mercoledì 29 febbraio 2012

Nuove, travolgenti esperienze sensoriali

C’è una prima volta per tutto.
Giunta sull’orlo della menopausa, mi sono fatta trascinare in un’esperienza mai provata prima. Vuoi per ritrosia, vuoi per un po’ di timidezza, vuoi perché il contatto fisico con sconosciuti m'impressiona, non l’avevo mai fatto.
Date le mie condizioni psicologiche, tuttavia, quando mi è stata fatta la proposta di sperimentare anche questo, almeno per una volta nella vita, mi sono buttata. E ho detto sì.
Unico problema, la reazione di Jurassico: come avrebbe preso l’inedita iniziativa della sua dolce metà? Avrebbe accettato una decisione presa senza consultarlo e, soprattutto, senza coinvolgerlo?
Prevedevo sfracelli.
Ho deciso per un approccio laconico. In fondo, non è necessario dire proprio tutto al marito, no? Qualche innocua reticenza è quasi auspicabile: aggiunge mistero al matrimonio. Matrimonio che,  dopo quasi vent’anni, di misteri ne ha uno solo: come mai regga ancora, nonostante tutto.
Comunque sia, la decisione era presa. Si trattava solo di comunicarla al consorte, scegliendo una tempistica e una location opportune.
L’occasione si è presentata la mattina del fattaccio.
Scena: il talamo coniugale, all’alba. Un momento della giornata nel quale la sonnolenza ostacola l’attenzione, il bisbigliare confonde l’udito e l’ora antelucana funge da sedativo.
“Stasera non ci sono” comunico io, asciutta.
L’uomo si risveglia di colpo: “Come? Non ci sei?!”
“No. Esco.”
“Senza dirmi niente???”
Oltre che sveglio, l’uomo è indignato.
“Te lo sto dicendo adesso.”
“Mhm. Con chi esci?”
“Con la mia amica single.”
“Ah.”
Pausa.
La mia amica single è una gran sventola: il che dovrebbe mettere il Jurassico tranquillo. Quando siamo fuori assieme, gli uomini puntano lei, è matematico: tuttavia, l’idea che degli uomini possano puntare lo sguardo verso un tavolo dove sono seduta anch’io lo sconvolge lo stesso.
“E dove andate…?”
“…”
“Beh?”
Eccolo lì. M’incalza, tanto per cambiare. Decido di vuotare il sacco, con tanti saluti al sintomatico mistero.
“A farci un massaggio.”
Balzo sul letto: “Coooooosa????? Vai a farti massaggiare da un uomo?!?!?!”
Vorrei rispondergli: “Non da uno. Da tre, mio caro. Sono una che non si accontenta!”
Solo che ci tengo alle coronarie del consorte. Così, generosamente, lo rassicuro: “Le massaggiatrici sono tutte donne. Nulla di peccaminoso, tranquillo! E’ una spa seria…”
L’uomo è rimasto nervoso tutta la giornata, ne sono certa: la sua sofferenza ha avuto termine solo al mio rientro, in tarda serata. E prima di otto ore non mi ha fatto domande sulla mia esperienza mistica. Dopo aver ricevuto qualche dettaglio, si è abbandonato alla seguente dichiarazione: “La prossima volta, voglio anch’io la massaggiatrice tailandese!”
Questi uomini. Quanto sono materiali.

martedì 28 febbraio 2012

Life coach

Gente, qui ci sono un sacco di persone che si appoggiano a me per trovare la strada per stare meglio. Sto diventando un life coach per proclamazione: e non sono per nulla sicura di essere all’altezza del compito. Se mi muovo in modo sbagliato, rischio di far danni non da poco: una consapevolezza tutt’altro che rilassante.
Devo riuscire a guidare senza dirigere, suggerire senza influenzare,  incitare chi va verso svolte difficili e sostenere chi fa scelte conservative forse ancora più complicate.
Mi trovo a sottolineare gli errori altrui, e devo riuscire a non distruggere l’autostima di chi li ha commessi.
Agisco talvolta da catalizzatore, spesso da calmiere, altre da mediatore.
Cerco di comprendere tutti, anche quelli che non condivido: la difficoltà sta nel riuscire a mettersi nei panni degli altri, senza gettar loro addosso i miei. Ovvero, tento di capire cosa passa nella testa di quell’individuo, in questo momento: non cosa passerebbe nella mia, se fossi al posto suo.
Un approccio tanto efficace quanto doloroso: le persone hanno una gamma infinita di sistemi per farsi del male da sole. Quando riesci a sentirlo è una cosa che ti sgomenta.
Così ti ritrovi ad essere una roccia per chi ha bisogno di una base se vuole edificare qualcosa di solido. Rappresenti un rifugio sicuro per chi è stato colpito dalla vita, e cerchi di regalare un abbraccio confortante a chi è così stanco da dubitare di riuscire ad andare avanti ancora per molto.
Esserci per tutti, senza per questo perdere se stessi: più facile a dirsi che a farsi.

In questo momento storico, devo ridare fiducia nel futuro a chi ha perso anche quella in se stesso;  far capire a chi ha fallito in un progetto importante di non essere per questo un fallito. Infine, sorvegliare a distanza chi segue con ostinazione un percorso troppo irto di ostacoli per lasciar presagire una conclusione positiva.
E non stiamo parlando di un paio di soggetti, mannaggia: c’è una folla in queste condizioni, fra coloro cui voglio bene.
L’idea è di condividere con queste persone il mio credo: ogni difficoltà è un’opportunità. Basta crederci e credere in se stessi: solo così si trova il coraggio di osare, superando tutti gli ostacoli.
Il segreto sta anche nel modo con cui si gestiscono gli inevitabili fallimenti.
Se qualcosa cui tenevamo molto viene distrutto dagli altri, non dobbiamo farcene una colpa.
Se combiniamo un guaio, invece, dobbiamo assumercene la responsabilità: e senza scambiare le cause del nostro errore per giustificazioni a nostro discarico. Le circostanze attenuanti servono solo a trovare una scusante per ripetere gli stessi sbagli all’infinito.
Di fronte alla macerie, non c’è altro da fare che ripartire da zero, con premesse diverse. Gli obiettivi devono essere commisurati alle nostre forze, i nostri partner devono essere affidabili, non si devono trascurare le condizioni ambientali. Quelle possono incidere in modo fondamentale su tutti i nostri progetti.
Ora pubblico, poi mi rileggo: quello che consiglio agli altri vale anche per me. Ogni tanto, anche la mia autostima avrebbe bisogno di una lucidatina: ci sono periodi della vita nei quali non sentirsi una perdente è quasi una mission impossibile.

lunedì 27 febbraio 2012

Controcorrente

Ragazzi, mi sembra di capitanare un branco di salmoni.
Tutti impegnati a risalire il fiume controcorrente, non facciamo che lottare contro la violenza dei flutti. Che se ti rilassi un momento, la forza dell’acqua ti fa indietreggiare di metri e metri.
Costretti a fare i surfisti con le ondate gigantesche alzate contro di noi dal destino, a volte ci sembra di non averne imbroccata una nella vita.
Come se le cose negative che ci succedono fossero sempre e comunque colpa nostra (vero, MM?), oppure come se, dato l’accanimento del destino ai nostri danni, la nostra sorte fosse già segnata e non valesse nemmeno la pena di battersi per migliorarla. Madornale errore di valutazione anche questo, secondo me.
C’è chi è depresso ma reagisce, chi cerca di reagire ma scopre di non farcela, chi credeva di non farcela e invece riemerge. A fatica, ma riemerge.
Chi chiede aiuto e lo ottiene, chi non lo farebbe mai però lo accetta quando offerto di cuore, chi lo rifiuta con ostinazione, salvo pentirsi poi di essere stato tanto incosciente.
Ecco, questi sono i casi peggiori.
Parliamo di Ziapercaso, tanto per fare un esempio: è migliorata, sembra. Pure troppo, direi: a nostra insaputa, ha organizzato il suo rientro a casa sua, intenzionata a tornare a far la vita di prima. Completamente da sola, guida inclusa: se considerate che due anni fa si era già abbattuta contro un muretto, per aver infilato il bastone in mezzo alla pedaliera, potete immaginare come mi sento. Spero solo che in maggio, quando dovrà rinnovare la patente, chi di dovere la blocchi: quella è un pericolo pubblico. Tipico caso di mancata accettazione dei propri limiti: peccato che metta in serio pericolo anche l’incolumità altrui, con la sua caparbietà. Per grazia del cielo, va via come una lumaca e limita il proprio raggio d’azione a cinque chilometri di distanza, al massimo: tuttavia, sono in ansia lo stesso.
Come poi costei pensi di potersela cavare senza aiuti in casa lo sa il cielo: l’unica speranza è che si trovi in difficoltà quel tanto da rendersi conto che sta rischiando la vita, ma non abbastanza da perderla davvero.
Come se non mi bastassero le preoccupazioni cagionate dai figli, ora vi si aggiungono quelle delle nonagenarie scatenate e scriteriate.
Lassù qualcuno si deve essere distratto. Sto diventando un attrattore di rogne, accidenti a me.

sabato 25 febbraio 2012

Cronaca in differita e varie ed eventuali

Eccomi qui.
Com’è giusto, vi relaziono sugli esiti della giornata della sensibilizzazione: nessuno.
Come previsto dalla sottoscritta, del resto.
Determinate realtà sono difficili da avvicinare e comprendere persino da chi ne è coinvolto: sperare che una full immersion così, senza adeguata preparazione, sortisca qualche effetto miracoloso è pura illusione.
Così come anche la riforma Basaglia è stata il risultato di un’illusione: questi ha avuto l’indiscutibile merito di denunciare e provare a risolvere un problema agghiacciante. Solo che le sue indicazioni sono state seguite a metà: chiudere i manicomi, almeno per alcuni casi, è stata opera meritoria. Prima, però, qualcuno si sarebbe dovuto preoccupare di costruire e organizzare le strutture ad essi alternative.
Cosa che non è stata fatta.
Esistono innumerevoli testimonianze delle tragedie scatenate dalla famigerata legge 180: volendo farsene un’idea abbastanza precisa, consiglierei la lettura di Tobino: “Per le antiche scale”, “Le libere donne di Magliano” e “Gli ultimi giorni di Magliano”. Per me sono stati illuminanti.
Da farmacista, ho raccolto gli sfoghi di madri disperate: dalla signora (una donna buona come il pane) che riusciva a controllare la figlia -150 kg di peso - solo a bastonate, riuscendo a malapena a salvarsi dalla sua furia distruttiva, a quella che ha raccolto le spoglie di ben due figli morti suicidi. Ho visto con i miei occhi decine di infelici abbandonati a se stessi, imbottiti di farmaci, vagare come fantasmi per le strade, senza un sostegno né un rifugio sicuro. In alternativa, l’unico rifugio è la famiglia: che ne esce disintegrata.
Ecco perché ho cercato (e sono riuscita, direi) di traghettare mia figlia attraverso questa esperienza.
E’ stata messa a lavorare in una sorta di catena di montaggio, a fianco di una donna che le ha raccontato la sua storia. Ha parlato con alcune operatrici, mangiato assieme a disabili e operatori.
E’ andata bene, dunque: nessun trauma, nessun comportamento che l’abbia fatta sentire non al sicuro o minacciata. Rimango tuttavia dell’idea che l’organizzazione sia stata pedestre: e qui mi fermo. Non voglio scendere né in dettagli né in polemiche, specie riguardo a un problema tanto sconvolgente e che vede migliaia di famiglie ridotte alla disperazione.

A proposito di famiglie ridotte alla disperazione, il gaglioffo ha portato a casa un bel due e mezzo in matematica. Il risultato peggiore di sempre: ed era l’unica volta che si presentava preparato.
Ho saputo che ha postato la notizia su Facebook: ha ricevuto diciassette “mi piace” e un vecchio compagno di scuola gli ha inviato il seguente messaggio: “Ehi, boss! Come ai vecchi tempi, eh?”
Per dirla con Flaiano, la situazione è grave, ma non è seria. Tanto per cambiare.
Le contromisure sono state attivate: solo che proprio non ho la forza di parlarne, per ora.
Mi sto leccando le ferite (ecco il perché della mia parziale latitanza dal web), raccogliendo le forze per affrontare l’ennesima sfida della mia vita: intanto, organizzo la cena. Tra le altre cose, oggi è il suo compleanno. Quindici anni, e sentirseli tutti addosso. Anzi, pure qualcuno in più. 
Se torno indietro, comunque, mi faccio monaca. Di clausura: unico modo per liberarmi per sempre di tutti i miei problemi. Presenti, passati e futuri.