domenica 31 luglio 2011

Partenze & patimenti


Allestimento valige: ovvero, all’inseguimento di due schegge impazzite.
Le schegge in oggetto sono il filosofo e il gaglioffo, in partenza per una settimana di vacanza. Ognuno per conto suo, ovvio: ma, per mia disgrazia, con tempistica sovrapposta. In tre ore, riescono a portarmi quasi alla canna del gas.
Il filosofo, in apparenza organizzato ed efficiente: “Mamma, dove trovo un lenzuolo matrimoniale?”
“Giù, nell’armadio del camper.”
“Mamma, hai un paio di ciabatte che mi vadano bene? Io vivo scalzo, lo sai…” m’incalza il gaglioffo, caotico come il solito.
“Nella borsa che hai usato per andare in piscina.”
Una borsa da me fortunosamente rinvenuta in garage, giusto in mattinata: al suo interno, un costume da bagno e un asciugamano da spiaggia incartapecoriti e dal vago sentore di muffa. I legittimi proprietari degli oggetti non avevano idea dell’uso scellerato cui erano stati sottoposti. Cosa da me scoperta dopo essere piombata come una furia in camera dei maggiori, incolpandoli dello scempio: sono stata rimpallata immantinente due stanze più in là. Il gaglioffo, qualche settimana prima, se n’era clandestinamente impadronito, per una nuotata con gli amici: abbandonando alle sue spalle i miseri resti, con le conseguenze sopra descritte. Un altro po’ e me lo mangio: anche perché il colpevole affettava la più innocente aria ingenua mai vista.
Intanto, passa il filosofo, con le mie ciabatte ai piedi.
“Dove vai in giro con gli infradito rosa, tu???”
“I miei sono scomparsi. Sono giorni che li cerco!”
“Hai guardato in scarpiera?”
Pausa di riflessione.
Nel frattempo, raggiungo il maniglodo: “Matteo, hai preso il deodorante, il dentifricio, lo shampoo…”
“Mamma, è meglio che ci pensi tu, alla mia valigia. Altrimenti già so che mi dimentico tutto!”
“Va bene. Però cerca di ricordarti tutto, quando la prepari tu, al ritorno.”
“E chi la disfa? Pescherò tutto dal fondo…”
Avverto un leggero mancamento, mentre mi sfila di fronte il filosofo. Indossa un paio di infradito neri.
“Ah, li hai trovati, vedo…”
“Maccheneso. Avrei giurato di averci guardato, in scarpiera… E invece erano proprio lì!”
Un grido di orrore attira la mia attenzione: “La Bibbia? Hai messo la Bibbia in valigia???”
“Ordini superiori. E’ il campo scuola della parrocchia: rassegnati alla preghiera, sennò rimani a casa. Siamo intesi?!”
“Sì, sì, ho capito… Non serve che ti scaldi!”
“Non ho voglia che mi telefoni il cappellano dicendomi di venire a recuperare mio figlio miscredente. Voglio che sia chiaro.”
Ghigno sotto i baffi, seguito dal silenzio.
Apro il cassetto della biancheria del gaglioffo, e scatta l’emergenza mutande e calzini:  a parte un paio di calzetti risalente al Cretaceo e uno di mutande con l’elastico allentato, è il deserto.
Da notare che, molto di recente, ho rimpinguato il suo corredo, scegliendo con accuratezza calze con griffe farlocca e mutande di foggia inedita. Speravo questo spingesse gli altri due a snobbarli, e a riconoscerle, evitando venissero fagocitati dal buco nero (la loro camera). Tutto inutile, come si vede.
Spinta dalla necessità, mi inoltro nella jungla, in assenza del proprietario della stessa: che è fuori a cena con gli amici.
Così, scopro che costui conserva la coperta invernale, da me amorevolmente lavata, arrotolata su se stessa, infilata sotto il letto. La poveretta è insidiata da dozzine di gatti di polvere, aggressivi e inselvatichiti.
Nel cassetto dell’intimo, trovo un paio di calzini con l’elastico slabbrato, che produce un inconsueto effetto tutù. Due paia di calzini grigi, accoppiati a croce, in un chiaroscuro di notevole impatto scenico, sono coricati su un letto indistinto di mutande-calzini-calzettoni rovesci, ammucchiati alla rinfusa. In tale bailamme ritrovo: otto paia di mutande del gaglioffo, l’intera collezione dei suoi calzini lunghi – fondamentali per il trekking che si appresta a fare… – e un numero impressionante di calze spaiate. Ci sono anche una maglietta da lavoro di papà, da lui chiesta con insistenza più volte, e da mesi mancante all’appello, e una salvietta da bidet. Pulita, per fortuna.
Ecco svelato il mistero dei calzini single, che a casa nostra sono più numerosi di quelli regolarmente sposati: quando raccolgono il bucato, quei due infami fanno mucchio, gettando tutto nel cassetto. Poi, pescano quello che gli serve, negando sempre ogni addebito, quando mi affaccio, implorando da loro notizie circa qualche capo di vestiario sparito misteriosamente dalla circolazione.
Nell’arco di due ore, devo produrre quattro confezioni di deodorante, altrettante di crema solare, saponette, shampoo doccia vari e un quaderno ad anelli.
Misura A5: l’unica che non abbiamo, nella nostra cancelleria di scorta. La cosa mi costringe a una fuga al centro commerciale, a dieci minuti dalla chiusura, così mi procaccio anche del sapone. Finito anche quello, a mia insaputa.
Alle undici e dieci, la sottoscritta piomba aletto, distrutta.
Oggi, entro le due, sono partiti entrambi: e invece di sospirare di sollievo, sono qui con il cuore in gabbia. E’ una prima volta per ciascuno dei due: la prima volta che il filosofo guida in autostrada, la prima volta che il manigoldo se ne va da solo.
E io non riesco a tenere l’emotività sotto controllo, mannaggia a me e alla mia testa bacata!
Speriamo che arrivino presto. Così la pianto di stare in apnea.



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sabato 30 luglio 2011

Mission impossible e uomini da sposare


“Posso berne un goccino?”
“Fermo lì: alla tua età non si beve.”
“Perché?”
“Sei troppo giovane.”
“Ma guardami, mamma! Sono un gigante!”
“Il tonnellaggio è indifferente. Il tuo sviluppo neurologico non è ancora concluso: la barriera ematoencefalica non è ancora completamente formata.”
“E questo cosa vorrebbe dire…?”
“Che l’alcol ti arriva al cervello per direttissima. E ti distrugge i quattro neuroni sui quali puoi  contare…”
“Uffa. Quanto devo aspettare?”
“Fino ai sedici anni almeno. E comunque, dopo, ci dovrai andare piano lo stesso!”
Pausa di riflessione.
“Lo sai che oggi ho salvato un pesce dall’annegamento...?” afferma, con un ghigno. 
“Scusa, mi correggo. Tu hai due neuroni, non quattro, sui quali far conto."
“Eh, eh, eh… Queste sono le tipiche battute di noi del popolo melagodiano.”
“Non voglio nemmeno sapere di che popolo tu vada farneticando. In ogni caso, lascia stare quella birra.”
“Altrimenti mi rovina la carriera entocefalica, ho capito, ho capito…”
Sì, ecco, appunto. Tutto, ha capito. E io questo dovrei renderlo abile e arruolato per il liceo... La vedo dura. L’ennesima mission impossible della mia esistenza.

“Prof, che piacere vederla… Come sta? Sopravvissuta alla classe di belve?”
“…”
“Grazie, sa. Se non fosse stato per lei, credo l’avrei già strangolato, quello…”
“Eh, già. Deve fare un cambiamento a 180°, però…”
“Non posso giurare che ce la faremo, ma qualche segno di vita il paziente lo sta dando. Ce la giocheremo sul solito PC da contingentare, sul divertimento come premio per l’impegno e via così. Sperando che la determinazione verso il suo obiettivo lo sostenga. Altrimenti, è una causa persa in partenza!”
“Mhm. E poi ci sono le ragazze…”
“Le ragazze?”
“Vostro figlio è un rubacuori. Sono tutte ai suoi piedi: - Matteo qui, Matteo là… - Sai quando lo avevi minacciato di mandarlo in collegio?”
“Eccome, se mi ricordo!” risponde il vecchio compagno di scuola della prof, alias Jurassico, padre disperato.
“Una tragedia. Scene di panico in classe. Poco manca che si strappano le vesti…Alcune piangevano, addirittura!”
“Oddio. In effetti mi dice sempre di avere l’ormone in subbuglio…” commento io, con un filo di voce.
“Ecco. State attenti anche a quelle, perché il ragazzo fa strage. E questo contribuisce a distrarlo, questo è poco ma sicuro.”
Benissimo. Oltre che pifferaio magico, adesso scopro di avere un figlio bello e dannato. Un bandito tombeur de femmes. E con una concorrenza del genere, dovrei concentrare su di me la sua attenzione: sempre più impossible, la mia mission.

In auto, andando a far la spesa. Jurassico guida l’auto, mentre parliamo di figli: nel passato, nel presente e nel futuro. Istintivamente, cerchiamo la mano l’uno dell’altra. Dopo avermi sfiorato la mano con un bacio, Jurassico, cogitabondo, borbotta: “Certo che a questo non avevo pensato, quando ho preso un’auto con il cambio automatico…”
“A cosa?”
Sorriso sornione: “Che si va molto meglio a tenersi per mano!”
“Amoremioquantoseibello!” vado in sollucchero io. Riesce sempre a riconcilarmi con l’universo,  il losco individuo.
Lo dico sempre. Se già non l’avessi fatto, io questo me lo sposerei! 

venerdì 29 luglio 2011

Puliziotte al lavoro

Quando la colf è in vacanza Valentina si scatena.
Sta rivoltando la Stamberga da cima a fondo: sopra e sotto, dentro e fuori. Non c’è angolino nascosto che le sfugga. E’ intervenuta persino sui fratelli: ha disinfestato il loro bagno, lavato tutti gli accappatoi, eliminato scorie ammonticchiate qui e là da chissà quanto. Ha riordinato gli armadietti della cucina, razionalizzato il suo guardaroba, spolverato per ogni dove e acquistato fragranze di prima qualità per gli ambienti.
Vederla circolare per casa con lo spazzolone o lo scopettone Swiffer fa pensare a una regina: quella li manovra come fossero scettri. L’aspirapolvere non lascia nemmeno una briciola alle sue spalle, gli specchi rilucono, i mobili rinascono, sotto le sue manine.
Dopo qualche ora trascorsa così, la fanciulla è soddisfatta. Avvisati i fratelli di non vanificare il suo impegno di perfetta donna di casa, sparisce di scena: la zia e la nonna l’attendono.
Pare impossibile, ma i maschi di casa le danno retta: se, al rientro, trova il bagno incasinato, disordine sparso, briciole in giro o altri segni del passaggio di un maschio allo stato brado, la scontano con gli interessi. I fratelli maggiori accettano qualsiasi cosa, da lei: il gaglioffo non accetta un bel nulla, ma è assoggettato per motivi anagrafici. Senza contare che l’intera famiglia gli è contro, per il suo disordine endemico e per la sciatteria incoercibile dalla quale è affetto.
Quanto alla sottoscritta, cumuli enormi di biancheria da lavare a parte, ho indossato la tuta da lavoro, accollandomi la mission “CUCINA”. Una cucina che, come da accordi, il filosofo aveva ripulito – o, meglio, credeva di aver ripulito – il giorno successivo alla festa con gli amici.
Appena messo piede sul luogo del misfatto, ho avuto un mancamento: tempo previsto per la bonifica, due giorni. Come minimo.
Avendo sempre mantenuto in funzione la lavastoviglie, il diabolico duo è convinto, come sempre, di aver fatto tutto il suo dovere. E invece…
I coperchi, per esempio. Quei due devono essere intimi con il diavolo: lavano solo le pentole. Dei coperchi ignorano l’esistenza: ne ho trovati una pila, incaramellati da due settimane di grasso nebulizzato. La superficie della cucina economica era cosparsa di residui alimentari bruciacchiati, aggrappati anche verticalmente, sulla spalla di acciaio della stufa. L’unto velava ogni piano nel raggio di tre metri dai fornelli, impronte digitali farcite tempestavano vetri, fiancate dei mobili, antine dei mobiletti. Mi domando se i miei figli abbiano problemi di equilibrio: sembra debbano appoggiarsi dappertutto. Persino a fianco del frigo: manco lo avviluppassero in un appassionato amplesso, ogni volta che cercano una cipolla o un pezzo di grana. Distruttivi.
Sul pavimento evito commenti: per fortuna, ho la macchina per il vapore. Professionale: quella squaglia anche il gatto, se per avventura ne incrocia il getto.
Il colpo finale me l’ha vibrato la spugnetta in microfibra: viscida al tocco. Non si riusciva nemmeno ad afferrarla, perché sgusciava come un'anguilla. Come avranno fatto a ridurla in quello stato? Il mistero è stato presto risolto: Andrea l’aveva ficcata in lavastoviglie. Dove la meschina aveva raccolto ogni singola stilla di grasso staccatasi dai piatti, rimanendone intossicata. Per rianimarla, sono state necessarie tre successive sessioni di bollitura con sapone di Marsiglia.
In preda a delirio igienizzatore, mi sono spinta oltre i confini del mondo conosciuto; conosciuto dalle colf, almeno. Il motivo mi sfugge, ma sembra che, oltre il metro e mezzo, per loro gli oggetti smettano di esser degni di attenzione. Ho trovato scaffali che non conoscevano una spugnetta da mesi; bottigliette, piatti decorativi e ammennicoli vari avevano cambiato colore, perché ricoperti da uno strato di lerciume grigiastro. A quel punto, facevo concorrenza alla Vaporella, per la quantità di fumo che mi usciva dalle orecchie.
La mia ira, per quanto funesta, è stata tuttavia di breve durata: merito delle buone cose di pessimo gusto. Ne possiedo un’autentica collezione: ognuna delle quali mi ricorda qualcosa di bello. Un viaggio, un’occasione speciale, un magic moment con uno dei figli. Il pesciolino fatto col riso colorato, opera di una Miss iscritta al nido; gli angioletti suonatori di piffero, realizzati dall’informatico quando ancora tale non era. Una cornice di lana rossa, intrecciata dal gaglioffo, con al centro la sua stessa effigie. A mesi diciotto, ancora col ciuccio in bocca e l’occhione ceruleo spalancato, davanti alla meraviglia del mondo. Infine, il pulcino del filosofo: un pennuto fatto col Das, giallo canarino, col cappello da cuoco e grembiulone bianco, teso sulla panzetta. Un ritratto nel quale mi sono riconosciuta, ora più che mai, ahimè.
Ecco svelato il motivo per il quale, facendo le pulizie, talvolta mi vengono gli occhi rossi. Non sono allergica ai detersivi: è che ho alcune devianze segrete. Che escono fuori a tradimento, nei momenti di difficoltà. 
 

giovedì 28 luglio 2011

Rientro alla base e misteri irrisolti

Siamo tornati. 
In previsione del traffico folle del fine settimana, in considerazione dello stato di saturazione dei due giovanotti: "Ma a te quanto mancano, i gatti? Io non vedo l'ora di rivederli...", e per raggiunto livello di non ritorno di Jurassico, ieri abbiamo viaggiato tutta la giornat per rientrare alla base entro notte. 
Durante il tragitto, la nostra colonna sonora sono stati i tormentoni dell'estate. I due ragazzi e io ci davamo alla pazza gioia, chiacchierando come cinciallegre e prendendoci reciprocamente in giro per i gusti musicali, quasi mai coincidenti. Un mercato rionale, all'ora di punta. 
A differenza del resto della famiglia, Jurassico manteneva il più stretto riserbo, guidando impassibile, senza proferire verbo nè accennare a un sorriso. Manovre a parte, pareva morto. 
All'altezza di Bologna, il gaglioffo ha rilevato la cosa: "Papà, ma tu provi emozioni? Si vede che sei un medico... Sei lì, glaciale, che guidi senza muovere un muscolo del viso."
Papà emette un grugnito, e nulla più. 
Il giovanotto non si scoraggia: "Io sarò più partecipe. Già mi vedo: quando mi porteranno un animale ferito, esclamerò: - Vieni qui, tesoro... Ti fa male la zampina??? - e poi lo curerò. Ma guarda la mamma, che non riesce a tenere la gamba ferma... Lo vedi, che Danza Kuduro è irresistibile???"
Ebbene sì. Sarà stata la mancanza di sonno - tre notti con quell'iradidio del gaglioffo, come compagno di letto, atterrerebbero un elefante - ma credo di avere toccato il fondo, durante queste vacanze. Tra l'altro, parevo morsa dalla mosca tse-tse: mi calava la palpebra già alle nove di sera. L'intera famiglia si prendeva gioco di me, per questo. Figuriamoci ieri, che al resto si è aggiunto il viaggio...
In un modo o nell'altro, la distanza fra noi e casa è stata coperta in giornata e abbiamo raggiunto la Stamberga alle undici. 
Ivi, come già preannunciato dall'interessato, il filosofo stava tenendo un festino con gli amici. 
Segni di libagioni ottime e abbondanti dovunque  - "Mamma, domani sistemo, d'accordo...?" - gatti sparsi per casa, qui e là, solita raccolta di rifiuti riciclabili ammonticchiati in postazioni strategiche,  scorte alimentari vicine allo zero. Assoluto.  Niente di nuovo sotto il sole, insomma. 
Esauriti da 1200 km di percorso, ci siamo inumati immantinente nel talamo, perdendo coscienza quasi all'istante. Le considerazioni del caso le abbiamo lasciate al giorno successivo. 
Ecco cosa ci attendeva. 
Mistero insondabile: "Perché di una parure matrimoniale è stato lavato solo il lenzuolo di sopra?"
"Perché ci ha dormito il gatto, mamma. Il resto era pulito..."
"E perché, di tre federe, hai scelto la più piccola per ficcarci dentro il cuscino più grande della casa?"
"Ih, ih, ih..."
"Tutto questo diventerà un post, sappilo."
Sorriso divertito. 
Il mistero rimane irrisolto: come gli sia stato possibile dormire su un cuscino ridotto come un cotechino non lo voglio nemmeno sapere. Mi basta, per comprendere il livello di degrado in cui versano mio figlio e i suoi numerosi amici,  interpretare gli inequivocabili segni lasciati alle loro spalle dai festaioli: polverina (di the alla pesca) abbandonata in cucina, coca (cola) lasciata a metà  in sala da pranzo, una confezione di caramelle gommose, di marca sconosciuta, appena intaccata e gli  inequivocabili segni di una bisca clandestina. Una scatola di Trivial Pursuit e un'altra di... Scarabeo. Roba pesante, come si vede.
Certo che mio figlio frequenta di quella gente... sono angosciata per il suo futuro. Dove lo condurranno, certe pessime compagnie? 
Al suo risveglio, il manigoldo nota una copia dei "Marmocchi", appoggiata al comodino di papà. 
"Wow, il libro della mamma... Questo adesso me lo leggo!"
Passa circa mezz'ora. Ci incontriamo sulla scala, dove mi aggredisce: "Mamma, ma non riesco a leggerti!"
"Perché?"
"Scrivi troppo difficile! Cos'è un'erinni? E cosa vuol dire destino cinico e baro? Dovrei usare il vocabilario per 200 pagine! Potrei morire..."
"Ossignore. Intanto, prova a sfruttare i vocabolari on line e Wikipedia, che sono di facile consultazione. E poi prova a prcedere oltre pag.1, che magari le cose migliorano..."
Esco a fare due commissioni. 
Appena torno, la belva mi accoglie con una specie di abbraccio. 
"E allora? Come va la lettura?"
"Benissimo! Sono già a pagina dieci..."
"Un vero successo. E...?"
"E... Sì. Mi fa ridere. Lo ammetto."
Se abbiamo il placet del gaglioffo, il buffone di casa, da qui in poi dovrebbe essere tutta in discesa. 
Ora, restiamo in attesa del giudizio di Jurassico. Il quale non solo non ha ancora letto una riga di quello che ho scritto: ha addirittura voluto una copia con dedica dell'autrice, prima di iniziare la lettura. 
Pare che inizierà stasera: vi terrò informati sui suoi commenti. Promesso.




mercoledì 27 luglio 2011

Ancora suspance e cattivi pensieri

Il gaglioffo riceve un sms e impallidisce.
“Hanno rapito Poppi!!!”
“Cosa?!”
“Un mio amico passava per casa nostra, e ha visto un vecchiaccio che caricava il nostro gatto nel cestino della bici!”
“Tranquilli, ragazzi. Quello non ha fatto nemmeno dieci metri: poi la belva si è sottratta con un balzo. Ne sono certa.”
Scatta l’allarme rosso: parte uno scambio fittissimo di messaggi con i fratelli rimasti a casa, per sincerarsi che il micio sia al sicuro.
Pessime notizie: del felino non v’è traccia alcuna. Ha inizio una battuta di caccia nei dintorni, per ritrovare l’amatissimo gatto nero.
Qui al Sud, è il panico.
“Se mi hanno portato via il gatto, mi organizzo con gli amici, e vado a menarlo, quel rapitore di omissis!!!”
“Calma, ragazzi. Nessuna spedizione punitiva, nemmeno su provocazione grave.”
“Ma è per una giusta causa!” esclama la Miss, in versione tricoteuse.
“Certo che non è possibile. Io non vado più via, se mi spariscono i gatti così!” ringhia Jurassico.
“Anche tu, adesso?! E che gli fai, ai gatti, se rinunci alle vacanze? Li covi?!”
L’intera famiglia sta andando giù di testa; io mantengo un contegno, ma in realtà ho voglia di spaccare tutto.
Per fortuna, entro un quarto d’ora – il peggiore di tutte le vacanze - arriva la lieta novella, sempre in forma di sms: “POPPI  E’ TORNATO!!!”
Lemme lemme, senza segni di violenza addosso, si è presentato alla porta. Dove, ne sono certa, è stato accolto con un overdose di coccole e imbottito di cibo.
I due giovani mandano l’ingiunzione: “Tenetelo chiuso in casa!”
Il sollievo è palpabile. Possiamo ricominciare a goderci le ultime ore di vacanza.
Un suono di clacson annuncia l’arrivo di Roba Freshka. Un incartapecorito rappresentante della popolazione autoctona, che arriva alla guida di un Apino, carico di frutta e verdura. L’individuo attraversa il camping, esaltando al microfono le virtù della sua merce: da ciò il soprannome affibbiatogli dai due. Questo ha l’incarico ufficiale di rifilare ai turisti gli scarti di bottega: melanzane più rugose di un pescatore novantenne, pesche del calibro di pallini da schioppo, mosce e crivellate di ammaccature.
Senza contare che utilizza ancora la bilancia meccanica a monobraccio, che non vedevo in azione dal ’72: e imbroglia pure sul peso. Da brava farmacista, so come funziona ogni tipo di bilancia: e lui ha fatto della sua un uso criminoso, caricando almeno di un 30% il peso reale. Di cartellini con prezzo e provenienza nemmeno l’ombra: così anche il prezzo al chilo è a dir poco indecente.
C’è da dire che fa ben pochi affari. Non dobbiamo essere gli unici ad esserci accorti che tira a fregare, il canuto.
E così, giunge la sera. E con essa, le tentazioni peccaminose.
Il nostro dirimpettaio, camperista come noi, è seduto sotto la sua veranda: quarantacinquenne in ottimo stato di conservazione, fisico atletico il giusto, capelli tagliati stile Marine, occhi di ghiaccio, volto scavato. Ma è ciò che tale pregevole esemplare strige fra le mani ad attrarmi irresistibilmente: un sacchetto gigante di patatine. Se non fossi dotata di una formidabile autocontrollo, potrei aggredirlo, pur di impadronirmene.
Le patatine sono una tentazione fatele, per me. Lo ammetto pubblicamente.

martedì 26 luglio 2011

Voglio una vita spericolata


La qui presente mamma anatra, per svariati giorni, ha guidato i suoi anatroccoli (!) tra i massi, inabissandosi fra rocce aguzze e larghi dorsi di mulo, ricoperti di un insidioso vello di alghe. Vagamente disgustose e assai scivolose. Dopo averci guadagnato un ginocchio bluastro, con delicate sfumature verdine, e un paio di graffi alle cosce, l’ho notato. Sulla parte destra della baia flottano, placide, svariate piccole imbarcazioni. All'àncora. 
Non si “parcheggia” sugli scogli, no? E difatti…
Quattro sassetti in tutto. Minuscoli e stondati: una discesa in acqua di tutto riposo. Non dico che si possa tuffarsi di testa – il rischio di schiantarsi su qualche masso seminascosto  rimane – ma almeno non dobbiamo recitare più la parte dei fachiri.
Pensarci prima, no…? Macché. Sarà il sole, sarà il mare, ma ho il cervello disconnesso, da quando sono qui.
Ieri mattina, sfidando le intemperie – leggi: cielo appena velato – mi sono lanciata nella mia solita nuotata fino alla boa. Un tragitto di sei, ottocento metri in tutto. Roba da nulla, specie se una viaggia con calma e metodo, come la sottoscritta. Peccato che, a riva, ci fosse la Miss. Una Miss molto lucertola e poco cetaceo: l’esatto opposto delle sua qui presente mammina. Il peggioramento del tempo, con un improvviso rovescio di ben venti gocce d’acqua, l’ha precipitata nel panico. Vedendomi nuotare decisa verso la macchia gialla, prima ha cercato di richiamarmi, poi ha tentato di sospingere in acqua il gaglioffo, per spedirlo ai recuperi. Saggiamente, costui le ha risposto picche: anche se non se la cava malaccio, dovrebbe correre parecchio prima di prendermi. Quando nuoto non mi batte nessuno, a Casa per Caso. Il ragazzo confidava in un mio pronto rientro alla base: che si è puntualmente verificato. Giunta quasi a riva, sono stata attratta dagli ampi segnali della fanciulla, che mi richiamava a terra con urgenza.
Il tragitto di ritorno è stato segnato dai suoi aspri rimproveri: “Tu sei matta! Nuotare con la pioggia!”
“Embè? Mi dovrei preoccupare di non bagnarmi?”
“E se ti prende un fulmine?!”
“Ma mica c’era il temporale…”
“Non importa! Si fa il bagno SOLO CON IL SOLE! Insomma, io ero stradisperata…”
Arrivata in vista del camper, ha reso edotto il papà delle mie performance: il quale papà ha colto immediatamente l'occasione per provocarmi, dandomi dell'irresponsabile aspirante suicida. 
Mamma mia,  quanto sono iperprotettivi. Mi trattano come fossi di cristallo.

lunedì 25 luglio 2011

Cose che detesto


Gli infradito: secondi solo allo string fra le natiche, come strumenti di tortura, pare siano un must. A meno di non adattarsi alla ciabatta simil-ortopedica, identica a quella della zia suora: comoda, dalla presa sicura sul terreno, ma… deprimente, nel suo obbrobrio. Di zoccoletti, più o meno leggiadri, nemmeno a parlarne: col terreno accidentato, riesco a crollare miseramente persino dai tacchi dei miei sandali neri. Base 5 cm, per un’altezza di 3: solo le misure da parallelepipedo mi impediscono ripetute distorsioni alla caviglia. La Miss sostiene che non so camminare: e ne ha ben donde.
Dunque, mi sono piegata, acquistando  un paio di infradito bianchi per andare in spiaggia e sotto la doccia: peccato che la spiaggia sia raggiungibile solo tramite una salita  con 35% di pendenza. Scendendo, ho la sensazione che il piede mi si tagli a metà; salendo, mi areno frequentemente: la forza di gravità, combinata con il fondo sdrucciolevole della ciabattina bagnata, mi fa slittare all’indietro. Così mi grattugio pure le piante con la sabbia, annidatasi sotto i piedi. Mia figlia perde il fiato, risalendo al camper: io, viceversa, perdo le scarpe. E la pazienza.
Solo la mia bruciante passione per i flutti marini mi fa affrontare, quattro volte al giorno, l’orribile percorso.
Poi, ci sono i bambini. O, meglio, i loro genitori: le creature sono responsabili solo in parte della loro odiosità. Sì: odiosità. Mi rifiuto di essere politically correct, circa questo argomento: quando allevavo i quattro dell’Apocalisse, sudavo sangue per renderli il meno molesti possibile. Dalle minacce di morte se sconfinavano urlanti negli spazi altrui, allo stato di cattività durante le ore del primo pomeriggio, per finire con le estenuanti partite di bocce, beach volley, volano, freesbie e chilometriche nuotate, sempre col ruolo di elemento trainante di file di piccoli natanti, ci ammazzavamo noi, pur di stancarli. Lontano dalle zone popolate, tra l’altro. Per non parlare degli orari: alle nove già in spiaggia, per ritirarsi massimo alle undici e mezzo. Dalle cinque alle sette e mezzo, alla sera. Dopo aver trascorso il torrido intervallo del pranzo a preparare la cena per le piccole fiere.
Ora che i miei hanno raggiunto un rispettabile tonnellaggio, e  toccherebbe a me godermi in santa pace la mia vacanza, mi tocca imbattermi con detestabile frequenza con orde di minori, lasciati allo stato brado. Assisto a scene surreali: un bimbetto di tre anni circa, bello come un angelo, semimmerso in una piscinetta, in riva al mare. La sorella maggiore lo avvicina, ammonendolo sottovoce a non fare qualcosa: la belvetta si scatena con violenza improvvisa, iniziando a ruggire improperi, schizzando d'acqua la sorella e fissandola con sguardo carico d’odio. Pare voglia ammazzarla. La ragazzina indietreggia, quasi impressionata, esclamando: “Ueh, calmino, eh?”
La madre? Non pervenuta. Il padre? “Caterina… Andiamo! Finiscila!!!”
Che capolavoro di intervento: risolutivo, senza alcun dubbio. Caterina si ritira in buon ordine, la scimmietta riprende a tirare sabbia attorno a sé.
Poi, ci sono i piccoli principi, o piccole principesse. Figli unici, o ultimi nati di madri sull’orlo della crisi di mezza età, che fanno il terzo (di solito, è il terzo. Se è il quarto difficilmente le cose vanno come descriverò..) per sentirsi di nuovo giovani. Meschine. Mai sentita tanto giovane e pimpante come da quando non sono più informata sulle ultime novità della Pamper’s. Comunque sia, il piccino di turno è vezzeggiato, coccolato e viziato come una pianta di serra. A mezzogiorno, quando il resto del mondo vive, l’intera famiglia tace, immota. I fratellini vengono allontanati col papà, mentre mamma legge, silenziosa, sotto i pini marittimi: la creatura, treenne, dorme nel suo passeggino. Che fra poco schianta, sotto il dolce peso. Siamo quasi fuori età, con passeggino e seggiolone; che non manca, ovvio. E ci credo, che dorme: stamattina giocava alla piccola cinciallegra, sotto le nostre finestre, alle sette meno un quarto del mattino. Risvegliata de un trillo argentino, mi sono sentita tutta la pubblicità dell’acqua Lete, cantata a voce spiegata; è seguito il menù della colazione, giochi vari ed eventuali, tutti barriti in quadrifonia stereo. Con il significativo apporto di una orgogliosissima madre, intenzionata a mandare la piccola allo Zecchino. E, ovviamente, neppure sfiorata dall’idea che ci sia gente la quale, a quell’ora antelucana, vorrebbe dormire. Figuriamoci. Little Princess è sveglia: che si desti il mondo, pronto ad ossequiarla… La scena si ripeterà, allo stesso numero agghiacciante di decibel, alle due del pomeriggio. 
E dopo ci lamentiamo del fiorire di strutture no-kids. Sto pensando di servirmene anch’io, in futuro… E per una multimadre convinta e felice, come la sottoscritta, è una cosa pesante, da dire.
Poi, ci sono i maltrattamenti di minore. Quelli mi tirano matta.
Madri che, serafiche, espongono i loro lattei piccini – di pochi anni, quando non addirittura mesi – ai crudi raggi solari calabresi, a mezzogiorno e mezzo. Spesso sono pure biondi, con gli occhi cerulei: i più indifesi contro l’aggressività ambientale di una spiaggia, a quell’ora. E cosa possono fare i poveri piccini, se non urlare, resi isterici dalla calura e dal sole impietoso?
Giuro, ci sono attimi nei quali allerterei il Telefono Azzurro, gli assistenti sociali, persino i vigili.
Invece, mi tuffo in acqua. Così sbollisco.
Per fortuna, ci sono anche ragazzini simpaticissimi: ieri, ho fatto amicizia con due fanciulle sui dieci anni. Mi hanno chiesto lumi sulla difficoltà del percorso a nuoto fino alla boa, apparentemente poco distante, che mi avevano visto raggiungere poco prima. Mi sono fatta mostrare come sguazzavano. E ho consigliato loro di dedicarsi al raggiungimento della barchetta rossa, alla fonda a pochi passi da lì. Meglio non iniziare lo sterminio degli innocenti, partendo proprio da due esemplari bene educati…


domenica 24 luglio 2011

Vita da camper


Vita en plein air. Parliamone.
Dopo mesi e mesi di smog, traffico, vita frenetica e ritmi incalzanti, si recupera infine una dimensione spazio-temporale a misura d’uomo. Uno rientra in contatto con la madre terra,  il cielo – di notte, addirittura stellato: una caratteristica che tendiamo a dimenticare, in città – riavvicinandosi a flora e fauna.
Ohimammamia, quanto mi sento bucolica.
Non mi smonto nemmeno quando decine di piccoli globi di resina, caduti dagli eucalipti, si trasferiscono dalla poltroncina alla mia sottana, prendendone stabile possesso.
Pazienza, laveremo… sorrido, fra me e me. Poco dopo, un refolo di vento particolarmente vivace solleva una nuvola di polvere, fogliame e terriccio, che si deposita su tovaglia, poltroncine, telo impermeabile (posto a terra, ad evitare di portare in camper mezzo camion di terra ogni giorno…) e sulla sottoscritta. Dopo un paio d’ore trascorse sotto le fresche frasche, sono incipriata come una damina del Settecento, e la mia chioma sembra una paglietta per pulire le pentole.
Pazienza, ci laveremo… Continuo a sorridere, imperterrita. 
Quanto alla fauna, essa è rappresentata quasi esclusivamente da insetti di ogni ordine e grado. Grilli e cicale sono più rumorosi del traffico cittadino all’ora di punta, i ragni sono in grado di tessere una tela tra le sedie e il tavolo in una notte, oggetti volanti non identificati cercano a più riprese di forzare il blocco opposto dalle zanzariere, infilandosi clandestinamente in camper. Un moscone e svariate mosche ci sono pure riusciti: obbligandoci a una battuta di caccia grossa, armati di strofinaccio bagnato.
Una figlia animalista ha tentato di opporsi alla nostra determinazione sterminatoria, ma siamo stati irremovibili: dormire con un moscone prigioniero in camper è impossibile. Fa più chiasso di un motore Evinrude.
C’è poi l’amica ape, che abita nei pressi della piletta dalla quale spilliamo acqua più volte al giorno: ogni gita alla fonte, un thrilling. Mi trafiggerà, stavolta…? Finora, la bestia si è astenuta. Tuttavia, pranza con noi; e si porta anche le amiche appresso, pur non avendo mai ricevuto alcun invito ufficiale. Siamo costretti a mangiare sigillando le varie portate: se esponiamo gli alimenti per più di quattro secondi, quelle si avventano in formazione. Con rischio di abbattersi, sia pur per errore, sulla mano di un incolpevole commensale, alla ricerca di un bocconcino di formaggio.
Pur essendo virtualmente in grado di arrangiarci con le nostre sole forze, non disdegniamo di servirci di campeggi, con l’intento di rendere la vita un po’ meno pesante al capofamiglia. Soggetto al quale, tradizionalmente, fanno capo i compiti più ingrati: carico e – soprattutto – scarico delle acque. Grigie e nere. Quest’ultima è un’operazione particolarmente simpatica: pur facendo ampio uso di disgreganti, denaturanti e disinfettanti vari, sempre liquami sono. E pesano: venti chili, a pieno carico.
Jurassico, però, è uomo organizzato: si è comprato un carrellino ergonomico, con ruote da sterrato, con il quale raggiunge senza troppe difficoltà il wc chimico, dove liberarsi dell’orrido fardello. Nell’intento di rendere meno frequente tale poco piacevole occorrenza, abbiamo provato a far uso dei bagni comuni. Ivi non mancano solo sapone e carta: non è stato installato nemmeno il reggicarta. Ergo, ammesso e non concesso che uno si attraversi tutto il camping, con il rotolo di carta igienica sotto il braccio, una volta giunto a destinazione dovrebbe stringerlo fra i denti.
Se, nel tentativo di dissimulare la cosa, uno esce con un innocuo beauty, nel quale sia nascosto il necessario, il problema non sarebbe da considerarsi risolto: dove appoggialo, mannaggia?
L’uso dei bagni comuni è stato dunque escluso: con il placet di Jurassico. Il quale sostiene di guidare un transatlantico anche per viottoli impervi, talvolta, appunto perché stiamo comodi tutti. E pazienza se poi la comodità si paga.
La cucina è un po’ un cimento: la scarsità di spazio e di pentolame mi costringe a una produzione quasi essenziale. Che però viene sempre accolta da grandi espressioni di apprezzamento: l’attività natatoria stimola l’appetito, evidentemente. Quanto al rigoverno piatti, io mi occupo di ripulire i fornelli, Jurassico le stoviglie. A ognuno il suo.
Oggi, è stato anche giorno di bucato: armata di sapone di Marsiglia, me ne sono andata ai lavatoi. Qui, con una piacevole brezza ad alleviarmi il compito, ho provveduto all’igienizzazione di magliette e biancheria varia, che iniziavano a scarseggiare.
Con l’occasione, ho osservato la popolazione che si avvicendava ai secchiai: tutti uomini. Un miracolo: gente che a casa non sa nemmeno come si apre la lavastoviglie, si destreggiava con perfetta padronanza tra detersivo, spugnette, stoviglie e pentolame vario. E lo facevano col sorriso sulle labbra: anzi, ne approfittavano per socializzare fra loro. Ho assistito a una amabile conversazione fra due signori, provenienti da due punti estremi della penisola: in altre circostanze, probabilmente non si sarebbero nemmeno guardati in faccia. Un po’ come capita a noi mamme, quando ci troviamo riunite, davanti alla porta del professore più cerbero della scuola. Solidarietà nelle avversità? Simpatia istintiva fra simili? In un campeggio, decadono anche le diffidenze interregionali: cos’è il Po? Un avverbio, forse…?
Le mogli,  talvolta, arrivano a fornire assistenza al coniuge: il quale, dal canto suo,  ricusa ogni intervento muliebre. Oggi, i piatti li vuol lavare lui.
D’accordo: è una vita un po’ pionieristica. C’è gente che non può capire come uno si mangi una cifra blu per ridursi a fare una vita da rom: però ‘sta esistenza da camperista mi piace troppo. Sovverte le regole, costringe a uscire dagli schemi e ti regala qualcosa di impagabile: la sensazione di libertà assoluta.


sabato 23 luglio 2011

Osservazioni antropologiche


Che posto rilassante. Le signore si portano a spasso i loro chili di troppo con assoluta serenità: il sovrappeso qui è considerato normale, è palese. Non ho visto lo straccio di una palestra, un centro benessere,  uno specialista in massaggi drenanti o anticellulite. Niente di niente.
In compenso, i posti di ristoro si sprecano. A ogni passo, c’è la possibilità di peccare: voluttuosamente e in modo variegato. Dal dolce al salato, con particolare predilezione per il piccante, ce n’è per tutti i gusti. Il paradiso del gaudente. 
Nessuna espressione depressa, dipinta in volto a ragazze decisamente abbondanti: sono l’immagine della gioia di vivere. Lontane dalla bellicosa ostentazione con cui le over-size delle nostre parti si strizzano in improbabili stretch e microabiti, vanno tranquille per la loro strada, sorridono morbide, in abiti morbidi, che le fanno sembrare ancora più morbide.
Pur essendo un posto di mare, non c’è alcuna gara a scimmiottare le varie sciacquette televisive, filiformi e con rigonfiamenti artificiali vari: sono prosperose di loro, e ne vanno fiere.  
Quanto agli uomini, sopra i trentacinque esibiscono tutti con orgoglio un profilo a tartaruga. Rovesciata: con intensificazione della curvatura, via via che aumentano le primavere del soggetto. Anche gli uomini hanno un’aria soddisfatta. Glielo si legge in faccia, che mangiano da dio. Mettersi a dieta, in un posto come questo, credo sarebbe considerato un atto eversivo.
Certo, qualche eterea fanciulla si nota anche qui: sottile come un giunco, spicca fra le altre, che di solito sovrasta di tutta la testa. Un po’ troppo truccata, ingioiellata, sfoggia un outfit da velina: ma risulta decisamente fuori luogo. Pare un pesce fuor d’acqua: e in un posto dove i pasci ti sgusciano fra le mani, mentre nuoti, fa ridere sul serio.
Una nota particolare la meritano gli aspiranti tronisti: dotati di corredo muscolare d’eccezione, tartaruga d’ordinanza – messa giusta, stavolta – e sorriso smagliante, vagano in slippini e ciabatte anche in pieno centro. Alcuni non resistono, e cadono sulla catena pendente dal collo, ma il più interessante è stato quello incrociato ieri mattina. Da come sorrideva, molto compreso della sua avvenenza, era davvero convinto di essere Costantino 2, la vendetta. Peccato che, avendo optato per un costume da bagno decisamente molto ridotto, di tanto in tanto  fosse costretto ad aggiustarsi i gioielli. Con un effetto scenico decisamente deprimente.
Tamarri a parte, comunque, e aspiranti letterine da esportazione, la popolazione locale è rilassata, rilassante e molto gentile. Una cosa degna di nota è che tutti sorridono con facilità e non sembrano mai andare di fretta. Eppure, lavorano anch'essi. Molti di loro, sette giorni su sette: il che non impedisce loro di sorridere alla vita, a quanto sembra.
Sarà il mare cristallino, sarà il cielo turchino, sarà la simpatia della popolazione locale, ma se penso a quando dovrò tornare al clima padano, mi vien quasi da piangere. Per svariate ragioni. 




venerdì 22 luglio 2011

Oggi è un giorno speciale


E’ una sensazione che scava, nel profondo della tua anima, e risale, fino a stringerti il cuore. E’ un tenero misto di orgoglio, gioia, sottile tristezza e oscura paura.
E’ un sentimento cui non so dare un nome, guardandola sorgere dalle acque, piccola Venere non più cucciola,  fisico da ginnasta, profilo da cammeo, capelli imprigionati in una crocchia.  
Bella come Paolina Bonaparte, semplice come la mia bambina di una volta.  
Dov’è il topino, cui solo ieri davo il biberon? Mi si stringe il cuore, se penso a quanto presto arriverà il giorno in cui me la porteranno via.
Mi squaglio come neve al sole, quando mi si avvicina per abbracciarmi, e giocare nell’acqua con me, come quando era ancora formato tascabile.
Come sei cresciuta, bambina mia.
Solo il velluto dei tuoi occhi è rimasto uguale a se stesso, quello che mi ha calamitato, stregandomi, la prima volta che ti ho guardata.
Non c’ero. Non c’ero, il giorno in cui sei venuta al mondo. Non sono mie, le prime braccia che ti hanno stretto, le prime lacrime che ti hanno salutata, il primo seno che ti ha accolta.
Un destino crudele ha voluto sottrarti chi ti ha dato la vita, ma mi piace pensare che sia stata proprio lei a mandarmi da te, così piccina da non saperlo nemmeno, quello che ti era successo.
Sono apparita, come diceva il tuo fratellino, e da allora non sono mai mancata.
C’ero quando piangevi perché ti eri fatta male, c’ero quando tremavi, perché ti avevano fatto del male, c’ero quando trionfavi, con gli occhi pieni di stelle, sull’alto di un podio, pienamente meritato.
Ci sono sempre stata e sempre ci sarò, tesoro mio.
Quando avrai bisogno di me e quando sarai così felice da dimenticarti che sono al mondo.  Quando sarai triste e quando sorriderai, quando ti sentirai sola e quando sarai circondata d’amore: ogni volta che lo vorrai,  sarò lì per abbracciarti, per darti coraggio, per gioire con te.

Buon compleanno, piccola mia

La tua mamma


giovedì 21 luglio 2011

E le vacanze continuano...



Il gaglioffo, con aria soddisfatta: “Ahhhh… Queste sì che sono vacanze!”
Jurassico: “Mhm.”
La Miss: “Io mi faccio di quelle dormite… YAWN… Ora scendo in spiaggia! Vieni anche tu, pennuto?”
Io: “No. Sto troppo bene qui all’ombra. Non mi voglio perdere nemmeno un alito di questa brezza fresca… Vengo giù dopo, a farmi una nuotata.”
La Miss: “Sì, goffo tacchino… Così poi facciamo il bagnetto assieme!”
Al mare, mia figlia ha un regresso all’età infantile. Mi tratta come un gioco gonfiabile: in effetti, se non la pianto di mangiare come un bufalo, non sarà l’unica a scambiarmi per una boa. Ne sto acquistando rapidamente le fattezze, ahimè.
Il gaglioffo: “Caspita. Sto facendo la vita di un gatto: dormo, mangio e mi sdraio al sole!”
Jurassico: “Mhm.”
Io: “Sono felice che vi rilassiate, ragazzi. Cercate di non scottarvi e attenti alle rocce!”
Il gaglioffo: “Non me ne parlare. Ieri mi sono sbriciolato il mignolo su di un masso. E quella lì che rideva come una scema, mentre io mi schiantavo i piedi contro le pietre!”
La Miss, ridacchiando intenerita: “Povero Matti…”
Io: “Ragazzi, la fascia rocciosa è larga cinque metri. Più avanti, c’è una secca di mezzo chilometro!”
La Miss: “Davvero? Non lo sapevo. Non mi sono arrischiata ad avanzare, perché avevo paura che non si toccasse e che lui annegasse. Poi come vivo, io, con una responsabilità del genere addosso?”
Io: “Guarda che quello nuota meglio di te. Siamo dentro a una baia: non ci sono correnti, l’ho testato stamattina. Potete stare tranquilli…”
Il gaglioffo: “Allora un po’ di bene me ne vuoi, sorella!”
La Miss: “Non esageriamo. Ho detto solo che non voglio responsabilità!”
Ecco, appunto. Non abbandoniamoci a inopportune dichiarazioni d’amore, che un domani potrebbero essere usate contro di noi: siamo ancora in fase di guerra fredda, con gli ultimi due. Ci vorrà ancora qualche anno perché le ostilità abbiano definitivamente termine, e inizi una positiva collaborazione reciproca, fatta di sana omertà quando serve e appoggio comunque e quantunque.  Già visto succedere, più volte, a Casa per Caso.
In ogni modo, per ora la tregua regge. I due non hanno mai litigato, si offrono sostegno e compagnia, si occupano l’uno dell’altra e stanno volentieri persino con noi. Dimenticata la TV, della quale nessuno ricorda più nemmeno l’esistenza, facciamo tardi a ridere attorno a un tavolino traballante, accucciati in seggiole troppo basse, col sottofondo delle cicale che, al calar del sole, passano il testimone ai grilli. Il relax è tale che, a differenza di quanto accaduto col concerto delle rane, il loro canto ci concilia il sonno, invece di ostacolarlo.
L’unico che soffre è Jurassico: quello vorrebbe essere sulle Alpi, in Danimarca, a Capo Nord oppure in Lapponia. Per lui, vacanza significa freddo di notte e camminate in salita di giorno. Fiordi e laghi montani, altro che acqua salmastra e sole a picco.
Trovarsi a Capo Rizzuto, di fronte a un immenso mare cobalto e sotto un cielo turchino, con il camper acquattato in una foresta di eucalipiti, gli pare un triste ripiego.
In effetti, lo capisco: quello nuota come  un ferro da stiro, ama il caldo quanto un pinguino ed è felice solo quando fa qualcosa di sportivo.  Qui il massimo dello sport è andare a comprare il giornale, al mattino.
Ha fatto felice la sua Princi – la fanciulla, viceversa, è nel suo elemento – ma non vede l’ora di salire a duemila sopra il livello del mare.
Per mia immensa fortuna, si sfoga leggendo e non lamentandosi: vedere contenti noi gli basta, a quanto pare. E’ anche estremamente collaborativo nella gestione delle incombenze domestiche: che sono poche e di rapida esecuzione. Così sono vacanze vere anche per me: sto meglio che all’Hilton, lo confesso.
Quanto al giaciglio, il manigoldo ha trovato un modus vivendi, nel suo loculo. La prospettiva di dormire con uno dei genitori gli è sembrata tanto orrida da fargli fare di necessità virtù: stanotte ha dormito come un ghiro, senza più protestare.
Meno male. Da brava integralista del letto matrimoniale, detesto dormire separata da Jurassico. Quasi quasi, ‘sta cosa mi avrebbe rovinato le vacanze.