mercoledì 29 giugno 2011

Dilazioni di pagamento

C’era da immaginarselo. Non era finita.
Ragazzi, stavolta per poco non vi perdete Mpc: sono finita ruzzoloni giù per le scale.
Travolta e stravolta da un cumulo di panni sporchi, li ho scagliati dalla sommità della rampa in fondo al vortice delle anime. Ovvero, sul pianerottolo di sotto. Nel percorso pedonale, eseguito per raggiungerli e smistarli, ho messo il piede in fallo, slittando tipo scivolo: la percezione del proprio derriere che saltella sui gradini, rimbalzando come una pallina da tennis, è un’esperienza. Da dimenticare.
Per mia fortuna, la roba ammucchiata era così tanta da fornirmi un’efficiente imbottitura: mi sono rialzata con la dignità a pezzi, ma sana. O quasi: ho giusto un paio di ombre bluastre sotto il gomito sinistro e la chiappa destra un po’ dolente. Possiamo dire che mi è andata bene.
Dopo tale incidente, ho afferrato armi e bagagli, e sono andata a trascorrere la giornata in piscina, raggiunta ben presto da Elastigirl. Incasinata con un lavoro da svolgere al PC, mi sono portata il portatile (!), dichiarandomi dispersa. In nostra assenza, i maschi si occupavano di tutto, incluso il pranzo di papà: situazione frequente e, dunque, scevra da rischi. O, almeno, così credevo.
Alle quattro e mezzo, rientrando, abbiamo trovato il filosofo profondamente addormentato in poltrona, con una vistosa fasciatura alla mano sinistra. La Miss è subito corsa dal fratello maggiore, chiedendogli lumi: pare il nostro si sia versato il riso da scolare direttamente sulla mano. Ustionandosi piuttosto seriamente.
Il mio primo pensiero è stato: nemmeno a vent’anni passati ti puoi fidare a lasciarli abbandonati a se stessi? Poi ho riflettuto sui recenti avvenimenti che avevano vista coinvolta la sottoscritta, e mi sono rassegnata. Chi va con lo zoppo, evidentemente inizia a zoppicare.
Al suo risveglio, il giovanotto ha ridimensionato le mie preoccupazioni: la benda era stata apposta per non ungere di crema l’intero arredo, e non  per fornire protezione a una piaga suppurante. Grazie al Cielo.
Rasserenata, ho preparato il necessario per la cena, per darmi poi nuovamente alla fuga: acquafitness, stavolta. Ormai l’odore di cloro non lo sento nemmeno più, da quanto tempo passo in vasca o al bordo della stessa.
In tarda serata, il gaglioffo mi ha convocata: “Mamma, vieni in cucina di sopra. Ci custodiamo un cadavere, là dentro?”
L’ho seguito, per verificare che sì, accidenti, l’odore di latte guasto che mi aveva spinta a un’operazione di igienizzazione spinta dell’intero locale era ancora ben presente. Peggiorato, se possibile. Un altro po’, e vengo colta da malore. Per il puzzo, in parte, e per la disperazione, soprattutto: da dove proveniva, quel fetore?
Non riuscivo a capirlo. Ho tolto anche una griglia da sotto il frigo, ma non sono venuta a capo di nulla. Tormentata ormai da un incipiente mal di testa, mi sono rivolta a Jurassico, implorando il suo aiuto. L’uomo è entrato in cucina, ha fiutato l’aria, sentenziando: “Giovedì sono a casa. Vedrò cosa si può fare.”
Sconfortata, sono tornata alla mia tastiera.
Stamattina, alle cinque e mezzo, il frastuono dei camion che asportavano la plastica – degli altri: la nostra è rimasta in giardino. Se non diramo ordini precisi in tal senso, nessuno viene sfiorato dall’idea di smaltirla – mi ha svegliata. Jurassico giaceva, sveglio, al mio fianco.  Mi sono girata su me stessa, lamentandomi: “Ho sonnooooo…”
“Sonno? Io sono sveglio da un’ora!”
“Ma cosa sei, un fringuello? Anche le galline dormono a quest’ora…”
“Mhm. Ti ho sistemato il frigo.”
Mi sono ridestata di colpo.
“Veramente? Come hai fatto?”
“L’ho smontato. Era pieno di latte sul fondo. Come ha fatto a finire lì?”
“Vallo a chiedere ai tuoi figli. Quelli chiudono male i contenitori e poi li ripongono coricati: con le conseguenze che hai visto…”
“Ah. Faglielo presente, magari, che hanno combinato un disastro…”
“Ci puoi scommettere, che glielo faccio presente. Ma come sei riuscito a smontare il frigo? Io non ho capito nemmeno come si toglie l’incasso di legno…”
“Eheheheh… Sarò più bravo di te in qualcosa!”
“In qualcosa? Tu sei più bravo di me in tutto! Apposta ti ho sposato… E’ stato un matrimonio di interesse, il mio. Hai un’idea di quanto difficile sia trovare un bravo artigiano, di questi tempi?”
Questa battuta mi ha guadagnato un morso. Dopodiché, ci siamo alzati e il mio uomo di fatica mi ha fatto anche il cappuccino. Con la schiuma.
Sono una donna fortunata, lo riconosco. Pubblicamente.