martedì 5 marzo 2013

La verità mi fa male


Una coppia di amici ci viene a trovare, assieme ai loro due bimbi: un tellurico quanto simpatico maschietto di cinque anni e la graziosa sorellina di diciotto mesi.
In meno di mezz’ora, Casa per Caso assume l’aspetto che per anni ha avuto ventiquattr’ore su ventiquattro: un tappeto di giochi copre il tappeto del salotto, una cassa di Lego ingombra il passo, soldati, mostri e animali orribili sciamano per ogni dove, mentre i due minori bisticciano per proprietà e utilizzo delle numerose risorse a disposizione.
Tutto regolare, insomma.
Con l’occhio tremulo, osservo la scena, rilanciata indietro di tre lustri, ai tempi nei quali erano le belve a impazzare nel salotto. Solo che, se la mente torna ai miei verdi anni, la mia spoglia mortale rimane ancorata alla sua attuale condizione, sotto l’occhio impietoso della gioventù d’importazione. Seduta in braccio al papà, la piccina mi osserva fissamente, con la fronte aggrondata e un’espressione vagamente incerta. Dopo un breve periodo di meditazione, mi dedica un sorriso spalancato ed esclama: “Nonna!!!”, provocando un coccolone a suo padre, il quale inizia ad arrampicarsi su ogni possibile specchio per farmi credere che la bambina chiama tutti nonno oppure nonna.
Come controprova, cerca di dimostrarmi che tale appellativo non risparmia nemmeno il fratellino: “Costanzaaaaa, chi è quello…?” le domanda, indicandolo.
Ignara di tutto, sopraggiunge la mamma, che rincara la dose: “Chi è quello? Il t…”
“TATO!!!” è la corretta risposta della bambina, risposta che precipita il padre nella disperazione.
“Nooooo! Me l’hai messa fuori strada! Ci stavo riuscendo…”
Occhiata interrogativa di lei, incapace di capire il motivo per il quale tato, riferito a un bambino di cinque anni, possa essere considerata una risposta sbagliata.
Sghignazzando, la informo dei risibili tentativi di suo marito di far chiamare nonno il povero piccolo. Roba da fargli venire una crisi d’identità già alla materna.
Comunque sia, io devo superare la crisi che ha preso me, nel rendermi conto che ormai sono ridotta ad essere identificata come antenata; nel frattempo, ci raggiunge Jurassico, il quale viene accolto da un grido trionfale: “NONNNNNNO!!!”
Qui non c’è stata nemmeno l’esitazione iniziale: la datazione è stata immediata e precisa.
Magra consolazione per me, che nel frattempo sto metabolizzando a fatica il primo nonna della mia esistenza.
In qualche modo, me ne faccio una ragione, dichiarando: “Insomma, ho un figlio di ventisei anni. Potrei essere nonna eccome!”
Avete presente, no, quelle cose che si dicono e si sanno, senza però sentirle davvero dentro? Ecco, diciamo che raggiungo quella fase e lì rimango, tutto sommato senza sentirmi eccessivamente male.
La botta finale arriva tre giorni dopo, quando mi ritrovo ferma in coda, alla guida dello squalo. Lungo il marciapiede, vedo avanzare una mia vecchia compagna di scuola, alla quale invio un  allegro cenno di saluto. Costei risponde sbracciandosi come un controllore di volo, cercando di dirmi qualcosa. Abbasso il finestrino e lei mi strilla, tutta felice: “Ciao Vale!!! Sai che sono diventata nonna?!”
Mi sono congratulata. Ma solo perché sono una donna beneducata e vittima (per fortuna) di potenti freni inibitori. Avessi detto quello che pensavo veramente… Poverina. Non è colpa sua, ma certe verità fanno male. E tu detesti chi, impietoso, te le schiaffa davanti.