venerdì 13 luglio 2012

Una calda giornata estiva


Ogni tanto mi sento il bersaglio della sfiga: sono a prendere il sole in piscina, sull’ora di pranzo. Calma piatta, sole a picco e clima accettabile, dopo l’inferno degli ultimi giorni.
Di colpo, si alza un turbine di vento improvviso, che si abbatte giusto giusto dove siamo sedute la Miss e io. I materassini di gommapiuma, accatastati in un angolo, prendono letteralmente il volo, mentre il mio ombrellone (l’unico delle dozzine presenti a bordo vasca) si solleva, carambolando sulla mia testa. Lo evito facendo civetta, mentre questo, rotolando lontano, semina i monconi del bastone di sostegno, uno dei quali minaccia la mia gamba destra. Non so come, riesco ad afferrarlo al volo: mi sfiora solo di striscio, macchindomi appena appena la coscia di un liquido rugginoso, che per la maggior parte si rovescia a terra, lordando tutta la zona circumvicina al mio lettino.
L’intero episodio si consuma in meno di un minuto, nel preciso momento in cui il personale si è momentaneamente allontanato dal posto di guardia.
La Miss, un paio di nostri vicini di ombrellone ed io provvediamo a sistemare il mezzo disastro, fino a che un’anima pia sopraggiunge, armata di secchio, e sciacqua via le ultime tracce dell’accaduto.
Quando lo racconto a Jurassico, questi commenta: “Non posso nemmeno lasciarti andare in piscina. Riesci a farti male anche lì!”
In effetti, ci vuole impegno a rischiare il trauma cranico stando immobili, stesi con un quotidiano in mano.
Nel pomeriggio, sono senz’auto, ma con molti impegn in zone opposte della città: nell’andirivieni in bici, quasi mi disidrato. La scarsità d’acqua dà il colpo di grazia al mio cervello: arrivata ai negozi vicino a casa, blocco il mio potente mezzo di trasporto e vado a far la spesa.
Quando faccio per prendere la chiave del lucchetto, scopro che è scomparsa: la cerco ovunque, senza trovarla.
Su consiglio del fruttivendolo, fine conoscitore della mente femminile, vado a verificare se davvero l’abbia chiuso: scoprendo di averlo sì bloccato, lasciando però la chiave nella toppa, a disposizione di chi, eventualmente, avesse deciso di servirsene.
Vergognandomi come una ladra, e ringraziando il cielo di non averne trovata una vera sulla mia strada, recupero il velocipede, i miei quattro sacchetti e vado.  
Con le chiavi io non farò mai pace, è evidente.