
“…”
Lo sguardo che ci lancia è più eloquente di mille parole. In effetti, 110 anni in due sono una bella cifra; nonostante ciò, siamo determinati a goderci il nostro fine settimana cuore a cuore. A dispetto di tutto e di tutti.
Mi fiondo sul sito, perdendoci sopra più di due ore; il marito mi raggiunge e con due click – due! – trova quello che fa per noi. Sono un’imbranata senza speranze.
Terrorizzata di pigiare qualche tasto sbagliato, alla tastiera sembro un bradipo assonnato: però riesco – almeno – a mandare a buon fine la prenotazione.
Seguirà mail di conferma: Il vostro cambio di prenotazione è stato accettato.
Che cambio di prenotazione? Io non ho cambiato niente!
Il vostro “Insolito fuoriporta” si svolgerà presso il Luna Residence di Casalmaggiore nei giorni di…
Che succede? Io fisso due notti da sogno e loro mi appioppano un insolito fuoriporta?!
Ma che porta e porta! Io voglio le notti da sogno!!! Come si permettono???
Uffa. I nostri dati anagrafici remano contro le mie velleità da piccioncina. Meglio che mi adatti alla mia condizione di vecchia gallina, deponendo le armi del romanticismo d’antan.
Siamo troppo vecchi per queste cose: lo dice anche la Smartbox.

giovedì 19 settembre 2013

Cose belle, cose meno belle

Iniziamo da quelle belle, va’: l’informatico si è perfettamente adattato alla nuova vita.
La sua casa è in ordine e pulita, la sua alimentazione ordinata  e lui sembra felice.
I fratelli lo interrogano via mail e sms, mentre lui per placare le mie ansie materne mi manda le foto delle cene che si cucina e dell’insalata che si compra. 
Vi ho raccontato come teneva la sua camera, no? Temevo che in pochi giorni avrebbe reso il suo appartamento uno stallatico e il suo frigo una miniera di bombe caloriche: e invece…
Ogni tanto ci sentiamo via Whatsapp per consigli di economia domestica (dall’uso corretto dell’antitarme al programma di lavaggio giusto per i calzini, mio figlio sta scoprendo un mondo sconosciuto) e qualche volta la nostalgia dei fratelli si fa sentire.
Come previsto.
Contrariamente alle previsioni dei più, però, ciò non lo spinge a pietire qualche pasto a casa di mammina: l’uomo invita il fratello di turno, cucinandogli un pranzo o una cena. La Miss, sempre a dieta, è stata invece invitata per un the con due biscotti.
Il gaglioffo, addirittura, sta meditando di inserire il fratello nella sua routine di abboffate fuori casa: il venerdì dalla nonna, il sabato da Davide. Menù esagerato, ovviamente: tutto quello che la mamma non fa mai, per riguardo alle arterie di famiglia.
La sottoscritta, sullo sfondo, gongola, mentre il resto del mondo trasecola: come, il giovane non è ancora morto d’inedia, non ha fatto esplodere la cucina, non è annegato in una lavatrice?
Le altre madri strabuzzano gli occhi, poi mi chiedono come ho fatto a programmarlo così. Forse credono sia un robot, che spaccio per un figlio vero.
Ma davvero un ventiseienne è un fenomeno paranormale perché si sa cucinare una pizza? Il mammismo raggiunge dunque punte più elevate del mio? Perché il più delle volte mi sento una chioccia senza speranza, ma i fatti dicono che il livello di autonomia dei miei rampolli è superiore alla media.
Boh!
Quanto al resto della famiglia, le cose funzionano meglio di quanto avessi mai potuto augurarmi: il gaglioffo, in particolare, ha un comportamento sorprendente. In senso positivo, per una volta.
Con la scuola le cose stanno andando sempre meglio; in più, il nostro ha iniziato a sfruttare – anche nella quotidianità –   un’attrezzatura sottoutilizzata da sempre: il suo cervello.
Fresca di ieri: “Scusa, mamma, dove ha sede l’immaginazione? Io credo di averne più della media delle persone… Mi è venuta la curiosità di sapere quale sia la zona del cervello che la controlla. Tu lo sai?”
Ecchediamine!
Mi sono barcamenata con quel che ricordavo dei miei studi universitari, ma poi l’ho rimandato alle spiegazioni del neurologo di famiglia. Il quale, tra le altre cose, gli ha suggerito di leggere un testo scritto a quattro mani da Popper e un neurologo. Quando l’ho sentito, mi sono preparata a una rispostaccia. Jurassico esagera sempre quando decide di fare il pedagogo…
“Mhm. Sembra interessante… Me lo cerchi, mamma? Voglio provare a leggerlo!”
Glielo cercherò, sicuro. Appena finisco qui. Però qualcuno deve cercare il figlio a me: perché questo non è lui. Questo è un ologramma che qualcuno mi ha messo in casa per evitare che giungessi a gesti estremi.

Ed ora, le cose meno belle: l’informatico è appiedato. Tamponamento a uno stop. Proprio l’imprevisto giusto, in un momento come questo…
La sfiga è sempre all’erta, però. Se le cose ci vanno per il verso giusto, trova sempre il modo di rovinarci – almeno in parte – la festa.   
Uffa.



giovedì 12 settembre 2013

Primo giorno di scuola



Non si sfugge. Anche a Casa per Caso oggi è il primo giorno di scuola.
Il gaglioffo riemerge dalla sua camera da letto infilandosi i calzoni lunghi, con un muso ancora più lungo.
“Che depressione! Dopo tre mesi di calzoncini corti, riadattarsi alla tortura dei pantaloni lunghi è orribile…”
Se li infila, si rimira allo specchio con malcelato orgoglio, poi se li strappa via come una furia.
“Che fai, sei impazzito?”
“No. La colazione voglio godermela in libertà!”
Indossa un paio di informi pantaloncini corti, terminando le operazioni di civilizzazione così, scosciato. Poi, si riveste – definitivamente stavolta – e si avvia al patibolo.
“Ma dai, via… Rivedi tutti i tuoi amici, in fondo! Non sei contento?”
“Di che amici parli? Ti sei dimenticato che la mia è una classe infestata da femmine? Gli amici li rivedo DOPO, su Fb, quando torno a casa!”
“Ah. Già, hai ragione, dimenticavo…”
Parte, declamando: “E meno male che non piove, almeno! Sai se mi toccava partire sotto le intemperie? Una guerra!”
Plateale, l’animale. E sgrammaticato, pure: ammazza persino i congiuntivi al suo passaggio, stamattina.
 La Miss è partita prima ancora che ci alzassimo, e mi bersaglia con una serie di sms.
“Ho la sesta ora, mi vieni a prendere sennò torno alle 15,30?”
“Ok, dopo passo…”
“Mimmi, grazie per la disponibilità, ma mi hanno tolto la sesta ora, non serve che vieni!”
“Io oggi mangio solo fiocchi d’avena che domani ho greco!  :-( ”
Benissimo. Nemmeno due ore di scuola, e già iniziano le paranoie. Non oso pensare a come sarà ridotta a maggio, questa… Saranno i miei peggiori esami di maturità, me lo sento.
Intanto, giunge l’ora di pranzo, e con essa il rientro del soldato dalla trincea.
“Ehi, giovane! Allora? Com’è stato il primo giorno di scuola?”
“Benissimo. Sono pieno di donne, come il solito.”
“Notizia fondamentale. Del resto che mi dici?”
“Un disastro! Sono l’unico che ha fatto tutti i compiti! E tra l’altro il mio libro di inglese era per la quarta, così ho lavorato il triplo degli altri!!!”
“Embè? Sei stanco, ti ha fatto male, che c’è che non va?”
“Niente, in realtà. E figurati se sono stanco. Mi scoccia solo vedere che gli altri hanno fatto ancora meno di me!”
“Ma lascia perdere, tonto. Che gli hanno detto i prof?”
“Tra quindici giorni devono aver finito tutto…”
“Ecco, appunto: chi ben comincia è già a metà dell’opera. Loro si dovranno scannare e tu no. Non mi sembra che i furbi siano loro…”
“Mhm. Forse hai ragione.” mugugna lui, sempre accigliato. Poi va a vedersi I Borgia su MySky e dal divano mi arriva un’implorazione:”Mi compri i morbidi amici?”
“E che sono ‘sti morbidi amici?”
“Brioches al cioccolato!”
“Scordatelo!”
“Crudele… A proposito, dov’è il mio morbido amico?”
“Dorme sulla mia sedia, in camera da letto.”
“Morbido amicooooo…” ulula, facendo i gradini tre a tre, per avventarsi sulla sua preda. Niente come il nostro gattone grigio ha il potere di risollevare l’umore dei sofferenti.
Quando rincasa la Miss, invece, mi mitraglia con tutta una serie di informazioni terroristiche sugli esami, m’informa delle carenze del suo corpo docenti (come sempre, manca più di qualcuno all’appello), ingoia quattro fiocchi di latte e un pacchetto di cracker, poi vola al piano superiore per studiare.
“Non ho tempo, devo correre!!! Sennò non riesco a venire in palestra con te!”
Questa sembra Bianconiglio, invece. Tarantolata.
Insomma, la scuola è davvero cominciata di nuovo. E si sente!



mercoledì 11 settembre 2013

Vi siete mai sentiti un fallimento completo?



Io sì, in tutta franchezza. Ieri lo scrivevo per scherzo, è vero, ma ci sono stati molti momenti nella mia vita durante i quali la convinzione di non riuscire a combinare nulla di buono era fissa nella mia testa.
Avete presente quando ce la metti tutta, ma proprio tutta, per far funzionare le cose, ma quelle vanno tutte storte lo stesso? Quando non riesci a portare a casa un risultato che sia uno, assistendo impotente alla dissipazione dei tuoi immani sforzi?
Beh, in momenti così non è facile dire a se stessi: “Non sei tu a valere zero. Non tutto dipende da te: se gli altri non fanno la loro parte, cede un pilastro importante della tua costruzione. Che va giù a dispetto di te e di quello che di buono hai fatto”.
Hai l’impressione di autoassolverti, di non essere onesto con te stesso, di voler ascrivere ad altri le tue responsabilità. Così, finisci con l’assumerti anche quelle altrui.
Senza contare che il mondo, attorno a te, è lì pronto con l’indice puntato: appena qualcosa va storto, la colpa è tutta tua. Garantito. Se invece le cose vanno per il verso giusto, caspita come sei stata fortunata!
Comunque sia, è un fatto: siamo abituati a valutare la qualità del nostro lavoro e l’efficacia del nostro impegno sulla base dei risultati ottenuti. Ecco perché di fronte a un fallimento (matrimoniale, lavorativo, dei figli) siamo lì subito pronti ad autoflagellarci.  
Gli uomini sono vulnerabili nel campo del lavoro: quando quello gira storto, precipitano spesso in depressione, compromettendo talvolta anche tutto il resto.
Ho visto matrimoni vacillare per le frustrazioni carrieristiche del marito; e una delle cose più difficili anche nel nostro, di matrimonio, è stato impedire che le nostre frequenti ambasce lavorative interferissero con la nostra vita familiare. Per fortuna ci siamo impegnati in due anche in questo senso.
Resistere  a tale deriva è un’impresa non da poco: eppure, è vero che la maggior parte di quel che ci succede è governato dal caso.
Bastassero capacità, preparazione e impegno, non ci sarebbero problemi: di sicuro tutti i miei amici attualmente nei guai navigherebbero nell’oro. E’ tutta gente più che in gamba.
Ho visto persone validissime vegetare per anni a causa di un capo invidioso o incapace – quasi sempre ambedue le cose – che bloccava loro la carriera, ostacolava i loro progetti, non concedeva loro spazi e strumenti per esprimersi professionalmente. Con un altro capo, la situazione si è ribaltata: successo professionale garantito.
Eppure, il soggetto interessato non è cambiato.
Ancor peggiore è il caso opposto: carriere sfolgoranti di personaggi eccezionali, messe a rischio o, peggio, annientate dagli errori di valutazione di una dirigenza che, per motivi vari, inizia a prendere le decisioni sbagliate.
Quante persone avete visto coinvolte in simili circostanze?
Nonostante questo, la gente si basa praticamente solo sugli status symbol per valutare gli altri. Ti giudicano dalla poltrona sulla quale stai seduto e dal tuo conto in banca, non dal tuo operato. Che tristezza, ragazzi…
E parliamo di noi donne, ora: soffocate dall’ansia di prestazione in famiglia, ci sfasciamo per conciliare casa e lavoro, ci carichiamo di tutto e di più, inclusi incidenti e fallimenti. Ci sentiamo moleste se chiediamo aiuto, come se la collaborazione dei nostri cari fosse un optional per la riuscita dei nostri progetti di vita. Un matrimonio si fa funzionare in due: se s’impegna solo una delle due parti esso fallisce, o sopravvive a se stesso, vegetando dietro a un ologramma di famiglia felice. Idem dicasi per l’allevamento rampolli: in due si fa di più, con meno sforzo e sbagliando molto meno. Due teste ragionano meglio di una, è matematico.
Così, anche adesso che la sorte sembra essersi distratta, concedendomi un periodo di relativa tranquillità, non canto vittoria, non mi considero arrivata e, soprattutto, non mi ascrivo meriti che non ho. Sono solo tanto contenta nel vedere che tutti, in famiglia, stanno facendo del loro meglio perché tutto funzioni. E mi godo il momento, condividendo con voi qualche sprazzo di questa tanto attesa e sognata serenità.