martedì 16 ottobre 2012

Tutto quello che avresti voluto sapere sulla maternità..




… ma che nessuno si è mai degnato di dirti.

Quando ti fissano innamorati dalla culla, sgambettando come ciclisti in volata, quel frugoletto è il centro dell’universo. E sentirsi il centro del suo dà un senso alla tua vita. Peccato che, appena il suddetto frugoletto è grande abbastanza da mettersi le dita nel naso, tu già inizi a stargli stretta. Per diventare decisamente troppa dagli undici anni in su.
Una a quel punto entra in crisi: “Perché mai gli sarò diventata antipatica d’improvviso?” si domanda, facendosi mille esami di coscienza. 
Poiché tutt’attorno è pieno di supermamme brave, soddisfatte e felici, con figli magnifici, bravi e belli, non ti arrischi nemmeno a chiedere qualche parere in giro. Ti acquatti nel tuo angolo, e soffri in silenzio.
In silenzio, insomma: non sempre. Qualche volta hanno il potere di farti uscire dai gangheri, quei malfattori, facendoti raggiungere livelli di aplomb degni di una baccante.  
Comunque sia, volendo mantenere un minimo di contatto umano con la prole adolescente, una si deve abbandonare ai più complessi equilibrismi: il confine che separa la comprensione dalla condiscendenza, la complicità dalla connivenza, l’istinto di protezione dalla iperprotettività è via via più labile.
Mano a mano che crescono, mantenere lucidità e obiettività di giudizio è sempre più complicato: specie se complicate sono le situazioni in cui si cacciano.
E il tuo senso di inadeguatezza (quando non addirittura di inutilità) cresce con loro. Che goduria, ragazze mie.

Non te lo dicono: ogni figlio è fatto a modo suo. Ne puoi crescere anche una dozzina: è l’unico campo in cui l’esperienza conta poco, spesso punto.
Le misure di emergenza efficaci con il primo sono controproducenti con il secondo, ininfluenti col terzo e col quarto non le testi nemmeno. Sbagliando, ovvio: per lui, sarebbero state addirittura una mano santa.
Tu credi che la strada, dopo poppate, ruttini e pannolini, sarà in discesa: o, quantomeno, in piano.
Invece…
Invece, in seguito le notti insonni saranno molte, molte di più: ore e ore sprecate a rigirati nel tuo letto, nella vana speranza che la notte porti consiglio. Per scoprire che, tutt’al più,   ti regala un gran  mal di capo.

Non te lo dicono: a volte i genitori sono inutili. Ti fanno una testa così sull’importanza del tuo ruolo, ti illudono che se farai del tuo meglio, seguendoli, ascoltandoli, parlandoci e offrendo loro esempi virtuosi e coerenti, quelli verranno su bene.
E invece, un giorno te li ritroverai davanti a un bivio: da un lato, il disastro; dall’altro, la catastrofe. Ciliegina sulla torta, a te non sarà data la possibilità di intervenire: non ti ascolterebbero.
In più, la terza via non sarà contemplata: una via non dico giusta, ma almeno pervia. Zero totale.
Dovrai lasciare che tuo figlio si schianti, senza poter muovere nemmeno un dito per fermarlo. Unica speranza, che il danno sia limitato e, soprattutto, riparabile.

Non te lo dicono: quando speravi che il tuo ruolo fosse ormai concluso, è lì che i genitori tornano ad essere utili. Indispensabili, talvolta.
Quando quello che hanno rotto, le opportunità che hanno perduto, le strade sbagliate che hanno percorso non prevedono rimedio, sei tu che non ti devi abbattere.
A quello ci pensano loro: la crisi di autostima è sempre dietro l’angolo.
Così tu, che già di tuo potresti mettere un annuncio sul giornale (AAA: Autostima Cercasi), sei costretta ad aiutarli a ritrovare la loro.
Quando i figli ti guardano con quella faccia lì (la faccia da battery low) devi trovare il modo di ricaricarli. Anche se tu, nel tuo piccolo, sei arrivata a cercare sulle Pagine Gialle il nome di un spacciatore di coca; forse una pista, giusto per rimettersi in pista...

Non te lo dicono: mille volte ti ripeterai “Ma chi me l’ha fatto fare…”, diecimila volte ti sentirai sfinita, sconfitta, inadeguata e inguaribile perdente.
Eppure...
Se riesci a non mollare, se riesci a sostenerli nonostante tutto, se hai il coraggio di giocarti per loro  il tutto per tutto, funziona.
Alla fine ce la fanno. E gli si accende una luce speciale negli occhi.
Una luce fatta di orgoglio e gratitudine nascosta, quasi imbarazzata: una luce nella quale brilla anche un po’ di tutta l’energia  spesa da te, per arrivare fino a lì.
Quando vedi quella luce,  dimentichi tutto quello che ci è voluto per arrivarci. E non te lo chiedi più, chi te l’ha fatto fare: ora lo sai, perché l’hai fatto. Così come sai che ne valeva davvero la pena.