mercoledì 22 agosto 2012

Pausa di riflessione


Ciao, ragazzi. Scusate la lunga pausa: non riesco a trovare il tempo e, soprattutto, la concentrazione per scrivere. A Casa per Caso ci sono molte questioni sul tavolo, a vari livelli: questioni che mi tengono un po’ sulla corda.
Questione di una settimana: poi diverse cose dovrebbero chiarirsi, permettendomi di mettere la testa fuori dalla trincea. Per adesso vi mando un abbraccio e torno a tuffarmi nel frullatore quotidiano.
Ci sentiamo appena mi ripiglio un po’.
Ciao!

venerdì 17 agosto 2012

Bollettino dal fronte

Aggiornamenti dalla trincea: con Matteo, a quanto pare, abbiamo trovato una soluzione. Nell’istituto da noi scelto, c’è un indirizzo di studi che può fare al caso suo. C’è qualche posto disponibile, l’uomo sembra interessato sul serio, Jurassico ha sentenziato “Questa è la scuola giusta!” e, dulcis in fundo, la dirigenza mi ha addirittura scritto personalmente, mettendosi a disposizione per informazioni e chiarimenti.
Dopo l’atteggiamento subìto in altre sedi scolastiche (e qui stendiamo un velo pietoso), e non solo nei confronti di quello scioperato del gaglioffo, mi pare di essere sbarcata direttamente in Paradiso.
Ora mi fiondo in sede: sentirò per benino il da farsi, formalizzerò l’iscrizione, fisserò colloqui e prenderò appuntamento con ogni possibile figura in grado di aiutarmi a tirar fuori il buono che, ben nascosto, si cela in mio figlio. Almeno spero.
Mi sento come uno che, dopo aver sbattuto la testa al muro un numero esagerato di volte, vede improvvisamente un portone aprirsi di fronte a lui. Il mio sospiro di sollievo ha fatto tremare i muri della Stamberga, mentre il gaglioffo ha reagito con interessante positività agli ultimi accadimenti.
Che stia maturando, suo malgrado…? Lo scopriremo nel prossimo futuro.

Intanto, sul fronte sanitario la sottoscritta è stata messa di nuovo sotto cortisone (pare che il mio orecchio si ribelli all’idea di sistemarsi), mentre alla nonna sono necessarie un paio di iniezioni sottocute al giorno.
Ora, se vi si offrisse l’occasione di trafiggere vostra suocera, non la cogliereste al balzo?
Ebbene, io l’ho fatto.
Poiché, però, non sono tipo da lasciar nulla al caso, sono andata in reparto dal marito, chiedendogli di farmi uno stage: “Come bucare vostra suocera e perché”.
Manco a dirlo, il vile ha passato la mano: due nanosecondi dopo ero affidata alle cure degli Angeli del Jurassico.
Un’elettroencefalografista e due infermiere mi hanno scortata in un privè, dove sono custoditi gli strumenti per l’addestramento dei pazienti. Quando devono insegnare a un soggetto come farsi le sottocute nella pancia, gli mettono in mano una siringa, un cuscinetto e gli spiegano come infilzarlo.
Ci ho provato pure io: il colpo che ho mollato al cuscino, se riprodotto in vivo, secondo me avrebbe fatto il morto. Ergo, ho deciso per fare un po’ di allenamento a casa: con una siringa da intramuscolo, una mela e successivamente un limone, mi sono data da fare a bucherellare frutta per mezzo pomeriggio. Così, ho imparato a calibrare il colpo, alleggerendo progressivamente la mano. Dopotutto, mia suocera è una donna dolcissima: non ha la scorza. Né in senso reale, né figurato.
Ultimo atto, la prova in vivo: afferrata una siringa da vaccino che mi girava per casa, mi sono data all’autolesionismo, bucandomi la pancia me. Così ho provato sulla mia pelle – letteralmente – se avessi la mano pesante. 
Sentito niente: ero pronta.
Al calar del sole, Jurassico ha fatto rientro alla tana: da dove l’ho snidato, costringendolo ad accompagnarmi da sua madre. Volevo fosse presente, la prima volta che compivo un atto cruento su di lei (sì, atto cruento: le iniezioni ne fanno parte, perché prevedono spargimento di sangue. E noi farmacisti non siamo né addestrati, né autorizzati a compierne sui nostri clienti. Questo per chi si meravigliasse che una dottoressa non abbia mai fatto una puntura in vita sua).
E’ andato tutto bene: non le ho fatto male, zero ematoma, nessun trauma.
Per fortuna: da stamattina, sono in grado di fare tutto da me, senza angeli custodi vicino. E questo perché, con ogni evidenza, mia suocera ne ha uno grande come una casa, a vegliare su di lei. Speriamo continui a fare bene il suo mestiere, va’!







giovedì 16 agosto 2012

Una vita normale

Possibile che a qualsiasi ora io decida di fare una doccia, ci sia sempre qualcuno colpito dall’improcrastinabile esigenza di entrare nel mio bagno?
Sbattono contro la porta come mosche sui vetri, cercano di forzare il blocco scuotendola, poi iniziano a bussare come forsennati.
E non è mai nulla di urgente, accidenti a loro.

Possibile che io pianti semi di basilico e nascano moscerini? Manco una foglia verde, solo nugoli di esserini volanti? Che sia il caso di fare una segnalazione per mutazione genetica indotta da Mpc?

Possibile che mi compri tre piantine di pomodoro, e dopo due mesi di cure amorevoli queste abbiano prodotto solo foglie? La mia dev’essere magia nera inconsapevole, mannaggia…

Possibile che, se per una volta le cose iniziano ad andare per il verso giusto (ho convinto il gaglioffo a cambiare scuola: fiuuuu…),  la sorte si metta subito di traverso?
La scuola che ha scelto è strapiena e non me lo vogliono ammettere. Oggi andrò a verificare se davvero le possibilità stanno a zero.
Uffa. Non è mai finita.

Possibile che tutte le rogne (lavoro, denaro, salute) si concentrino sempre nello stesso periodo? Che ti sembra di avere un bersaglio tatuato in fronte, con sopra scritto colpiscimi! Mantenere il sorriso diventa faticoso almeno quanto sopportare ‘sto caldo africano. Riuffa.  
Il che, peraltro, non è un buon motivo per smettere di sorridere: i problemi si affrontano meglio, se si rimane positivi e propositivi.
La vera difficoltà, a volte, è evitare la negatività altrui: mi accorgo di essere diventata abile come una surfer, in quest’ultimo sport. E veloce come una lepre, nelle ritirate strategiche.

Piccole, medie, grandi difficoltà: è iniziata un’altra giornata.
Vado a mettermi le scarpe e scendo in trincea: tenete le dita incrociate per me!



martedì 14 agosto 2012

Vittima consenziente

Agosto non è il mese giusto per attività ludiche estreme.
Tanto per cominciare, è periodo di ferie: c’è troppa gente in giro. Un’autentica folla, che invade il tuo ambito vitale in termini sia spaziali sia temporali. Terribile.
Poi, c’è il caldo: quello, in determinate circostanze, è insopportabile davvero. Sudi come una grondaia: di più. Ci sono istanti in cui ti manca l’aria.
Se divertirsi significa questo, grazie, io passo: preferisco un po’ di sana noia, nella penombra della mia fresca stanzetta, con un solo compagno. Il libro che sto leggendo.
Peccato che certe convinzioni una donna nella mia posizione – moglie e madre – non le possa portare avanti indefessa. Deve cedere come una fessa.
E allora, via: facciamolo. Vai col twist.
Che poi ‘sta fabbrica di emozioni, questa specie di industria del divertimento arriva ad essere condotta ai limiti estremi: lo scopo – dichiarato – è quello di portarti a urlare.
Scopo raggiunto, ahimè: con tanti saluti alla mia signorile dignità. E’ che a me le foto non piacciono manco in condizioni normali, figuriamoci in circostanze simili: diversamente, vi farei vedere come sono stata ridotta, ieri.
Infine, the day after: lì ti rendi conto che certe cose non fanno davvero più per te, per raggiunti limiti di età.
Mi sono alzata con le ossa rotte, la faccia strapazzata e i capelli in rivolta.
Addirittura, ci sono punti dove le sporgenze ossee mi dolgono al tocco. Questo è veramente troppo: la prossima volta che ricevo profferte simili, mi do malata. Oppure passo la mano: possibile che non ci sia davvero nessuno disposto a sostituirmi, in questo frangente? La gente va letteralmente pazza per queste cose…
Ogni volta è così. Mi ci vogliono un paio di giorni per riprendermi dal trauma – sia fisico che psichico – quando li accompagno a Gardaland.
Però poi dopo dimentico: e ci ricasco sempre. Anche quando, come ieri, so esattamente a che girone infernale mi sto appropinquando: pur di farli contenti, mi assoggetto.
Il gaglioffo, un suo amico romano nostro ospite in questi giorni, la Miss ed io, sguinzagliati nel parco divertimenti più grande d’Italia: un bagno di sangue, come sopra descritto, ma un gran divertimento lo stesso. Le risate che ci hanno fatto fare, quei due delinquenti...
Da brava mamma italica, quando faccio felici loro, sono felice anch’io: vittima consenziente, insomma. Comunque e quantunque.


lunedì 13 agosto 2012

Seduttori distruttivi


Il gaglioffo: “Guardalo! Si struscia sui vetri come una lap dancer!”
“Eh?”
“Ma vedi che prostituto! Con tutta la mercanzia in mostra, pur di trovare qualcuno che lo faccia entrare…”
Corradino, in effetti,  si sta spalmando sulla porta finestra della cucina, in modalità seduzione attiva: le sta tentando tutte, pur di essere ammesso all’interno della casa.
“Ohhhhhhh… Caro il mio gattone! Vieni qui che ti abbraccio!” interviene la Miss, cedevole rispetto ai rituali del felino.
La porta si spalanca, il gatto entra, e la Miss lo afferra, coccolandolo per svariati minuti, esibendosi in dichiarazioni d’amore appassionato che mai le ho sentito pronunciare verso alcuno dei suoi boy-friend.
Ben presto, però, la belva si stanca delle moine della ragazza e si divincola dalle sue spire, per partire al galoppo verso il salotto.
Qui trova Jurassico, che lo accoglie come un figlio ritrovato, acchiappa un’altra sessione di coccole, salavo fuggire anche da qui. Come una schioppettata, sfreccia lungo la traiettoria ingresso-sala-cucina, guadagna le scale, mi dribbla due volte mentre cerco di catturarlo con astuti (?) agguati dietro le porte, si lancia sul letto dell’informatico (il quale s’incazza all’istante: chi lo ha fatto di nuovo entrare?!), balza sulla finestra e finisce la sua folle corsa sulla balaustra del terrazzo. Dopo avermi lanciato un lungo sguardo di sfida, l’ultimo atto: tipo Tosca da Castel Sant’Angelo, si getta a capofitto nel vuoto. Per atterrare sul – solito – telone della tenda della cucina.  
E tutto questo è il meno: dovreste vedere la nostra faccia l’altro ieri, quando, durante la colazione del mattino, dietro le finestre della veranda è comparso un micio, coda a uncino e sguardo ostentatamente indifferente. La cosa non sarebbe degna di nota, se dieci minuti prima lo stesso non fosse stato rinchiuso nel bagno del piano inferiore da Jurassico in persona. L’ira divina è riuscita ad arrampicarsi sulla finesta a compasso, infilarsi in garage, sgattaiolare (è il caso di dirlo) in caldaia, uscire e da qui, con modalità ancora ignote, a guadagnare la terrazza del primo piano. A tutt’oggi, non è ancora chiaro quale sia l’appiglio che gli permette queste violazioni di domicilio: ma sarà il caso di capirlo. Altrimenti, nulla sarà più al sicuro, a Casa per Caso. Quello è un distruttore nato. 

giovedì 9 agosto 2012

Vita da goffo tacchino

La Miss ed io, ferme nel posteggio delle bici. Mi da fastidio una lente: la devo togliere e risciacquare. All’istante.
Sotto gli occhi increduli di mia figlia, caccio il borsone nel cesto della bici, estraggo l’astuccio per le lenti, lo incastro in una fessura e faccio per levarmi la lentina. Il cestino, trascinato dal peso, impone al manubrio una sterzata che quasi fa cadere tutto l’ambaradan: con mossa repentina, evito il disastro. Il che mi fa cadere gli occhiali dalla sommità testa, dove li avevo momentaneamente posteggiati. Mi chino, con una mano sulla sella, li raccolgo, mi appoggio addosso la bici e ritento. Stavolta va bene: riesco a toglierla. Però faccio cadere anche quella: vi sfido a trovare una lente trasparente del diametro di mezzo centimetro, sul cemento e con la visione confusa (una lente sì e una no, capirai…).
Mission impossibile: però la fortuna aiuta gli audaci. O forse qualche nume ha pietà di me: fatto sta che la individuo subito. La ripulisco e finalmente riesco a inserirla in loco, stavolta senza incidenti.
La Miss, costernata, commenta: “Pennuto, una volta o l’altra ti faccio un video e lo metto su Youtube. E dopo ti lamenti che ti chiamiamo con tutti questi nomi buffi: ma si può prendere sul serio una mamma così?!”
In effetti, non si può.
Quando mi accompagna al supermercato se non mi sorveglia tiro giù gli espositori con il bordo del carrello, se invece non mi accompagna approfitto della sua assenza per fare cose che, con lei, non oserei mai. Tipo entrare alla Cadoro appena scesa dopo quaranta km di bici: tra abiti e capelli (avete un’idea di cosa possano fare tre ore di bici alla chioma di una donna? Sono cose per stomaci forti…) sembro uno spaventapasseri. Ma la cosa non mi ferma: conciata da far paura, riempio un paio di sporte. Così torno a casa con la bici sportiva, la divisa da ciclista, e le borse sul manubrio come la nonna Pina. Una pena.
Come se non bastasse quello che combino da me, ci si mette anche la sfiga: oggi, mentre sgambavo in mezzo alla natura, l’unico calabrone nel raggio di chilometri decide di schiantarsi proprio nel mio occhio sinistro. Non sul: nel. La preposizione è scelta ad hoc: mi becca in pieno l’occhio spalancato ad ammirare l’orizzonte, non rovinandomi per sempre solo perché, quando faccio sport, uso le lenti morbide. Diversamente, oggi la mia gita si sarebbe conclusa al Pronto Soccorso.
Comunque sia, l’incidente non rimane senza conseguenze: dopo mezzo minuto dall’impatto, l’occhio inizia a bruciarmi e lacrimare copiosamente.
Fantastico! penso Mi ci vuole solo un occhio come una prugna, adesso…
La fortuna m’insegue, come al solito. Meno male che giro sempre più attrezzata di Mary Poppins: nel tascapane celo un caricatore intero di fiale di fisiologica. Se stappo una, usandola per eseguire un risciacquo congiuntivale.
Funziona, per fortuna: così, posso tornare alla base senza conseguenze visibili.
A completare il quadretto, la borsa della piscina: non si sa come, mi si è aperto il latte solare, che ne ha condito il fondo e, in parte, uno dei miei libri. Per cancellarne ogni traccia, consumo mezzo barattolo di alcol denaturato: a questo punto, quasi quasi mi procaccio un sorso di quello non denaturato.  Mi sa che mi ci vuole, per arrivare di buonumore fino a questa sera.

mercoledì 8 agosto 2012

Gente che mi piace

 Apprezzo gli onesti: quelli capaci di assumersi le proprie responsabilità e riconoscere i propri errori, senza cercare attenuanti o giustificazioni. Soprattutto a carico degli altri. Quelli che non si lavano la coscienza, trovando alibi per pretendere qualcosa – o qualcuno – su cui non avrebbero diritto alcuno.
Amo chi ha il coraggio di guardare in faccia la realtà, per quanto dura possa essere: chi non getta il sasso nascondendo la mano, chi non agisce alle spalle degli altri, non dice una cosa per nascondere che fa l’esatto contrario.
Apprezzo le persone sincere: quelli che ti dicono le cose come sono, anche a costo di essere impopolari. Parlando con loro, non ti sentirai mai blandito né manipolato.
Apprezzo i coraggiosi: quelli che sanno affrontare le proprie paure, sconfiggendole. Quelli che sanno rialzarsi anche dopo uno sbaglio, cercando di fare del loro meglio per rimediare. Quelli che osano dove gli altri indietreggiano, perché sanno di fare la cosa giusta: anche se è difficile, pericolosa, scomoda o faticosa.
Detesto gli invidiosi: quelli si accartocciano quando le cose ti vanno bene,  e gioiscono se ti vedono in difficoltà; quelli che si sentono sempre defraudati dal destino, per quante cose possano avere,  e pensano sempre che gli altri abbiano troppo rispetto a loro.
Mi spaventano i rancorosi: quelli capaci di covare la rabbia sotto la cenere per anni, aspettandoti al varco, pronti a sputarti in faccia tutto il loro livore al primo incidente, incomprensione o passo falso.  
Adoro le persone generose: quelli che si mettono in gioco al cento per cento, quelli che se ti danno qualcosa lo fanno con sincerità, senza aspettarsi contropartita; quelli che si preoccupano del benessere altrui prima del proprio, quelli che stanno male se vedono  gli altri in difficoltà e si adoperano di slancio per fare qualcosa per sollevarli.
Mi piacciono coloro che non salgono in cattedra e non giudicano: un conto è valutare l’operato altrui, un altro è giudicarlo. Troppo spesso la gente trancia giudizi azzardati e lesina con le valutazioni oggettive, prendendo così dei granchi clamorosi.
Mi piace chi non prende se stesso come misura del mondo, chi non tratta gli altri con supponenza, chi non si crede una spanna al di sopra degli altri.
Mi piacciono le persone corrette: quelle che rispettano le regole, adeguandosi al vivere civile, invece di lamentarsene come inadeguate alla propria augusta persona; finendo, tra l'altro, con l’imporre agli altri le nefaste conseguenze delle loro infrazioni.
Amo coloro che rispettano i diritti degli altri in tutte le circostanze: quelli che cercano di non infastidire gli altri, prima di lamentarsi della molestia altrui; quelli che si spostano per primi, quelli che non ingombrano, quelli che non dilagano.
Mi piacciono le persone capaci di costruire rapporti sereni, lontani da prevaricazione, manipolazione, inganno e logiche di convenienza.
Ammiro chi sa portare gli altri a dare il meglio di sé, chi sa esprimere una critica costruttiva, chi privilegia il lavoro di squadra al protagonismo fine a se stesso; chi progetta prima di demolire, chi cerca di cambiare le cose invece di star seduto a piangersi addosso, chi non fa del vittimismo ma sa apprezzare quanto che riceve dagli altri e dalla vita.
Mi piacciono quelli che sanno dire grazie con il cuore: ho verificato che la gratitudine è più rara della generosità, a questo mondo.
Mi considero una donna fortunata: ne ho tante attorno, di persone con le caratteristiche che ho appena descritto. 
La gente per bene non è così rara, a questo mondo: e sono felice perché la vita me ne sta facendo incontrare sempre di nuova.  Il che rappresenta, tra l'altro, anche una bella spinta alla ricerca del miglioramento personale.

martedì 7 agosto 2012

Un bagno di salsa

Le attività culinarie prolungate, tipo invasare casse e casse di pomodori, predispongono alla meditazione, se si è sole, e alla conversazione, se qualche anima pia si ferma lì, accanto ai fornelli, a tenerti un po’ di compagnia.
Ieri sera la Miss ed io siamo state a chiacchierare fino alle dieci e mezzo della sera: ho addirittura abbandonato Jurassico da solo davanti alla TV. Una trasgressione che l’interessato mi ha perdonato solo perché a fargli concorrenza c’era la sua adorata femminuccia.
Sono momenti magici, durante i quali la mia giovane donna ed io troviamo un’intesa e una comprensione reciproca impagabili.
Parliamo di un sacco di cose: a volte siamo d’accordo, altre volte no. Così ci confrontiamo, valutiamo e, se serve, discutiamo. Civilmente, però: perché dissenso non significa disprezzo. E perché il rispetto reciproco è una religione, a Casa per Caso. Personalmente, la maleducazione mi dà l'orticaria e la scortesia mi fa stare proprio male.
Così, scopro mia figlia sempre più matura, riflessiva e intelligente: verificando, una volta di più, che la serenità di giudizio dei figli è enormemente favorita da un ambiente familiare sano e sereno.
Possiamo pontificare fino a perdere la voce: quello che conta, alla fine, è l’esempio. Quando i figli ci prendono come riferimento, c’è persino la probabilità che si verifichi un piccolo, grande miracolo: tutto quello che abbiamo cercato di inculcargli, in anni ed anni di prediche in apparenza inefficaci, improvvisamente germoglia in loro. E te li ritrovi, come d’incanto, trasformati in persone adulte e responsabili. Dopo tante fatiche e sacrifici, non di rado misconosciuti dal resto del mondo, son soddisfazioni. E non da poco.  


lunedì 6 agosto 2012

Come mi fa battere il cuore lui...

Dopo quasi diciotto anni di relazione, Jurassico riesce ancora a provocarmi delle tachicardie notturne da infarto. Sono una donna fortunata: mio marito è un uomo raro.
Sabato sera, ore 23.40: rientriamo da una cena luculliana, durante la quale ci è stato servito, tra le altre cose, un piatto preteso afrodisiaco. La premesse per un dopocena frizzante ci sono tutte: come da copione, il plantigrado cade in letargo non appena toccato il cuscino, esibendosi quindi nel solito concertino di mezzanotte. 
La sottoscritta, rassegnata, si dedica per una mezz’ora circa alla letteratura d’evasione, salvo poi crollare addormentata a sua volta.
Trascorre un’ora.
Sono piacevolmente abbandonata tra le braccia di Morfeo, quando il mio vicino inizia a tossire, lamentarsi e agitarsi nel sonno tanto da svegliarmi.
Mi avvicino, mentre i colpi di tosse si fanno sempre più frequenti, lo prendo fra le braccia, bisbigliandogli dolcemente qualcosa per calmarlo, cercando di non svegliarlo di soprassalto. Lo faccio sedere sul bordo del letto, sperando che si riprenda: e la tosse, in effetti, si ferma di botto. Peccato che, al suo posto, parta una via di mezzo tra un ululato e un rantolo: una serie di atti respiratori infruttuosi, ai quali non corrisponde la prevista espansione del torace.
Sta soffocando! è il pensiero che come un fulmine mi attraversa il cervello: nel frattempo, il rantolo si fa sempre più violento. D’istinto, lo circondo con le braccia e tento una manovra di disostruzione. Un roba che ho visto fare al cinema un sacco di volte, che ho studiato in fisiologia, ma che sul campo non avevo provato mai.
Sarà la fortuna del principiante, sarà che non era la sua ultima ora, fatto sta che l’uomo riprende a respirare. Quattro colpi di tosse residui, poi la quiete dopo la tempesta.  
“Giuseppe!!! Come stai?!”
“Bene bene… Sto benissimo!” borbotta lui con indifferenza: si alza, va in bagno, poi si corica di nuovo e s’addormenta all’istante, senza degnarmi nemmeno di uno sguardo.
Nel frattempo, io sono spalmata dalla mia parte del letto, in un bagno di sudore e con le pulsazioni a trecento. Incapace di dormire – e ci credo! – trascorro le tre ore successive a spiargli il respiro, tremando a ogni cambio di ritmo. Dopo un altro piccolo accesso di tosse, gli dico: “Tesoro, ti fai una gastroscopia, per piacere? Secondo me hai il reflusso gastroesofageo!”
“Mhm. No, ho preso degli analgesici… Domani prendo un lo’ di Lansox…” farfuglia lui, in stato di semincoscienza ma sempre vigile, quando si tratta di NON curarsi.
Sfinita, mi addormento alle prime luci dell’alba: alle sette del mattino, il nostro eroe si sveglia, fresco e riposato, e mi attira a sé per darmi il consueto buongiorno.
“Mamma mia… Stanotte mi hai tolto dieci anni di vita!” protesto.
“Perché?” risponde lui, con espressione sorpresa.
“Non respiravi…”
“Meglio. Almeno non ho russato!” ridacchia lui.
“Vero. Rantolavi, però! In tutta franchezza, potendo scegliere, preferisco che ronfi…” mi indigno io.
“Ma di che parli?”
Black out totale. Il suo primo ricordo risale alla mia battuta sul reflusso: anzi, avanza addirittura l’ipotesi che io abbia sognato. Sì, sognato, magari: se non ho neppure dormito!
Ricostruisco l’intero episodio, facendogli riemergere i ricordi sino al momento in cui si alza e va in bagno: tutto ciò che è successo prima resta immerso nel buio.
Dopo aver risposto a un interrogatorio sulle modalità dell’incidente, incasso i complimenti del doc per la mia presenza di spirito, e mi abbandono quindi a un sano pianto liberatorio.
“Ma no, non fare così, via…” protesta lui.
“Lasciami sfogare, accidenti a te! Stanotte non sono riuscita a farlo perché ero preoccupata che tu morissi: adesso che sei vivo e vegeto, stai zitto e consolami!!!”
Dieci minuti dopo, siamo in cucina a fare colazione, come nulla fosse successo. Dopo aver inzuppato un paio di cuscini, mi sono calmata anch’io.
Certo che con quest’uomo le emozioni si sprecano. Prima o dopo, quello mi fa finire in Unità Coronarica. Me la sento.


venerdì 3 agosto 2012

A supermercato

Non so più fare la spesa. Ogni santa volta parto con l’idea di comprare due robette, per poi trovarmi alla guida di una corazzata. Una corazzata che non so nemmeno condurre: finisco sempre con il prendere a calci le ruote del carrello. Un godimento assoluto, con i soli sandali addosso.
Pur avendo predisposto la canonica lista – ammesso e non concesso che non me la dimentichi sul tavolo della cucina – mano a mano che viaggio tra gli scaffali vengo colta da improvvise prese di coscienza (non c’è manco un grammo di pane in casa, mannaggia…), da sospetti latenti (che abbiano finito la marmellata senza dirmelo? non mi è sembrato di vedere più yogurt, in frigo….), per finire con le tentazioni fatali. Quelle sono le più pericolose. I pomodori San Marzano in offerta, per esempio: non ho saputo resistere, e ne ho preso una cassa. Così ieri pomeriggio mi sono ritrovata a confezionare barattoli di salsa, stile mamma anni cinquanta: con il caldo che fa, un atto di puro autolesionismo. Ma tant’è: ‘ste cose le facevo persino quando lavoravo. Figuriamoci adesso.
E sempre a proposito di carrelli straboccanti, una volta attraccata in cassa mi sono guardata attorno: dopo di me, era in coda una signora anziana, piccolina, scossa da un tremito di palese origine neurologica, appoggiata a una borsa con le ruote. Quasi vuota. Senza pensarci neppure un attimo, le ho detto di passare avanti a me: un gesto cortese, se vogliamo, ma doveroso, date le circostanze.
“Com’è gentile, signora! Com’è umana…” si è commossa la poverina, con una formula quasi fantozziana. Poi ha iniziato a farmi qualche domanda sulla mia famiglia – palesemente ipertrofica: signora, lei ha svaligiato il negozio! – per poi concludere: “Si capisce che lei è una persona speciale... Sono tanto contenta di averla conosciuta e spero di incontrarla ancora!”
Ha voluto persino abbracciarmi, prima di andarsene.
La scena era così tenera che ho visto un sorriso sulla bocca della cassiera: una donna di solito inquietante, per quanto è scorbutica. La dolce vecchina è riuscita a squagliare persino lei.
Quanto a me, sono uscita di lì sorridendo da sola: è bello incontrare qualcuno che, a dispetto dei gravi problemi che lo affliggono, riesce a rimanere aperto al prossimo e pronto al sorriso. E’ strano, ma ci sono persone che riescono a far breccia nel tuo cuore anche se le sfiori soltanto. E lo confesso : spero anch’io che c'incontriamo di nuovo.

giovedì 2 agosto 2012

L'unione fa la forza


E le foto pubblicate ieri ne sono la prova. Uno sparuto manipolo di villeggianti decide di realizzare qualcosa di bello: però, mai ci riuscirebbe senza la fattiva collaborazione della popolazione autoctona (vedasi il commento di Carlotta, la mia presentatrice per caso). La passione condivisa, un obiettivo comune da centrare e tanto, tanto impegno da parte di tutti: ecco gli ingredienti di un successo annunciato.
Come nelle famiglie, si arriva da qualche parte solo se tutti fanno la loro parte: ed è bello vedere una sintonia così completa, in un gruppo tanto nutrito – e variegato -  di persone.
Una bella famiglia, una compagnia di amici leali, un team di colleghi collaborativi: dove l’impegno è comune, tutto funziona. Quando nel meccanismo s’inserisce qualcuno che butta lì le cose, o peggio rema contro, s’inceppa tutto: e tu ci puoi mettere tutto l’impegno del mondo, senza cavare un ragno dal buco.
A volte basta una sola falla a compromettere completamente il risultato finale: la presentazione di venerdì sera, per esempio. Parliamone.
Gli ingredienti erano gli stessi della serata successiva: una presentatrice giovane e preparata, uno sfondo accattivante


un’autrice scortata e supportata da un nutrito gruppo di amici e parenti:


Eppure, è stato un flop completo: manco un’anima si è fatta viva. Mi sa che, contrariamente al giorno successivo, c’è stato un piccolissimo difetto nella comunicazione…
Per fortuna, siamo tutti gente di spirito: con qualcosa di fresco da bere in mano, ce la siamo raccontata un po’ fra noi. Occasione ghiotta per raccontare ai miei astanti un po’ di fuorionda, di quelli che in condizioni normali non potresti citare mai.
E’ stata comunque una serata deliziosa: una presentazione che ricorderò sempre con grande piacere. Ero appena arrivata, con la mia famiglia, in mezzo a un gruppo di persone sconosciute: nel giro di meno di mezz’ora, si è creata fra noi un’intesa fantastica. Abbiamo avuto tutti quella rara (e preziosa) sensazione di conoscersi da anni: alla faccia del flop.
In più, con Alessandra (la presentatrice mancata) è nata un’intesa: e chissà che non abbiamo occasione di reincontrarci, magari in circostanze più favorevoli!

mercoledì 1 agosto 2012

Diano Arentino chiama...

…perché c'è un tetto da rifare. E Milano risponde. O meglio: rispondono i milanesi. 
Eccome se rispondono: si rimboccano le maniche, e lo ricostruiscono.
Una task force mai vista: attivi come api operaie, organizzano ogni anno – da anni – la festa dei palloncini, raccogliendo i fondi necessari (prima per mettere la chiesa al coperto, ora per coprire lo scoperto…) con ogni possibile mezzo. 
Ecco qui il mercatino rionale: 

La manovalanza esperta, virtualmente – e praticamente - in grado di risolvere qualsiasi problema logistico: 



un mirabile caso di stivaggio razionale delle risorse: 

I capolavori realizzati dalle abili mani di Giovanni: 




La gente che si scalda, dopo la processione: 


Per poi procedere al tradizionale lancio dei palloncini: 

In seguito, la folla defluisce, dedicandosi alla valutazione ed eventuale acquisto delle merci esposte. Senza contare l'attrazione fatale esercitata dalla dovizia di derrate alimentari messe in campo dalle organizzatrici, impegnate a cucinare per settimane, in vista dell'evento: 




Da sottolineare la generosità dei convenuti: inarrivabile la mamma che spedisce il figlio al banco dei dolci con una moneta da cinque centesimi in mano. 
"Prendine un pezzo piccolo, mi raccomando!" 
Dopo questo episodio, ogni tanto qualcuno s'incarica di scuotere rumorosamente la cassetta delle offerte, sollecitando con un discreto richiamo (OFFERTEEEEEE!!! QUI PER LE OFFERTE!!!!!!)  la generosità dei presenti.  La moral suasion funziona poco, con certi soggetti.
In questo contesto, è stata contattata un’autrice completamente sconosciuta tale Mpc – di scarsa potenzialità commerciale (ad oggi, le mie vendite globali ammontano a meno di trecento copie...) ma piena di buona volontà. 
Il sabato sera ci possiamo vantare di aver avuto di fronte una piazza gremita: 


Glissando sulle dimensioni della piazza, lo possiamo definire un risultato ammirevole, ottenuto soprattutto grazie alla promessa di disponibilità di cibo e bevande A SEGUIRE, e di certo per l’inimitabile apporto di Carlotta, simpaticissima presentatrice bilingue (glielo abbiamo spiegato anche ai tedeschi, cosa ci stavamo a fare lì!): 


Insomma: un po' di gente s'è vista.
Però le offerte andavano incentivate; dopo la mamma cinque cent, l'ho capito: il giorno successivo, non avevo che un'opzione. L'adescamento.
Con un banchetto accanto quello del materiale da pedicure, mi sono piazzata a vendere copie autografate del mio libro, sempre pro acquisto tegole per la chiesa: 



Siamo riusciti a piazzare tutte le copie disponibili. 
Almeno così nessuno potrà dire che la mia opera non ha lasciato un segno indelebile: su un pezzo di ardesia la mia firma – virtuale – ci sarà . Tiè.

A fine giornata, i convenuti  si erano rimpinzati ben bene e, satolli, avevano fatto ritorno alle loro case.
Con il favore delle tenebre, nella piazza tornata vuota e silenziosa, lo staff si è concesso una cenetta al chiaro di luna: 

Come si vede, quando una cosa è organizzata personalmente da Simona & Co, funziona. In mancanza, un po' meno. 
Domani ve ne parlo.