sabato 26 maggio 2012

La verità brucia

Oggi, tempo pessimo. La cosa è grave, perché il cielo bigio si riflette sul mio umore, rendendolo pericolosamente filosofico. Mi duole per voi, ma il blog sarà intossicato dai risultati delle mie elucubrazioni plumbee.
Tema del giorno, la verità: dirla, non dirla, talvolta subirla. Parliamone.
Sono un’amante della verità. L’amo almeno quanto adoro la libertà.
Ovvio che, volendo coltivare simili frequentazioni, sei tenuto al rispetto: pretendendo di mantenere intatta la tua libertà, devi considerare inviolabile quella altrui.
Sport faticoso, quest’ultimo: specie quando ti accorgi di quanto gli altri ne facciano un uso scellerato. Molto più facile sarebbe obbligarli, in nome del loro bene, a fare scelte diverse: ma non si può. No, che non si può.
Il rispetto della verità, poi, è un autentico cimento: niente verità addomesticate per giustificare i propri errori, niente rivisitazioni della storia per nascondere le nostre figure meschine (anche e soprattutto a noi stessi), vietato riportare affermazioni altrui usando la grammatica come un oggetto contundente. Esistono personaggi capaci di consumare delitti, semplicemente aggiungendo un articolo, sopprimendo una preposizione, accostando un aggettivo di troppo. Maestri, costoro, nel cambiare le parole in bocca al prossimo: ne ho beccati parecchi, nel corso degli anni. Ormai li riconosco a fiuto.
Due parole, ora, sulla decontestualizzazione: una frase pronunciata in una determinata circostanza, in risposta spesso a una provocazione specifica, se riferita da sola acquisisce un retrogusto amaro che in origine non c’era. Ogni cosa che dici potrà essere usata contro di te: se la slealtà fosse un reato, le patrie galere esploderebbero.
In conclusione: non mi piace lo sport di chi cambia le carte in tavola per dimostrare di avere sempre e comunque ragione. Oppure per evitare di ammettere di dover qualcosa a qualcuno: l’ingratitudine è un sentimento più diffuso della gramigna.
Va da sé che rimango di questa opinione anche se le carte sono a mio sfavore: sarà per quello che non faccio nessuna fatica ad assumermi le mie responsabilità, a dire grazie, a chiedere scusa o cercare un rimedio, quando mi accorgo di aver combinato un guaio.
Solo che la mia abitudine di dire sempre le cose come stanno mette un sacco di gente in difficoltà: specie quelli che hanno con me qualche conto in sospeso e vorrebbero praticare a se stessi uno sconticino a piè di lista. Credo la sincerità non sia considerata un valore, da tutti costoro.
Detto tutto ciò, vi racconto che cosa ha scatenato queste mie riflessioni mattutine.
Un paio di giorni fa stavo partendo per una spedizione in bicicletta: già bardata con pantaloncini imbottiti e maglietta sportiva, vengo convocata in ospedale dal consorte, uscito di casa senza qualcosa di fondamentale. Nonostante l’abbigliamento improbabile, esco così come sto: il tempo val più dell’immagine, mi dico.  
Rapida come un gatto, mi confondo tra la folla, raggiungo gli ascensori, porto il necessario all’amato e sgattaiolo via, felpata come un ninjia.
Giunta a pochi passi dal mio velocipede, respiro di sollievo, credo di essere fuori pericolo: non ho incrociato nessun conoscente, per fortuna. Combinata così sono un incubo.
“Dottoressa!!! Buongiorno!”
Eccolo lì, il saluto cordiale che mi sbriciola il cuore.
Dietro di me, si materializza una signora: una donna, a onor del vero, considerata un flagello dall’intera opinione pubblica locale. Costei nutre una vera passione per me: credo di avervi raccontato come, in pieno centro, una volta mi abbia aggiustato una sculacciatina sul lato B.
Labo B che, anche in quest’occasione, attira la sua attenzione: “Dottoressa, che succede? E’ ingrassata?” chiede, con aria critica.
“Sì, ahimè. Devo perdere cinque chili: anzi, sto appunto andando a macinare una cinquantina di chilometri in bici, per bruciare un po’ di calorie…” rispondo, cercando di controllare l’istinto di fuga che mi ha preso. Per varie ragioni, aggiungerei.
“Benissimo. Fa benissimo: li deve proprio perdere, sa? Mi raccomando!” infierisce la nostra.
Ha ragione.
Mannaggia, ha ragione e lo so: sono la prima a dirmelo, ogni mattina, quando mi alzo carica di buoni propositi, e ogni sera, quando mi corico dopo numerose, esiziali trasgressioni. Però sentirselo dire così, papale papale, è stato un colpo al mio amor proprio.
Lo devo riconoscere: ci sono verità che fanno male anche a me. Confesso che avrei preferito un educato silenzio, per una volta, invece della cruda realtà.
E dopo questa imbarazzante ammissione, mi metto le scarpe e vado a camminare per un paio d’ore. Chissà che non si metta a diluviare e che riesca a smaltire almeno un etto, dei cinquanta che mi rimangono da eliminare.