giovedì 29 settembre 2011

Primo compito di matematica


Riecco uno dei momenti topici, tipici della nostra vita. Se mi si perdona il bisticcio fra termini.
Con il compito di oggi, si capiscono un sacco di cose: e sulla base dei suoi risultati, dovremo prendere tutti delle decisioni importanti.
Dopo un’estate di impegno (lodevole) il ragazzo è giunto al redde rationem: e mammina, pur contorcendosi in una tensione da thriller, sa che dovrà condurlo per mano nella direzione giusta, per non portarlo a commettere errori che sconterà per (o fra) anni e anni.
Vi relaziono sullo stato del giovane, quale si evidenzia nella seguente conversazione:
“Mamma, ho studiato come un deficiente. Mi sto facendo una serie di esercizi, scegliendoli tra i più difficili, distribuiti tra i vari argomenti. Non mi sono fatto la solita ingozzata dell’ultimo secondo che facevo alle medie, ho approfondito tutta la teoria, anche se la teoria nel compito lei non ce la mette. Solo che ho capito che la matematica E’ teoria: quando hai capito il meccanismo, imparato le formule, si tratta di metterci qualche numero, e il gioco è fatto.”
“…”
“C’è solo una cosa che non capisco: ho studiato tutto, gli esercizi mi vengono tutti, sono mesi che io e la matematica siamo così (fa il gesto delle mani accostate)… E non mi sento preparato per niente! Perché alle medie credevo di sapere tutto, e mi fregavano sempre?!”
“Il saggio è colui che sa di non sapere, figlio.” Dichiaro io, molto socratica per l’occasione.
L’uomo, forse contagiato da me, inizia a filosofeggiare: “Mamma, mi sono accorto di avere intorno alcune persone che hanno compiuto dei grossi errori, in campo scolastico. Così, osservo il loro comportamento (e qualche volta raccolgo anche i loro consigli, facendo però l’esatto opposto…) cercando di capire quello che hanno sbagliato: mi serve molto, perché sono molto simile a loro. Purtroppo.”
“Tipo..?”
Mi fa il nome di due amici, che in effetti hanno all’attivo due naufragi. E che in effetti sembrano suoi cloni, per molti versi. 
“Figliolo, sei veramente tu? Guardami negli occhi, voglio vedere se sei un alieno, impossessatosi del corpo del mio bambino…”
“Ma piantala, che bambino e bambino. E’ la maturità , mamma. E’ arrivata, finalmente!”
“Non ho parole…”
“Bene. Così non mi insulti. Che roba: fino a che non ho finito tutti i compiti, non mi viene nemmeno da accendere il computer, oggi: non lo so, lo vedo come IL MALE!”
“Non è possibile. Tu SEI un alieno!!!”
“Ohhhhhh… Guardalo lì, il mio Corradino! Vieni qui piccolo mio…” si squaglia, spalancando la portafinestra. Il felino gli si infila pronto fra le caviglie.
“Caro, che mooorbido! Vieni qui che si sediamo nel nostro nido d’amore…”
Le due belve prendono posto sul divano, tubando come due piccioncini.
Forse è proprio lui, dopotutto. Che sia davvero accaduto il miracolo?
Il seguito alla prossima puntata. Se ritenete, abbandonatevi pure a gesti scaramantici: più siamo a farlo, meglio è.

mercoledì 28 settembre 2011

Aggiornamenti ( e appuntamenti) per i miei lettori


Notizia uno: circa la presentazione a Milano, mi si dice che avverrà (se avverrà…) in un giorno infrasettimanale, dopo le ore 18,30. Spero che per voi sia un orario potabile, ragazzi…

Notizia due: una presentazione si farà. A Castelfranco Veneto, domenica 16 ottobre, ore 17.30. Location: libreria Torre di Libri, modera un giornalista, Carlo Toniato.
Se qualcuno è nei dintorni, sappia che sarei felice di vederlo: ho mooolto bisogno di sostegno morale. Sono i miei primi passi, in questo campo!

Notizia tre: mi ha scritto una mia amica su FB, dicendomi che il mio libro le è arrivato in forma cartacea a Liverpool, inviato da IBS. Ergo, se qualcuno dei miei generatori di click oltreconfine (e oltreoceano) vuole procacciarselo, sappia che… si può fare. Basta ordinarlo a Internet Book Shop.

Notizia quattro: se non ricomincio a correre in bici, alle presentazioni non mi riconoscerete. Mi sto evolvendo: da donna in forma, sono passata a fuori forma, quindi a sformata. E sto inesorabilmente rotolando verso l’informe.
Gente, ora inforco la bici e vado.
Non se ne può più.

Ciao! 

Pericolosi catorci o pazzi su un catorcio?


Ricevo e volentieri pubblico:

mi si è staccata la sella in strada l’ho buttata via  :-(  che figura

Vi lascio immaginare l’autore di questo pezzo letterario. Quando l’ho letto, credevo di morire: gliel’ho anche scritto, ma ho sbagliato il lancio dell’sms, tanto mi stavo contorcendo.
Appena tornato a casa, il protagonista dell’incidente mi ha gratificato della radiocronaca in differita.
“Mamma, stavo pedalando bello tranquillo, quando improvvisamente mi si stacca la sella! Sono rimasto lì sospeso sui pedali per qualche secondo, col vigile che si ammazzava dalle risate. Poi sono saltato giù e ho lanciato la sella nel cestino, piuttosto incazzato: che razza di bici mi hai comprato, che perde i pezzi per la strada???  I miei amici erano in punto di morte, tutti quelli attorno a noi mi guardavano, sghignazzando come pazzi. E ci credo. Stavo schiantando dal ridere anch’io!!!”
La sottoscritta non si descrive nemmeno. Ne va della mia dignità…
“Mamma, piantala di fare così, che ti soffochi. Comunque, il peggio è venuto al ritorno. Sono tornato pedalando in equilibrio sui pedali, col piede che mi sfuggiva ogni tanto e la schiena che andava indietro..”
“Figlio, mi resti impalato! Ma sai che hai rischiato di ammazzarti?!”
“Già. Ma avevo fame e volevo arrivare prima! Sembravo uscito da un film di Fantozzi: c’era la gente che si voltava a guardarmi, con gli occhi fuori dalla testa! Senti, oggi ho un sacco di matematica da studiare: me la porti ad aggiustare tu…?”
Eccolo lì. Con la faccenda dello studio riesce sempre a incartarmi. 
Detto, fatto: caricata la bici in auto (la station wagon che usano i ragazzi), ho tentato di partire.
Peccato non guidassi quella macchina da mesi: ormai abituata al cambio sequenziale, mi sono dimenticata il mio piede sinistro: ho fatto morire il motore un paio di volte, prima di ricordarmi che si usa la frizione. Riattivato il sinistro, ha iniziato a darmi problemi il destro: ai semafori, faticavo a partire, dimentica che la macchina a benzina ha bisogno che le si dia gas, per partire. Insomma, fra ‘sta bici senza sella che occhieggiava dal bagagliaio e l’andatura a singhiozzo, sembravo veramente una squilibrata.
Se qualcuno tiene sotto osservazione la mia famiglia, avverte gli assistenti sociali. Ormai, siamo classificabili come caso umano.

martedì 27 settembre 2011

Cronache vecchie e nuove


Esperimenti culinari del filosofo: sabato pomeriggio andava in scena il cheesecake.
Il nostro, quando cucina per la morosa, non lascia nulla al caso: proprio per questo, ho deciso di fargli da tutor. Conservo intatto il ricordo della sua prima sachertorte: ritenendo la procedura da me consigliata eccessivamente complessa, aveva apportato delle modifiche, atte a velocizzare il tutto. Senza contare che, da bravo matematico, era convinto che, invertendo l’ordine degli addendi, il risultato non cambiasse.
L’apprendista stregone realizzò così un impasto di malta, trasformatosi, dopo cottura, in un blocco di calcestruzzo. Per tagliarne una fetta, fu necessario usare il coltello elettrico.
Lezione tanto pesante, in ogni senso, da spingerlo a ricorrere alla mia supervisione, ogniqualvolta si cimenta in una nuova opera di alta pasticceria: attività per la quale è molto versato, peraltro. Basta un unico esperimento guidato, e da lì in poi il ragazzo realizza capolavori a ripetizione.
Così è stato anche nel fine settimana: cheesecake impeccabile.

Gaglioffo rock: di sabato sera, i ragazzi adulti escono con gli amici. E il nostro ragazzo adulto non fa eccezione alla regola: mentre mamma e papà si concedevano un gelatino in centro, con gli amici, il giovane veniva trascinato a un concerto rock. O sedicente tale.
Alle dieci e mezzo, eravamo di ritorno, convinti di trovare la Stamberga vuota e silenziosa. In realtà, dal piano superiore provenivano urla, ordini concitati ed esplosioni di granate: lo stratega era al posto di combattimento, intento a smembrare zombi.
“Scusa, non eri con gli amici, tu? Che ci fai al computer???”
“Mamma, ti prego. Che pena, ragazzi, che pena… Patetici.”
“Chi, patetici?”
“I rocchettari amici di D. Una musica schifosa, suonata peggio, con un pubblico… Hanno iniziato ad arrivare a frotte tipi con le braghe alle ginocchia, i berrettini messi a rovescio, la sigaretta in bocca e la birra in mano. Quando ho visto che gente c’era, ho prestato la mia catena per la bici a D. e gli ho detto di restarci lui, al concerto dei suoi idoli. Io me ne sono tornato a casa: lo sai che il casino non fa per me!”
Segue un frastuono indescrivibile, subito tacitato dall’inserimento dello spinotto delle cuffie: cuffie indossate dallo stordito, amante della tranquillità, reso subito sordo dal susseguirsi delle deflagrazioni.
Che sia la pace eterna, ciò cui aspira in realtà…?

Desmontegada di Siror: troppo carina, ‘sta cosa. C’erano le vacche più truccate di me, i cavalli più eleganti di mio marito e le pecore, più nere delle pecore nere di Casa per Caso. Galline, oche, cavalli, asinelli e una carriola piena di cuccioli di Terranova, in mezzo ai quali mi stavo tuffando, e tanti bambini deliziosi, molto compresi nel ruolo affidatogli.
Assieme a due coppie di amici, ci siamo spalmati ai bordi del tragitto del bestiame, accompagnato dai valligiani in gran tiro, addobbati con i tipici abiti tirolesi e incitati dalle marce suonate dalle svariate bande locali.
Completamente preso dal suo ruolo di fotoreporter, il nostro amico paparazzo girava con l’occhio incollato all’obbiettivo: e mal gliene incolse.
Una vacca con una cornucopia piantata di traverso sulla fronte, a bloccarle la visione, ha iniziato a sbandare verso il pubblico, restando per di più vittima della sindrome di Montezuma: è partita una granata ad alta penetrazione, che ha cecchinato in pieno i calzoni e persino la maglia del nostro povero fotografo della domenica. Che ha visto ritorcersi contro di lui lo strumento tanto amato: esistono scatti che ritraggono lui e la moglie nei pressi di una fontana, impegnatissimi a eliminare le tracce del delitto.
Tra questo e la compagnia, decisamente ilare, è stata una delle domeniche più divertenti degli ultimi anni. Erano secoli che non ridevo così: evviva E & L, gli organizzatori della giornata. Se mi leggete, grazie, ragazzi. Davvero.

domenica 25 settembre 2011

Transumanza

Ragazzi, stamattina ce ne andiamo a vedere la traNsumanza degli armenti in montagna. Una domenica tra amici, in mezzo alle bestie: non vedo l'ora. Almeno queste saranno più mansuete delle belve che frequento ogni giorno! 
Buona domenica a tutti, ci si risente presto: vi devo raccontare degli esperimenti culinari del filosofo. Oltreché delle serate rock del gaglioffo.
Ciao!

sabato 24 settembre 2011

Felini e gattare fuori controllo


Io non nutro due gatti: allevo due belve. Come se non bastassero le quattro belve a due gambe, a complicarmi l’esistenza.  
Se mi attardo a scendere, al mattino, quelli mettono su un concertino che nemmeno i Beatles agli esordi: “Mieee, mieee, MIE’!”
Se non mi scapicollo a sfamarli, quegl’infami svegliano l’intero vicinato.
Eccitati dall’idea che fra poco se magna, i due si strusciano contro le mie caviglie, conducendomi ogni mattina sull’orlo di un crollo rovinoso. Ho un andamento da indice di Borsa, quando li ho fra i piedi.
Naturalmente, Corradino si distingue per astuzia e destrezza: non so come, ma riesce sempre a infilare la zampetta fra la porta e lo stipite, aprendosi l’agognato varco: per fuggire quindi come un indemoniato al piano superiore, dedicandosi poi al suo sport preferito. Il lancio, senza paracadute, sulla tenda del piano di sotto.
Non so perché, ma stamattina non riusciva più a scendere a terra: disperato, percorreva la superficie del tendone in lungo e in largo, emettendo lunghi miagolii modulati. Mi sono avvicinata per afferrarlo, ma il manigoldo giocava con la mia mano, eseguendo un balzo all’indietro ogni volta che cercavo di raggiungergli la collottola. Inutile anche cercare di attrarlo con il piattino della pappa: il furbastro la ignorava. Si era rimpinzato ben bene, prima di darsi agli sport estremi: sarà per quello che non osava il balzo finale. Troppo zavorrato.
Dopo tre o quattro tentativi andati a vuoto, allungandomi come un elastico, mi sono rassegnata a cercare un piccolo aiutino: piazzata la scala, l’ho beccato al primo colpo, riportandolo zampe a terra.
C’è però qualcuno che riesce a battermi, quanto a gattaria: ieri sera siamo andati a trova una coppia di amici. Il cancello era aperto, così ci siamo introdotti in giardino senza suonare: sotto il portico, mi attendeva uno spettacolo che mi ha fatto perdere la trebisonda. Un numero sempre crescente di micetti, sulle due-tre settimane di vita, zampettava per ogni dove. Gattini neri, tigrati, un esemplare candido con una macchia tonda color caffè, in centro alla testa: spuntavano da sotto i cespugli, le poltrone, si materializzavano dal giardino e sbucavano da sotto le fioriere.
Sono impazzita.
Mi sono messa a inseguirli tutti, incurante che la maggior parte di loro mi sfuggisse spaventata: ho acchiappato due neri e quello bianco. Appurando che erano diversamente domestici: ovvero, si lasciavano prendere in braccio, ma si divincolavano quasi subito. Tutti, tranne uno: un batuffolo nero, con una macchietta bianca in mezzo al petto. Praticamente, il clone del compianto Poppi: quello, come l’ho afferrato, si è messo a fare le fusa come un motorino.
Manco a dirlo, avevo già le mezzeluci agli occhi e l’aria implorante: nel frattempo, i padroni di casa si erano affacciati alla porta. Li ho quasi ignorati, persa com’ero in mezzo ai pelosi.
Jurassico, che conosce il suo pollo, si è messo a barrire: “Nonononono! Non ti far venire strane ideee…”
“Ma guarda quanto è carino!”
“Non se ne parla. Non passerò un altro inverno coi gatti in camera da letto!”
“Ma poverini… Qui ci sono le macchine, magari li investono!”
“Ecco, sì, appunto. Considerato che sono tredici, la selezione naturale è la mia sola speranza!” obietta il titolare della cesta di code.
La moglie ci mostra il cestone dove dormono, descrivendomi il risveglio dei tredici pelosini, quando al mattino gli porta la pappa.
Jurassico ha dovuto togliermi il gatto dalle braccia con la violenza e cacciarmi in macchina con metodi coercitivi. A quel punto, invece di uscire, volevo mettermi a dormire nella cesta con loro.
Ecco, ora lo dico: ho sposato un uomo insensibile. 
Un uomo che non mi comprende.
Uffa. 

venerdì 23 settembre 2011

Ci sono giorni...


Giorni che ti lasciano svuotata.
Giorni nei quali si concentrano tante emozioni contrastanti, da farti dire: “Vi prego, basta. C’è un limite persino a quello che posso sopportare io…”
Giorni segnati da preoccupazione, tensione e sofferenza, mischiate ad aspettativa, gioia e sollievo.
Ieri è stato uno di quei giorni.
Un giorno intenso, doloroso, ma anche un giorno che ha visto accendersi una minuscola luce, in fondo al tunnel, restituendomi la speranza che le cose si possano aggiustare, dopotutto. Persino quelle rotte in malo modo.  
Un giorno importante, per me.
Importante perché mi ha regalato la certezza che, se regali amore, questo non va mai sprecato. Anche quando è svilito, vituperato, insultato e persino sfruttato in modo ignobile: l’amore lascia traccia di sé. E lo ritrovi che ha messo radici nel cuore di qualcuno: qualcuno che non pensavi nemmeno si ricordasse di te.
Ieri ho sentito come un affetto sincero sia in grado di tamponare  le ferite più dolorose.
Ieri ho toccato con mano come le persone dovrebbero trovare la forza di far valere le ragioni del proprio cuore.
Ieri mi si è riconfermato che il quieto vivere non è motivo sufficiente per farsi manipolare,  lasciando mano libera a chi ha la mano pesante.
Ieri ho visto con i miei occhi quant’è vero: ciò che facciamo ai bambini resta loro inciso nel cuore per sempre.
A volte la pochezza degli adulti ci strappa via dei bimbi. Bimbi che ti volevano bene, tanto da sentirti parente, anche se non gli eri parente per niente.
I vincoli di parentela si allentano, non fermano gli sciagurati, non contano nulla per i cinici.
Ma se un bambino ti diventa figlio, o nipote, nel cuore, tale rimarrà per sempre. E se tu hai saputo fare breccia nel suo, ci rimarrai nascosto dentro, nonostante tutto.
Se mai il destino te li riporterà fra le braccia, anche dopo anni e anni, sarà come se non fosse passato neppure un mese.
Ieri mi è successo proprio questo. Per uno strano capriccio della sorte, mi è capitato in circostanze diverse, con due persone diverse, ma con lo stesso identico sentimento, da parte mia: una vera tempesta affettiva, in grado, lo confesso, di lasciarmi stremata.
Stremata, ma serena: poter dire loro di non averle mai dimenticate è stato come togliere una cappa di piombo dalla mia anima.

Noi adulti dovremmo essere maturi. Gli anziani dovrebbero essere saggi.
C’è un detto, del quale non conoscevo l’esistenza: quando il corpo se frusta, l’anima se giusta (quando il corpo invecchia, l’anima si ravvede).
Vero, forse: in vecchiaia si è più disposti a dimenticare il passato.
Ma una giovane donna, intelligente, seria e molto in gamba, ieri mi ha fatto osservare: “Sì. Però è più disposto a dimenticare il passato chi il male l’ha fatto, rispetto a chi l’ha ricevuto…”
Già. Una bambina che soffre, se lo ricorderà per sempre. I momenti felici regalati a un bambino, resteranno nel suo cuore per tutta la vita.
Ieri qualcuno mi ha ricordato di aver vissuto attimi indimenticabili, con me, da piccolino. Non so dire quanto saperlo mi renda felice, e quanto sia grata a chi me l’ha rivelato, per avermi fatto questo regalo.
A volte, i giovani sanno essere migliori degli adulti. E’ bello, sapere che si sono, e che sono così: belle persone, persone pulite.
Un abbraccio forte alle mie nipotine ritrovate: a chi forse mi leggerà e a chi mai saprà che ho scritto questo post.

giovedì 22 settembre 2011

Appello ai miei lettori di Milano e dintorni

Amici, qui il mio editore mi chiede se, riuscendo a organizzarmi una presentazione dei "Marmocchi" in una libreria di Milano (e credo vada cercando una libreria abbastanza "di peso"), sarei in grado di raccogliere almeno una trentina di presenze. 
Che dite? Ce la facciamo? Me li mettete assieme una trentina di disperati che vengono a sentire Mpc...?
Attendo conferme da voi: ottenendole,  darò il via. 
Non vi nascondo che mi farebbe molto piacere: sarebbe l'occasione per incontrare molti di voi vis-à-vis. Un desiderio che coltivo da un pezzo. 

Un abbraccione a tutti

Mpc

Resettatemi, please!


Gente, sono esaurita. Non mi sopporto più: ci sono aspetti del mio modo di essere che mi mettono in un imbarazzo cosmico.
Pensavo a una sostituzione delle aree cerebrali coinvolte, ma mio marito lo garantisce: non esistono procedure simili, nemmeno a livello sperimentale.
Peccato.
Diversamente, ne sono certa, sarebbe lui il primo a donare il mio corpo alla scienza:  ne combino così tante da averlo condotto alla rassegnazione. Non si arrabbia nemmeno più.
Come il giorno in cui ho afferrato le chiavi del camper, senza accorgermi che, sotto di esse, si nascondeva il suo meraviglioso cronografo. Prezioso oggetto, regalo mio, tra parentesi, che ho spedito a schiantarsi sul selciato, appena fuori dalla porta: incisione indelebile sul fianco sinistro della cassa dell’orologio. Silenzioso dispiacere, altrettanto indelebile, inciso sul volto del marito. Un senso di colpa schiacciante, inciso in sempiterno nel cuore mio.
E’ un continuum, un danno dopo l’altro, una dimenticanza appresso alla precedente, disastri a ripetizione. E meno male che non soffro di sindrome premestruale: una come me sarebbe capace di dar fuoco alla casa, se andassi soggetta anche a quella.
Veniamo a noi: l’altro ieri, avevo programmato una visita di controllo, di quelle routinarie. Odiando i ritardatari, mi ero attrezzata per arrivare con largo anticipo rispetto all’orario stabilito: già un’ora prima ero in loco, tonica e stenica. Circostanza che, tra l’altro, mi ha condotto all’interno di una pasticceria, dove ho peccato. Non molto, ma ho peccato: il che, considerati gli ultimi verdetti senza appello della mia bilancia, sarebbe stata mossa da evitare.
Comunque sia, dopo un peccaminoso spuntino e un corroborante cappuccino, suono alla porta del medico: nessuna risposta. Lascio passare qualche minuto, e ci riprovo, poco convinta stavolta: se non c’è lui, non dovrei esserci nemmeno io. Questo è poco ma sicuro. Già attanagliata dall’angoscia, afferro il cellulare, per chiamare l’ambulatorio: il dubbio era se il mio fosse un anticipo cosmico o un ritardo bestiale. La voce del medico in persona, incisa su nastro, mi detta il suo numero di cellulare, per comunicazioni urgenti.
L’urgenza c’è, è indiscutibile: devo capire cos’ho combinato.
Chiamo il doc, scoprendo che questi mi aveva aspettata per un’ora e mezzo, il giorno precedente, prima di tornarsene a casa sua. Nel dubbio che mi potesse essere successo qualcosa, non mi ha chiamata: non voleva disturbarmi!
Datemi una pala, che mi seppellisco. Mannaggia a me e al mio rapporto conflittuale con la tecnologia: cercando di fare la moderna, mi son scritta l’appuntamento direttamente sul cellulare. Posticipandolo di un giorno..
Prostrata dalla vergogna, ho implorato il dottore di scusarmi: dottore che non solo mi ha scusata, ma è corso ad aprire l’ambulatorio, solo per me. Se poi considerate che, essendo moglie di un collega, manco accetta che le visite io le paghi, avrei voluto suicidarmi in diretta. Per fortuna, mi ero attrezzata in precedenza, portandogli un omaggio: tanto più necessario ora, dopo la bella prova sopra descrittavi.
L’unica buona notizia della giornata è che sto benissimo: fisicamente, almeno. Di testa, sono un caso limite, e soprattutto, senza speranza.
Se qualcuno ha qualche buona idea per mettermi in sicurezza, vi prego, parli ora. Altrimenti, mi sa che mi dovrete sopportare così, per sempre.




martedì 20 settembre 2011

Fraintendimenti

Scarico la lavastoviglie, con l’ausilio (coatto) di un recalcitrante gaglioffo. Riponendo una spatola, mi accorgo che l’altra è crivellata di macchie di sugo: nonostante le quali è stata ordinatamente archiviata nel cassetto di sua pertinenza.
Con disappunto, rimprovero il responsabile: “Quando una cosa viene male, bisogna ripassarla!”
Sgomento, l’individuo mi fissa, con gli occhi sbarrati: “Ma perché? Mica ho ancora preso quattro, in matematica!”
Notare l'ancora, prego. Mi sa che dovremo lavorare molto sull'autostima, nell'immediato futuro: ammesso e non concesso che sul resto ci lavori lui. 
Piuttosto stravolta, gli domando: “E che c’entra, adesso, la matematica? Cos’hai, un’ossessione?!”
“Mi dici che se vado male devo ripassare…” mi ribatte, incerto.
“Ma cos’hai capito! Ripassare le stoviglie sotto l’acqua! Guarda che schifo di roba avevi messo via…”
Il sollievo è palapabile: “Ahhhhh… Meno male! Mi avevi spaventato…”
Siamo alla paranoia, ormai. Quasi quasi non vedo l’ora che faccia il primo compito, così almeno so di che morte dovremo morire…
O forse no. Questa settimana, di guai ce ne sono fin troppi.

lunedì 19 settembre 2011

La via del primino: abissi, svolte e illuminazioni divine

Il primino, armato di ombrellino pieghevole per sfidare le intemeperie, stamattina  mi ha salutata proclamando:"Addio, mamma! Parto per una nuova avventura..." 
E così, inizia la seconda settimana di scuola: facciamo un bilancio delle prima. 

Il secondo giorno di frequenza, il neo-liceale piomba in cucina con aria trafelata: “Mamma, ho la stessa prof di mate dei miei fratelli!”
“Bene. Ricordo che era severa, ma molto brava” dichiaro.
“Mhm. Anche lei si ricorda di loro… Mi ha chiesto come stanno!” ribatte lui.
“Ti dovrai impegnare, sai. Se non sbaglio, anche Davide è riuscito a prendere cinque, con lei…” lo informo, neutra.
L’uomo cambia tinta e sbotta, sconvolto: “VADO A STUDIARE MATEMATICA!!!”
Scomparso all’istante: nonostante non siano nemmeno le due, pianta la testa sui libri e non si muove più di lì.
Dopo un’ora, me lo vedo ricomparire davanti: “Ho verificato la differenza fra i libri di testo delle medie e questi. Stiamo ripassando le potenze: alle medie, l’argomento era polverizzato in una riga e mezza. Qui, sono quasi tre pagine! C’è un abisso empireo…” esala, con tono depresso; quindi, osserva: "Credevo di dover studiare sette camicie, al liceo. Dopo oggi, ho capito: ne dovrò sudare sette all'ennesima potenza!"
In un modo o nell'altro, almeno l'argomento potenze pare introiettato.
Un bel po’ dopo, rieccolo: “Ho fatto un’altra verifica. Stare attento a scuola e poi studiare a casa mi riduce…”
“…il lavoro a casa?”
“…stanco. Mi riduce stremato!”
Lo raggiungo in salotto, dove giace, stramazzato sul divano, a occhi chiusi, divelto dallo sforzo.
Sarà un cammino lungo e faticoso, decido, di fronte a tale scena cruenta.

Col passare dei giorni, fa conoscenza con i vari professori: a sentir lui, tutti dichiarano di nutrire una grande passione per la propria materia, e di insegnarla con entusiasmo.
“Ed è vero! Mamma, è vero: riescono a trasmetterla anche a noi, la loro passione…”
“Accipicchia. Quasi non ci credo. Allora, pensi sia la scuola giusta per te?” tento, speranzosa.
“Certo che sì! Non lo vedi come sono su di giri, la mattina, quando mi alzo e mi preparo? Non è più un peso, andare a scuola…” mi rassicura lui, con aria convinta.
“Gran cosa, questa. E… la prof che diceva di essere sadica?” chiedo.
“Quella non è cattiva. Quella è una veterana: ne ha viste di tutti i colori. Oggi ci ha detto di non buttarci dalle finestre, anche se siamo nei container!” risponde, serio.
“Buttarvi?! Perché, c’è gente che l’ha fatto???” trasecolo io. Gli studenti non finiscono mai di stupirmi.
“A quanto pare. In effetti, avrebbe fatto meglio a non dircelo: a noi non sarebbe mai venuto in mente. Così, ci ha dato un’idea…” ghigna, mefistofelico.
“Ci devi solo provare!” lo investo.
“Scherzo, mamma. Ormai le cose sono cambiate: nella mia vita c’è stata una svolta importante!” dichiara, con volto quasi grave.
“Consolante. Una svolta, eh?” mormoro io, mentre una flebile speranza si fa strada nel mio cuore di mamma. Vuoi vedere che siamo stati folgorati anche noi sulla via di Damasco…
“Certo: arrivato in fondo alla strada, per andare alle medie svoltavo a destra: adesso, per andare alle superiori, svolto a sinistra!” mi stende lui, per piazzarsi di nuovo davanti all’inseparabile schermo del PC.
Come volevasi dimostrare. Ripiantiamo i piedi a terra, e prepariamoci a soffrire: il paziente è vigile e reattivo. La prognosi, tuttavia, resta riservata.

domenica 18 settembre 2011

Fra simili ci si comprende


"Gatto grigio in avvicinamento..." avviso io, a gran voce.
"Qual è?" mi risponde, proveniente dai meandri delle camere da letto, la voce del gaglioffo.
"Corradino!"
La reazione è subitanea:  "Vieni qui, micio..."
Seguono tonfi e zampate, di provenienza più umana che felina. 
Scorgo l'animale fuggire a gambe levate verso la terrazza, slittando sul pavimento lucidato di fresco. Il manigoldo segue, a meno di un'incollatura di distanza, perdendo aderenza negli stessi punti dov'è scivolato il gatto. 
Decido di lasciare i due a vedersela fra di loro. 
Dopo qualche minuto, il bipede scende, stringendo il quadrupede fra le braccia. La bestia ronfa beata, mentre la belva lo fissa con amore infinito: "Bello, il mio amore grande..."
"L'hai catturato? Come hai fatto, che sembrava una freccia?"
"Perché io sono il re dei gatti. Mi è venuto spontaneamente in braccio! Caro il mio cucciolotto..."
Pausa. Nel silenzio, si odono solo le fusa del felino. 
"Mi sa che lo sto viziando un po' troppo, 'sto gatto..." osserva, pensoso, il sovrano. 
"Già." replico io, asciutta.
"Ma è così piccolo, cucciolino... Ha un cervello simile a una noce!"
"..."
"E' per quello che noi due ci comprendiamo alla perfezione!" conclude il nostro, sollevando il gatto al di sopra della sua testa, prima di posarlo, con cautela, al di fuori della porta, in giardino. 
Ottimo. Se è vero che conoscere la natura di un problema significa essere a metà strada per la sua soluzione, siamo a cavallo! 

sabato 17 settembre 2011

Generazioni a confronto

Quando sparisco per un giorno intero, c’è sempre Jurassico di mezzo. L’uomo mi sequestra, portandomi con sé qui e là: e nella più classica forma di sindrome di Stoccolma, la qui presente Mpc non chiede di meglio che di esser rapita in questo modo.
Ieri, dopo una giornata passata a vagabondare per mezza Italia, giacevamo riversi sul divano, sul punto di abbandonarci al sonno; la nostra attenzione è stata risvegliata dal passaggio di un filosofo, intento a prepararsi per un evento: il suo secondo anniversario con la morosa.
Quando ne parla, il nostro riservatissimo filosofo non può controllare la luce speciale che gli illumina gli occhi: una luce che mamma e papà sanno riconoscere al volo. Con un’infinita tenerezza nel cuore.
Sparito il ragazzo, suo padre mi guarda negli occhi: e rivedo, preciso preciso, lo stesso sguardo di suo figlio. Che poi è lo sguardo del nonno, quando guarda la nonna.
Tre generazioni diverse, un solo modo di volersi bene: qui s’invecchia, senza ossidarsi.
E’ bello essere una coppia, quando funziona così.