martedì 17 maggio 2011

Una giornata quasi normale

“Mamma, domani ho compito sui Promessi Sposi. Non ce la faccio più: dopo questo tema, non ne voglio più sentir parlare di quei due, per tutta la vita!”
Eccola lì. Un’altra generazione rovinata dalla scuola. Ricordo di aver detto esattamente la stessa cosa, alla fine della quinta ginnasio: eppure, ero un caso clinico. Un soggetto classificabile come lettore compulsivo, con preoccupanti tendenze maniacali: entro i quattordici anni, avevo già letto il tomo per conto mio. Intero. Per due volte.
Ebbene: sono riusciti a farlo odiare persino a me, che l’avevo adorato, leggendolo per i fatti miei. Dopo trent’anni, siamo ancora lì: l’Italia è un paese dal progresso fulminante, non c’è che dire.
Un po’ depressa, vado a pagare una serie di conti: operazione che mi tira per terra del tutto. In vari sensi.
Tornando, incontro una gentildonna, che mi ferma per fare due chiacchiere. La signora mi conosce da secoli, era parecchio che non mi vedeva, e si lancia in una diatriba che la entusiasma un po’ troppo. Presa dalla sua stessa eloquenza, sottolinea i concetti in via di esposizione con gran manate vibrate sulle mie braccia, per concludere con una improvvida sculacciata sulla mia chiappa sinistra. Rimango basita: nemmeno mio marito si permette di sculacciarmi sulla pubblica piazza. Come al solito, non so come reagire: protestare mi pare scortese, permetterle di insistere del tutto fuori luogo. Opto per una manovra diversiva, sgabbiando di lato, nella speranza che nessuno abbia notato il gesto. Ci manca solo si diffondano notizie circa la dottoressa Valentina, colta in atteggiamenti ambigui con una sua amica... Me tapina. Solo questa mi mancava.
Saluto e rientro verso casa. Nei pressi del cancello d’ingresso, noto due orecchie nere, che si orientano verso il mio passo: è Poppi. Sdraiato in mezzo alla strada, sotto l’ombra dell’ulivo dei vicini, non fa il minimo cenno a spostarsi, nemmeno quando sopraggiunge un’auto. E’ l’auto, guidata dalla figlia dei nostri confinanti, che si sposta sulla corsia opposta, per evitare di ridurre il felino a una pizza. Felino che, al mio arrivo, si alza mollemente e mi segue in cucina: dove, manco a dirlo, Davide lo rimpinza all’istante.
Segue discussione fra me e il figlio, che ci scarichiamo a vicenda la responsabilità di aver viziato quel gatto in modo così inverecondo. E' così abituato a fare come gli pare, da deviare il flusso del traffico: almeno quello dei nostri vicini di casa.
“Tu lo nutri troppo!”
“Tu ti sei messa a comprargli le bustine che costano di più, perché faceva i capricci con le scatolette!”
La partita si chiude sulla parità: a vincere è il gatto, comunque. Che si lecca i baffi e chiede di uscire di nuovo.
Andando in piscina, mi trovo bloccata nel traffico: l’ora è strana, per un ingorgo. Guardo cosa lo provoca, e mi accorgo che c’è un operaio, ingabbiato a dieci metri d’altezza, sul braccio di una gru: costui, con aria strana, fissa il basso. Ai suoi piedi, anzi, ai piedi della gru, si assiste al fronteggiarsi di due carri funebri – vuoti – che competono per lo stesso pertugio. Uno vuole uscire, l’altro entrare, e non riescono a districarsi, complici i passaggi troppo stretti e le siepi decorative, messe lì a intrigare le manovre. Da dove sono, l'intero gruppo pare composto da dinosauri meccanici. Non riesco a capire se i due bestioni siano esemplari dello stesso branco, o facciano parte di due clan rivali: comunque sia, stanno facendo la coda, alle loro spalle.
In un modo o nell'altro, si districano, e posso raggiungere la sala di tortura. 
Quando torno, trovo il figlio minore arrabbiato con me: ho fatto le focaccine, ma mi sono dimenticata di metterci lo zucchero. Ne è uscito del pane al cioccolato: “Ottimo per la MIA colazione!”, ribatto secca. E lui: “E dopo rimproveri me, perché sono distratto!”
“E’ una bella gara, lo ammetto: però tu potresti cercare di perderla, dato che sei anche il più giovane dei due…” tento, cercando di metterci tutta la convinzione possibile. 
Nel frattempo, l’uomo mi comunica la novità del giorno: “Mamma, mi sono dato agli esperimenti di fisica.”
“Ma va’? Tipo?”
“Tipo l’acqua: se la lanci, non si divide tutta in goccioline, ho visto: forma una specie di palla e la puoi dirigere dove vuoi.”
“E...”
“E io l’ho lanciata dal bicchiere al lavandino, con un colpo secco: nemmeno una goccia per terra!”
“Bene. Hai scoperto la tensione superficiale. Potresti evitare di far danni durante queste tue esperienze, giovane Newton, per cortesia?”
“Spero. Dopo sono andato al PC, a chiacchierare con i miei amici: sono riuscito a terrrizzarli tutti. Stavo parlando, e di colpo sono scomparso, con un tonfo: tutti a chiedermi dov’ero, cos’era successo, se ero vivo…”
“Appunto, che era successo?”
“Caduto dalla sedia. Ecco, lì ho scoperto la forza di gravità!”
Perfetto. Chissà che adesso non si metta a studiare l’accelerazione centrifuga, o me lo trovo seduto in lavatrice, ‘sto folle.