giovedì 31 gennaio 2013

Telefono... casa



Il telefono è un oggetto in grado di tirare fuori il peggio di noi, è dimostrato.
A parte l’uso scellerato del cellulare fatto dalle persone più insospettabili (ho visto con i miei occhi compite signore dimenticarsi i fondamentali della buona educazione, non appena avvertono lo squillo del Blackberry…) c’è l’incapacità di gestire gli imprevisti, se questi avvengono dietro a una cornetta telefonica. Pare che il fatto di essere invisibile all’interlocutore scateni in alcuni soggetti comportamenti e modalità espressive da primate.  
Ieri sera sto sfaccendando in cucina, quando mi arriva una chiamata sul cellulare: numero in chiaro, sconosciuto.
Rispondo con un “Pronto?” asettico, ma cortese.
Dall’altro capo, un silenzio sconcertato. Poi una voce maschile mi apostrofa in modo grezzo e quasi aggressivo: “Chi parla???”
“Scusi, è lei che chiama. Sta a lei qualificarsi, per favore...” rispondo io, un po’ seccata.
Che modi sono? Sei tu che stai disturbando me, mica io ad essere in difetto perché non sono chi ti aspettavi… penso io, mentre dall’altra parte tutto tace.
Di fronte alla mia reticenza nel rivelare le mie generalità, scatta automatica l’esigenza di anonimato anche nel mio interlocutore. Il quale, peraltro, è iscritto negli elenchi utenti di Paginebianche: una curiosità che mi toglierò appena riagganciato con il tizio. Evidentemente, in questo momento non se lo ricorda.
Difatti, invece di dirmi chi parla, l’ominide emette una specie di bramito.
Raccoglie quindi le idee per qualche secondo, per poi sbottare in un imbronciato: “Cerco Degrandis!”
Il nome è di fantasia. Il dialogo, per quanto surreale, è invece reale.
“No, mi dispiace. Ha sbagliato numero” lo informo io, chiarendogli (se ce ne fosse bisogno) che è lui ad aver usato male la tastiera. Non io ad aver rubato il telefonino di suo cugino o chi per esso.
Qui ci starebbe, almeno, uno scusigraziebuonasera.
Invece, dalla cornetta fuoriesce un suono prolungato, come se il tizio avesse esalato l’ultimo respiro.
Click. Fine della chiamata.
E’ una cretinata, lo riconosco: però mi ha messo proprio di malumore. La maleducazione  che entra di prepotenza nella mia vita mi dà l’orticaria: è così difficile essere gentili? Scusi, grazie e per piacere sono termini tassati? Dall’uso sporadico che ne fa la gente, sembrerebbe proprio di sì.

martedì 29 gennaio 2013

Accoglienze trionfali



Dopo dieci giorni di assenza, devo dire che ho colto qualche segno di gioia per il mio rientro. Il gaglioffo si è lasciato dare un bacio (che gli è arrivato sul collo, stile morso del vampiro: se quello non si china, non ci arrivo più a baciarlo sulle guance. E poiché è troppo grande per le coccole, risulta sempre un po’ imbacchettato, quando mi permette di avvicinarlo..), la Miss mi ha accolto con esclamazioni di giubilo, i due maggiori mi hanno circondata d’affetto. Carini.
Poi, c’è l’amica di sempre: compagna immancabile di  passeggiate interminabili, fida camerata tra i flutti della piscina, sempre pronta ad accogliere una proposta di incontro a cena con mariti appresso, anche se combinato all’ultimo minuto. La flessibilità fatta persona, a proposito di quel che si diceva ieri.
“Che ne dici se dopo la piscina vengo a bere un caffè da te?” le chiedo.
“Certo! Ti aspetto…” è la risposta, entusiasta come sempre.
Quella donna ha il sorriso facile: sarà per quello che mi è così cara. Inoltre, ha una macchinetta del caffè che è un portento: il che non guasta, per una viziata come me. Tra Jurassico e l’informatico, una mia richiesta di cappuccino non resta mai inascoltata, a Casa per Caso.
Un po’ provata dall’allenamento intensivo inflittoci dal solito istruttore senza cuore, giungo dunque da Renata, pronta per gustarmi un macchiato fatto come dio comanda.
“Ahem… mi sono accorta di essere rimasta senza latte: per te è un problema?”
“Ma dai! Lo berrò con un po’ di zucchero, per una volta. Va benissimo lo stesso”, rispondo.
E sono sincera, mannaggia a me.  
Parte la solita raffica di chiacchiere, mentre arriva l’agognato caffè. Bello, cremoso, fumante: in una parola, perfetto.
Aggiungo un mezzo cucchiaino di zucchero e ne bevo un sorso.
Dopo alcuni secondi di scannerizzazione, realizzo che, se non sputo all’istante, vomito: raggiungo dunque di corsa il lavandino, dove assai poco elegantemente mi libero dell’orrido liquido.
La nostra mi fissa strabiliata, e pure un po’ scocciata: “Beh? Che ho detto di tanto strano da farti andare di traverso il caffè?” mi apostrofa con aria offesa.
“Quello lì è SALE!!!” agonizzo io, indicando l’arma del delitto.
Agonizzo solo per qualche secondo, a dire il vero: immediatamente dopo, sono presa da un attacco di ridarella irrefrenabile.
L’avvelenatrice, soffocata dalle risate a sua volta, si affretta a prepararmene un altro, implorandomi di non rivelare a nessuno l’accaduto: pare che abbia cambiato di recente saliera e zuccheriera, scegliendole identiche. Unica differenza, le dimensioni: mentre tutta la famiglia preconizzava pericolosi scambi, l’infame sosteneva l’impossibilità di errori, viso che la saliera è più piccola. Infatti, s’è visto.
Ora pubblico il post, e mando il link a tutta la sua famiglia. Certi delitti meritano un castigo.

lunedì 28 gennaio 2013

Di nuovo a casa



No. Stavolta non avevamo proprio nessuna voglia di tornare alla base: un’altra settimana di pausa sarebbe stata una mano santa, soprattutto per Jurassico. Ma non si può.
Ergo… Rieccoci qui, accolti a braccia aperte dalle lavatrici, mentre le lavastoviglie, sullo sfondo, mi fanno l’occhiolino.
Da ieri, non faccio che lavare, come norma vuole. Tuttavia, devo ammetterlo: i ragazzi stavolta mi hanno stupito.
Gatti ben pasciuti, niente rifiuti dimenticati, niente angoletti riposti incasinati, niente frigoriferi svuotati. Si sono ricordati persino di smaltire il riciclabile.
Il filosofo ha cucinato quasi sempre, nonostante abbia dato un esame; il gaglioffo si è occupato della logistica (la spesa non ha più segreti, per lui) e l’informatico si è lanciato addirittura con le cotolette, una sera. Senza nemmeno lasciare uno scenario postatomico alle sue spalle.
Insomma, che dire? Sembrano autonomi davvero.
Tutti, tranne la Miss: la quale, in epoca scolastica, manda in stand by tutto il resto. Le rimane giusto il tempo di dedicarsi alla toletta (roba da ore tutti i giorni, cmq…): ciò che rimane, lo facciano gli altri.
La faccenda ha provocato le (giuste) proteste dei fratelli, i quali o studiano come lei, oppure lavorano. Perché loro si danno da fare e lei no?
Dovrò spiegare anche a lei i segreti della flessibilità: le scalette delle cose da fare sono utili, le agende indispensabili. Ma se diventano un binario imprescindibile la tua vita rischia di diventare interessante quanto quella di un convoglio ferroviario: orari prefissati, percorsi prestabiliti, capacità di adattamento zero.
Ci sarà un modo per insegnarle la duttilità senza stravolgerla? Devo escogitare qualcosa: l'elasticità ti può salvare la vita. Io ne so qualcosa.

giovedì 24 gennaio 2013

Passeggiata romantica


Che goduria, ragazzi!
Jurassico e io dormiamo un numero di ore talmente esagerato che i casi sono due: o ci paghiamo sopra l’Irpef, o ci scatta il redditometro.  
Il posto è straordinario: panorami unici (le Dolomiti non tradiscono mai), piste da sci spettacolose, passeggiate indimenticabili.
Tutto perfetto, sulla carta.
Come si spiega, allora, che ho qui il consorte, più morto che vivo, che si trascina qui e là lamentoso come una vecchia cornacchia?
Tutto è iniziato ieri: cinque ore di sci l’hanno stroncato. La scusa ufficiale è il fermo forzato di più di un anno cui l’ha costretto il lavoro; io dico viceversa che qui stiamo invecchiando, ma che non vogliamo ammetterlo.
Comunque sia, oggi l’uomo ha dato forfait.
“Se metto gli sci, non torno a casa intero. Per oggi, meglio una tranquilla passeggiata senza pretese.”
Paziente e conciliante, trovo un tragitto adeguato alle nostre esigenze: il nostro valuta la cartina, e decide che è proprio quello che ci vuole. Alle undici del mattino, sole alto nel cielo, aria tersa tutt’attorno, partiamo alla ventura.
Ora, mio marito è assolutamente convinto di avere una bussola installata nel lobo frontale: ergo, ogni volta che si arriva a un bivio, e la sottoscritta estrae la piantina topografica (penosamente insufficiente, va detto: però interpretabile, sia pur con uno sforzo intuitivo non indifferente) azzardando un’ipotesi di tragitto, lui decide d’imperio.
“Si va di qua!”
Se potesse, ci metterebbe anche l’accento su quel qua. Superfluo aggiungere che io andrei di la… Opinione che ben mi guardo dal difendere, essendo dotata del senso dell’orientamento di un pipistrello a mezzogiorno.
Il suo decisionismo, ahinoi, è foriero di guai: oggi siamo finiti in mezzo a un bosco, a camminare per ore nel nulla più assoluto. Unico segno di vita, lungo la pista tracciata, le impronte di svariati ungulati. Per il resto, solo silenzio e nemmeno funghi: neve, neve, e ancora neve.
Alla prima fase di entusiasmo per la location ipernaturalistica, fase sottolineata dal crepitio degli scatti fotografici, è seguito un lunghissimo silenzio, rotto solo dal nostro respiro mozzo. Quando l’uomo si è fermato e si è messo a brucare la neve, distrutto dalla sete, ho dato voce alla mia perplessità: “Che fosse da prendere la strada più in basso?”
“Quella che dicevi tu…?”
“Mhm.”
“Forse. Ora vedo dove siamo.”
Attanagliato dal dubbio, il marcopolo della situazione afferra il cellulare e attiva il localizzatore satellitare: siamo all’interno di un percorso circolare. Tempo di percorrenza previsto: due ore e quaranta, salvo incidenti.
Decidiamo di interrompere all’istante il giro vizioso, e torniamo sui nostri passi. Questa volta un incontro lo facciamo, e non è l’uomo di Similaun: è uno scialpinista, che sta percorrendo il nostro tragitto in compagnia del suo cane. Che se s’inceppa, la bestia di certo provvede a farlo ritrovare: se caschiamo noi, invece, ci rinvengono tra qualche anno, ridotti a due ghiaccioli.
Ripercorriamo gli ameni luoghi a ritroso, trovando finalmente il viottolo giusto da seguire.
Dopo un’altra ora di cammino, ecco apparire i primi tetti: chiaro segno di rientro alla civiltà.
Jurassico, nel frattempo, vaneggia di pastasciutte abbondanti e vino a volontà.
La sottoscritta, dopo essere stata dileggiata per i suoi dotti commenti sulla qualità del letame conservato nei masi appena sorpassati (ebbene sì: il papà mi ha insegnato a riconoscere il bouquet del letame sano), simpatizza con una pecora nera, seguita a ruota dalla sua padrona.
“E’ una birichina! Non ha nemmeno un anno… scappa sempre!”
Si vede che le pecore nere si comportano come tali anche in natura.
Un passo dopo l’altro, raggiungiamo finalmente casa: sono le tre e mezzo del pomeriggio.
L’idea era quella di fare un po’ di movimento, per riattivare i muscoli gravati dal superlavoro di ieri: di movimento ne abbiamo fatto, questo è certo. Che i muscoli di Jurassico si siano rimessi in sesto, molto, molto meno.




lunedì 21 gennaio 2013

Zanne in bianco


Ci sono momenti della vita nei quali una vacanza rappresenta una terapia: ebbene, Jurassico e io siamo in cura.
Siamo partiti ieri, alla volta dell’Alta Badia.
Se si potesse trasformare in forza motrice la tensione, saremmo arrivati a destinazione consumando meno di mezzo bicchiere di gasolio. Eravamo due corde di violino, sempre lì a darci addosso l’uno con l’altro, sotto lo sguardo rassegnato dei figli.  
“Andate, riposatevi e divertitevi. E non litigate!” ci hanno raccomandato i nostri saggi rampolli, ormai abituati a queste scene cruente, tipiche del pre-ferie.
Come ci conoscono.
Dopo meno di due ore dall’arrivo, diventiamo due gattoni ronfanti e trascorriamo d’amore e d’accordo l’intero periodo di vacanza. 
La difficoltà vera sta nel superare senza danni psicofisici le dodici ore precedenti.
Ci ha pensato il tempo a sedarci: a trenta chilometri da casa già nevicava. Abbiamo accumulato più di un’ora di ritardo per le condizioni di tempo proibitive e per colpa di un SUV che ha deciso di fare una capriola in curva.  Le avverse condizioni ambientali, il camper che ha deciso di sganciare un componente on the road (Jurassico ne ha raccolto il pezzo un attimo prima che lo perdessimo) e la necessità di tenere gli occhi ben aperti hanno stimolato il nostro spirito di squadra, azzerando la tendenza al litigio.
Da ricordare l'esperienza con i miei doposci: tanto era che non li indossavo, da trovare al loro interno la mummia di una cimice. In più, la cerniera era semibloccata dall'inattività. Una tristezza...
A dispetto delle difficoltà, siamo arrivati sani e salvi, immergendoci in un panorama incantevole, sotto una sottile nevicata. Impagabile la passeggiata mano nella mano sotto un turbinio di fiocchi, tra lucine e casette di legno, nella tipica atmosfera sudtirolese. Anche le sculture di neve, abbiamo trovato ad attenderci: una meraviglia. Eravamo entusiasti, di tutto e per tutto, nonostante tutto. 
Da tigri dalla zanna facile a  sposini in viaggio di nozze, nel giro di mezza giornata. Siamo due mutanti, non due esseri umani. Hanno ragione i nostri figli: siamo ridicoli.
Cunque sia, oggi non si scia. Eppure, siamo felici lo stesso: ci bastiamo. Dopo quasi vent’anni assieme, va bene così. Zanne incluse.

venerdì 18 gennaio 2013

Finalmente ferie



Piano per la settimana: sci, sci e ancora sci. 
Previsioni meteo: tempeste di neve e vento a turbini sull’arco alpino, almeno per i prossimi tre giorni.
No comment.