martedì 31 maggio 2011

Dottoressa per un giorno

Il lavoro m’insegue. Fino a ieri pomeriggio sono riuscita a sfuggirgli, ma… stavolta mi ha beccata. Forse.
Un collega, temendo di trovarsi presto in crisi con il personale, sabato mi ha telefonato, chiedendomi se mi sia possibile dargli una mano, in caso di emergenza. Fatto salvo il problema che costui esercita a venti chilometri alla Stamberga, la proposta mi ha allettata: gli ho promesso di andare a trovarlo.
In forse lui, in forse io, ieri pomeriggio mi sono avventurata sul luogo del delitto.
L’idea era di fare una breve perlustrazione e prendere un primo contatto con il titolare: in realtà, mi sono fermata lì tre ore. Dopo due anni di vita in borghese, una full immersion in banco, ricette, perette per clisteri, pannolini, solari e raffreddori. Imbranata come una novellina, non sapevo nemmeno dove fosse l’aspirina, m’intrigavo con lo schermo del PC, terrorizzata di sbagliare uno scontrino. Sulle ricette, per fortuna, non ho perso un filo di smalto: e ci ho messo dieci minuti, a capire come sono organizzati con le scorte, almeno delle scatolette. E’ uguale ad andare in bici, dopotutto: come sali in sella, ti ricordi come  mantenerti in equilibrio.
Che strana sensazione. Dopo aver vestito un camice bianco per metà della mia vita, credevo di aver tirato una riga, su questo aspetto della mia esistenza.
La dottoressa Valentina? Chi l’ha vista. 
Certo, ogni tanto mi ritrovo a dar consigli al supermercato, davanti al banco surgelati: se qualcuno mi riconosce, mi interpella immantinente.
Un altro posto pericoloso sono i parcheggi: e non solo per la mia abitudine a sbocciare le altre auto. Nei posteggi sbucano spesso vecchi clienti. Fra carrelli da scaricare e auto in sosta, non è improbabile sorprendere Mpc impegnata in toccanti conversazioni, fatte di rimembranze antiche, rimpianto – da parte dell’utenza, non mia… - e talvolta qualche lacrima. E lì mi vergogno per davvero: davanti a un bagagliaio stracolmo di derrate alimentari, mi abbandono a baci e abbracci lacrimevoli, con persone che, per un lungo periodo, hanno fatto parte integrante della mia vita.
Credo sia questo, in realtà, l’unico aspetto che mi manca: il rapporto umano creato con la clientela. O che si dovrebbe creare: il condizionale ormai è d’obbligo.
In un sacco di posti, fa premio lo stile bazar. Ho visto vendere di tutto: dai calzini alle collane, dai miracoli per i capelli caduchi ai  pagliaccetti per bambini. Quasi scomparso il consiglio, a favore dell’esposizione aggressiva. Per arrivare a vedere un essere umano, possibilmente con un camice addosso, ti devi fare un giro di valzer con un espositore di ciabatte, uno di limette per le unghie, un muro di cosmesi e mille pinzellacchere.
A me viene il nervoso: ma mi hanno detto che succede perché sono anziana. Sarà.  
Comunque sia, per me far la farmacista significa soprattutto essere un riferimento certo. Qualcuno cui ricorrere nei momenti di crisi: sanitaria, ma anche di altro genere. Ricordo che le mie signore – come le chiama Jurassico – quando avevano un problema, correvano da me: che trovavo una soluzione, oppure suggerivo cosa fare e dove andare, per affrontare la malaparata.
Nella farmacia in cui sono stata ieri, pare che lo stile sia proprio questo. Mi è piaciuto.
Se mi richiamano, perché si trovano davvero nei guai, credo proprio che questa volta non me la darò a gambe.
Chi l’avrebbe mai detto… forse hanno ragione tutti. Per me il lavoro è davvero una passione. 

lunedì 30 maggio 2011

The day after

Quanto detesto questi risvegli traumatici. Fanno proprio lunedì mattina.
Mi sono alzata con tutte le ossa rotte – vai a capire perché – scontrandomi immediatamente con il cumulo dei miei compiti, aggravato dalla mia totale inadeguatezza. Una volta di più, mi scopro un disastro.
La colazione si è rivelata occasione utile per realizzare l’annientamento delle scorte di focaccine – sono certa di averne viste parecchie, ieri mattina: ma la domenica è un giorno lungo e ozioso…– mentre il dopo colazione ha visto Jurassico entrare in crisi. Costui si è ritrovato, dopo la doccia, derubato della crema per la sua tendinite: degno di nota il fatto che, anche di quella, fino a ieri esistevano ben due bombolette, conservate in bagno. Sparite. Inutili anche le ricerche fra i medicinali: la solita puntata di Senza Traccia.
Il suo richiamo per aiuto, partito dalle profondità della Stamberga, sembrava più un barrito che un’invocazione: del resto, che torto dargli? Il meschino non sospettava nemmeno che la responsabile dei suoi guai fossi io, ma di essere nei guai era più che certo.
Raggiunto di corsa l’uomo in bagno, mi sono fiondata nel cestino: ivi ricordavo di aver inumato la bomboletta che avevo svuotato. Già: perché tanto amo quell’uomo, da farmi saltar fuori la tendinite esattamente nello stesso posto dove lamenta di averla lui, da qualche settimana. Io la curo con l’antinfiammatorio, ma forse uno strizzacervelli sarebbe più adeguato, come terapia.
Da escludere il forse, e passare difilato alla prenotazione della visita, dopo aver riscontrato quanto segue: nel cestino, le confezioni eliminate erano due. Quella vuota e quella piena. Forse per avvantaggiarmi, le avevo buttate entrambe: sbagliando anche il contenitore, perché quelle vanno smaltite con i farmaci scaduti. Ho fatto l’enplein, insomma.
Tutto ciò sarà forse la conseguenza di un fine settimana denso di eventi: sabato sera, camminata di dieci chilometri, in notturna, con il gruppo atletico  (!) degli iscritti alla piscina dove vado a sguazzare. Sarebbe stata una corsa, ma le mie amiche e io abbiamo deciso per l’opzione passeggiata con ciacoe. Come atlete, non convinciamo per niente: la sottoscritta, anziché appendersi al collo il suo cartellino di partecipazione, lo ha impiccato al nastro. Strappandolo di netto. Uno dei miei istruttori, con aria sconsolata, me l’ha traforato di nuovo, usando la chiave dell’auto come trapano.
Ad aggravare le cose, si è aggiunta un’altra componente del nostro gruppetto, che ha chiesto lumi sull’identità di questo fantomatico Bepi Sarto, cui la corsa era intitolata.
“E’ un benefattore oppure questo è un memorial…?” ha chiesto, garrula, scatenando un mare di risate da parte nostra.
Bepi Sarto, o più correttamente Giuseppe Sarto,  era San Pio X, il papa. Alla donna non era sovvenuto il collegamento.
(Nota per la protagonista dell’impresa, quando leggerà queste righe: non ho scritto il tuo nome. La tua privacy è salva!).
Dopo la corsa, la serata è continuata fino a tarda notte, presso Casa per Caso, con pasta fredda, dolce e prosecchino fresco. Forse l’alcol avrei dovuto evitarlo: da brava imbecille, mi sono dimenticata di offrire il gelato che una delle amiche aveva gentilmente portato prima della corsa. Un titolo me lo sono garantito, nonostante tutto, grazie alla gara podistica: l’oro come Cafona dell’anno. Me misera.
L’indomani, altro bagno di folla. Invitati da amici per una fetta di torta di compleanno, nel primo pomeriggio, siamo rientrati quasi alle undici, dopo un pomeriggio di gozzoviglie non stop. Dolci squisiti, vini ottimi e abbondanti, liquori fatti in casa, pane, salame e formaggi, e chiacchiere non stop.
Il tutto, con contorno di una folla di bambini: otto, in totale. Uno più bello dell’altro, e bravissimi. Non hanno rotto un solo minuto: anzi. Verso sera, sono arrivati i rinforzi: altri tre magnifici esemplari sotto i dieci anni, accompagnati dai genitori. Tutto tranquillo, anche con questi.
Frequentando la gente giusta, ti rendi conto che non tutte le creature sono orde scatenate di barbari, addestrati come distruttori: dell’ambiente e dei cabasisi. Per fortuna, quelli sono una minoranza, anche se non silenziosa.
Da ridere il fatto che le mamme titolari di cotanta figliolanza mi hanno coinvolta, in qualità di esperta, in una specie di simposio su come si riesca a tenere sotto controllo le masnade di figli, dopo il superamento delle barriere di età. Tema del dibattito: Come si sopravvive a una mezza squadra di teen-agers?
Le due uniche reduci del gruppo, la festeggiata e la sottoscritta, si sono lanciate in un duetto, capace di rasserenare – ma solo parzialmente – le giovani mamme di bimbi ancora minori. Noi possiamo testimoniare che le redini si possono reggere sine die: che poi la carretta si diriga in un luogo sicuro, o precipiti in un oscuro burrone, è ancora tutto da vedere.
Il seguito alle prossime puntate, sempre qui, su questo schermo: a Casa per Caso, ci sono traguardi importanti in avvicinamento.
A domani, gente: vado a prendere un Imodium. Pensare a certe cose non mi fa bene. Non mi fa bene per niente.


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domenica 29 maggio 2011

Fashion victims

Il maggiore, faccia annerita dalla barba di tre giorni, un paio di calzoncini risalenti al Cretaceo e una maglietta decennale, con logo di Praga vistosamente scrostato, afferra le chiavi dell’auto e fa per uscire.
“Dove vai combinato così?”
“A vedere se trovo ‘sta benedetta cerniera…” mi risponde, agitando un oggetto metallico.
Fra i tanti eventi abbattutisi sulla Stamberga, vi è anche il cedimento di uno sportello della cucina. Naturalmente, si tratta di quello che celerebbe le pattumiere: i gatti fanno una festa, ogni volta che entrano in casa. C’è sempre qualche leccornia da rubare, dal secchio dell’umido. Quanto a me, è una vera gioia la lotta impari contro gli effluvi che si espandono dal secchio e le file di formiche che cercano di raggiungerlo.
Poiché le disgrazie non vengono mai sole, il pezzo di ricambio non sembra più reperibile, almeno nel raggio di dieci chilometri. Pare che a trenta, invece, ci sia il produttore che lo tiene a catalogo: la belva affronta il traffico, per andare a recuperarlo.
Il suo abbigliamento, tuttavia, lascia perplessa persino me: ma lui non si sposta di un centimetro.
“Mamma, se vai per ferramenta vestito come un damerino, non ti guadagni il loro rispetto. Più hai l’aria sporca e vissuta, più probabilità hai di essere preso sul serio!” enuncia, serio.
E’ una filosofia dai risvolti interessanti, la sua.
Mentre mi abbandono a queste riflessioni, l’uomo sparisce; per tornare, più nero che mai, dopo un’ora abbondante, con la notizia: “Al telefono mi avevano detto di averlo a catalogo. Il che non significa avercelo disponibile! L’ho scoperto quando mi sono presentato al banco.”
Menti superiori, i telefonisti di questa ditta: è una genialata, far girare la gente a vuoto in questo modo. Occhieggio il giovane, che ostenta un’aria temporalesca, e gli domando: “E…”
“E mi hanno garantito che me lo procurano in una settimana. Speriamo sia vero!” brontola, mentre sale le scale, tornando a occupare la sua postazione fissa, davanti al fisso.
Già. Speriamo proprio: qua pare di stare in un cantiere, fra una cosa e l’altra.  
Vedendomelo sfilare davanti, con quei vestiti improbabili, provo una fitta di rimorso. Abbiamo sempre dato un pessimo esempio a questi figli, con l’abbigliamento.
L’altro ieri, Jurassico è uscito dalla camera con una t-shirt bianca e un paio di pantaloncini da tennis, calzati a quota ascellare, che lo facevano sembrare il cugino di Fantozzi. La sottoscritta, per non essere da meno, era bardata con un paio di pantaloni del ’99, con le cuciture un po’ tirate sul fondoschiena – ci fu un’epoca in cui avevo collezionato alcuni chili in più – dei quali non mi risolvo a liberarmi, poiché di una comodità unica, corredati da una maglietta omaggiatami da non so più quale ditta farmaceutica. Sono griffata da un lassativo: il che, considerando l’aspetto che esibisco, non è nemmeno da considerarsi fuori luogo.
Conciati così, appena ci vediamo, ci abbracciamo, per baciarci con amore: come fanno, ‘sti poveri ragazzi, a imparare che l’abito fa il monaco, almeno un pochino? Con due genitori del genere, è una causa persa.
Meno male che abbiamo la Miss, che fa da consulente d’immagine all’intera famiglia.
I miei figli, tuttavia,  non sapranno vestirsi – o forse lo sanno fin troppo bene: devo ancora decidere – ma almeno sanno come comportarsi. Ciò mi conforta non poco.
Giorni fa, un nostro amico aveva chiesto, sempre all’informatico della cerniera rotta, di dare un’occhiata al suo PC: al ritorno, mi ha relazionato.
“Mamma, siamo andati al ristorante, con A.”
“Sì? Come mai?”
“Si era fatto tardi, la moglie non era a casa, e gli seccava di tenermi a digiuno. Io gli avevo detto di andare a farci un toast al bar, ma lui non ha sentito ragioni...”
“Gentile. Dove siete andati?”
“Non lo so, ma era un posto elegante: il cameriere, in divisa con tutti i decori, ci chiamava signori… Io, in jeans e maglietta da lavoro, non mi sentivo certo un signore. Quando poi ho visto il menù, e i costi, mi sono sentito male! Ho cercato di pagare lo stesso, ma non c’è stato verso. Siccome, però, me lo immaginavo, avevo scelto la cosa meno costosa. Che era un furto lo stesso, comunque!”
“Tipo?”
“Tipo Sinfonia di gnocchetti con peripezie di asparagi, o una roba simile. Costava 15 €: per sei gnocchetti di numero, tra l’altro. Dopo quelli, ho detto che non avevo più fame.”
“E lui ci ha creduto?”
“Sì, anche perché gli ho descritto la mia colazione.”
“Mhm. Allora ci ha creduto, sì.”
“Il PC è ripartito?”
“Sì, certo!”
“Allora sono stati soldi ben spesi, via.”
Malvestito, ma efficiente. E discreto, anche. Poteva andarmi peggio, dopotutto: con la gioventù fuori controllo che c'è in giro, di questi tempi, posso considerarmi fortunata.

sabato 28 maggio 2011

Prese di coscienza a margine di un diluvio

Quando una si vede sulla terrazza del suo gabinetto, intorcinata in una vestaglia dall’allaccio incasinato, struccata, scapigliata e intenta a stendere stracci, pescandoli da una cesta appoggiata sul water, tende all’evasione. Mentale, almeno: ‘sta vita da cenerentola -  in un look da zucca -  è troppo deprimente.
Forse non dovrei rendervi partecipi di un delirio partito da una simile location, ma ve ne ho dette tante, ormai...
Finalmente, dopo essermelo chiesto a più riprese, mi sono resa conto del perché mi piace tanto tenere questo blog, e più in generale cosa mi spinga a scrivere “in pubblico”.  
Perché per me la scrittura è come la cucina: passione e divertimento.
E come mi piace invitare i miei amici alla mia tavola, perché so di farli contenti, così mi dà una grande soddisfazione sapere che ci sono persone cui leggermi regala un momento di serenità: è un po’ come se foste tutti ospiti a Casa per Caso. I vostri commenti e le conversazioni che si avviano, in calce ai miei post, mi ricordano tanto l’atmosfera che si crea nella Stamberga, quando ci si ritrova con gli amici.
Scusate l’ennesimo scivolone nel sentimentalismo, ma tutto questo non ha nulla di virtuale: dopo il post di ieri, e tutti i commenti che mi avete regalato, questa ve la dovevo proprio dire.

E ora, vi racconto la mia giornata.
Mattinata di sole: in groppa alla bici, mi piallo il fondoschiena lungo il mio solito percorso campagnolo, godendomi il paesaggio, il silenzio e la tranquillità. Due ore e mezzo di pedalata in solitaria: un sogno.
Giunta a un cinque chilometri da casa, arrancando su un pezzo di strada bianca, che a quel punto mette le mie gambe a dura prova, mi arriva una telefonata. Ovviamente, ho scordato di portare l’auricolare: così, mi fermo e afferro il bracciale elettronico. L’infernale aggeggio permette agli infami di raggiungermi anche in capo al mondo, mannaggia.
“Mamma!!!”
E’ il gaglioffo.
“Mamma, ci hanno consegnato il compito d’inglese!”
“Sì…?” ribatto, con un filo di speranza. La perfida Albione lo ha sempre ispirato parecchio: forse non sarà una Caporetto.
“Ho perso DIECI!!!”
Per poco non casco per terra. Un voto così non l’aveva preso mai, questo, in tutta la sua carriera scolastica.
Riprendo fiato e lascio andare il mio entusiasmo: “Bravissimo! Matti, complimenti, sono fiera di te!”
“Grazie, mamma. Ho ripassato tutto il programma, in modo serio, e i risultati si vedono.”
Accipicchia. Forse c’è un’interferenza. E’ davvero mio figlio, a parlare così?
E’ un miracolo del quale non mi capacito.
“Ma torni? Dove sei?” continua lui, inconsapevole di avere lanciato sua madre in un universo alternativo.
“Sì, sì, torno. Tra meno di mezz’ora sono a casa. Preparati, perché stavolta non sfuggi a un bacio!” minaccio.
“Eheheh… Lo so, lo so, mamma. Ti aspetto, allora!”
Ripongo con precauzione il cellulare – per una volta, sono felice di averlo portato con me – e ritorno alla base, felice come una pasqua. ‘Sta cosa mi inietta tanta di quella adrenalina in corpo da non farmi nemmeno sacramentare quando raggiungo la sequenza maledetta di dissuasori, che di solito mi trasforma in Mr. Hyde. A fine corsa, con 50 km a tuo carico, non puoi restare in sella, perché il colpo ti ammazzerebbe, ma nell’alzarti dalla stessa i quadricipiti urlano pietà. Tutto questo, oggi, non lo sento nemmeno: il dieci di mio figlio mi ha dopata.
Quando ormai sono a fine corsa, mi accorgo che nuvoloni minacciosi si stanno concentrando sopra la mia testa:  faccio appena a tempo a rientrare, che si scatena un fortunale. Preoccupati per i pelosi, con l’elettricità che va e viene, i tuoni che schiantano il cielo e gli elementi scatenati, ci coordiniamo per il salvataggio mici: per fortuna, in pochi minuti il trio risponde all’appello, e viene posto in salvo.
Pioggia, vento a raffica, turbini e grandine: in meno di mezz’ora, il paesaggio si trasforma. E il nostro giardino, accidenti, diventa una palude!
Si bloccano i tombini, creando un acquitrino davanti alla porta della caldaia. Le acque limacciose s’infiltrano sotto, invadendo lavanderia e garage. Manco a dirlo, Jurassico e Gaglioffo sono missing in action: il venerdì pomeriggio sono al tennis, a venti km da qui.
Scatta l’emergenza: sotto un’acqua furiosa, scalzi e armati di secchi, i ragazzi mi svuotano A MANO la piscina creatasi in giardino. Faranno duecento giri, senza esagerare. Nel frattempo, Valentina e io ci occupiamo di prosciugare il lago dentro casa: mi ci voleva proprio, questo bel po’ di esercizio fisico, per mantenermi in forma.
Per fortuna, dopo poco smette di piovere, e i nostri sforzi congiunti sono coronati da successo. Ci metterò un’ora, a togliere tutta la terra accumulatasi sul pavimento.
Scarmigliati, fradici e coperti di fango, ci guardiamo sconsolati: Andrea commenta, con un mezzo sorrisetto: “E io che mi ero appena lavato la testa…”
D’accordo: abbiamo passato un brutto quarto d’ora. Anzi, qualcosa di più, per essere precisi: ma cuore di mamma è felice lo stesso. Quando li vedo in azione, coesi, efficienti e determinati a risolvere ogni problema che minacci la famiglia… sono troppo orgogliosa di loro. Avrò anche i vestiti infangati, il garage devastato e l’aspetto di una diluviata, ma sono una donna felice lo stesso.


venerdì 27 maggio 2011

Sugar, oh, honey honey...

E' giunta l'ora dell'autocritica. Affrontiamo la realtà e diciamolo apertamente: 'sto blog non funziona. Non funziona per niente. E' zuccheroso. Troppo scherzoso, anche. Per non parlare dell'esagerata felicità che affligge chi scrive: mi è stata rimproverata anche quella. E ai miei amici che commentano, si pesano le parole... che non ne dicano troppe, o non le scelgano male. 
Hanno ragione tutte: è ora di cambiare registro. Selezioniamo gli argomenti, decidiamo cosa dire e non dire, per non scontentare questi acuti censori. 
Vediamo un po'...
Ecco, questo, per esempio, non ve lo dico. Non vi dico che ieri mio marito e io ci siamo addormentati stringendoci la mano, e che al mio risveglio - palpebra a mezz'asta e ciuffi multidirezionali in testa - mi ha salutato con un "Ciao, splendida!", iniziando la giornata con un abbraccio affettuoso. Come fa sempre, del resto.  Troppo sdolcinato: si fa ma non si dice. 
Nasconderò la mia pessima abitudine di chiamare i miei figli tesoro, amore o stella - anche per evitare di sbagliare i loro nomi, ogni volta... -  così come quella di Elastigirl di chiamare me il suo pennuto. Goffo e maldestro, ma il suo pennuto. L'unico con le mani adatte ad allacciarle i braccialetti al mattino, tra l'altro. 
Eviterò di raccontarvi che noi donne ci scambiamo i vestiti  - le magliette che mi entrano, ovvio... - mentre i miei maschi più grandi mi coccolano, a volte cucinando al mio posto, altre cucinando per me, facendomi sistematicamente il caffè e preoccupandosi di me con aria paterna. 
Ometterò le risate fatte con il più piccolo, col quale condivido la stessa visione scanzonata della vita, che mi dice: "Mamma, in questa famiglia ci vogliamo proprio noi due, col nostro senso dell'umorismo..."
Non vi racconto di certe sue cronache in differita, così divertenti da farmi rotolare, ma che spesso non posso riferire, per rispetto della privacy sua e degli altri...
Non ve le dico, tutte queste cose. 
Altrimenti, ne esce un blog troppo scontato: quest'aria serena, che si respira a Casa per Caso, non è il caso di farla filtrare fuori di qui. Teniamocela tutta per noi: tanto, anche se ci provassi, a qualcuno sembrerebbe inventata. Oppure la nostra felicità, costruita con tanta fatica, potrebbe offendere gli altri: meglio lasciare stare, via. 
Che vi racconto, allora? 
Potrei riferirvi la telefonata che ho ricevuto ieri sera, quasi alle otto.
"Ciao, amore, sono io. Come va?"
"Solito, tesoro. Tu, piuttosto..."
"Sono stufo morto. Non vedo l'ora di tornare a casa, da te..." 
Amoremioquant'è romaaaantico...
"Che mi hai preparato di buono, per cena?"
Ah, ecco, appunto.  "Pesce spada alla griglia con l'insalata fresca."
"Mmmmm... Scegli una bottiglia di bianco, che sia ben fresca, mi raccomando! Fra poco arrivo."
Dopo aver eseguito gli ordini, ho atteso il suo ritorno a casa. Con la bottiglia pronta, alla temperatura richiesta. Solo che ci ha messo un po', ad arrivare, e io ho deciso di ingannare il tempo in modo fattivo. 
Quando è arrivato, dopo dodici ore di ospedale, l'amato mi ha sorpresa in giardino, con addosso una vestaglietta da quindici euro, una falda tirolese allacciata in vita, i guantoni da giardinaggio e il sedere per aria: stavo finendo di estirpare le erbacce, mentre il pesce arrostiva sull'Enterprise. Un capolavoro di eleganza, leggiadria e bellezza fatale: roba da fuggire a gambe levate, sei secondi dopo essere rientrati a casa. 
Eppure... "Ciao, bellissima!" è stato il suo saluto, completato da un bacio: nel frattempo, io mi ero rapidamente liberata almeno di guanti e  grembiule. 
Però questo non ve lo dico, sennò sembro troppo autocelebrativa...
Concentriamoci piuttosto sui gatti, e i loro misfatti: uno dopo l'altro, i grigi sono sfuggiti al nostro controllo, hanno guadagnato la terrazza di sopra, per poi usarla come trampolino per i loro balzi sulla tenda sopra la nostra testa. Con un tonfo da paura, sono atterrati sul telone, per poi scivolare in giardino, come in una specie di luna park abusivo. 
"Eccoli lì! Adesso ci rompono la tenda... Chi lo sente, poi, il papà?" è stato il commento del gaglioffo, dinoccolato e sempre senza ciabatte, anche se stavamo per cenare in giardino. I miei figli sono eternamente scalzi: sarà per quello che trovo pantofole sparse per tutta la casa. 
Per fortuna, le performance feline non hanno avuto conseguenze tangibili, e Jurassico è tornato dopo il ristabilimento dell'ordine, in casa. 
Però, che vita mi tocca fare: non bastavano i figli; ora sono costretta ad atteggiamenti omertosi  persino dai gatti. E' solo per questo, probabilmente, che andiamo tutti così d'accordo. 
E' tutto un trucco, un'astuta manipolazione, una favola nera, creata da me. 

Scusate, gente. Di fronte a certi attacchi immotivati, specie se diretti contro i miei amici, mi scappano i cavalli della tastiera: da domani, prometto di comportarmi meglio. Forse.


giovedì 26 maggio 2011

Avvocati del diavolo & maschi in branco


“Mamma, mamma! Ho preso sette in grammatica! Analisi logica e del periodo: sul programma di due anni…”
“Caspita, giovanotto: complimenti! Il lavoro fatto assieme ha portato i suoi frutti, vedo… E ti sei dato parecchio da fare anche da solo. Mi compiaccio di te.”
“Ecco, appunto: parliamone, di questa cosa. Chi è che prevedeva una disfatta, nel compito di oggi?”
“Non io. L’ho anche detto, a tuo padre, che l’incxxxra preventiva è inutile…”
E qui, deciso, interviene l’interessato: “Io intendo far capire ai miei figli questo concetto: nella vita, la fiducia si conquista a fatica, si perde in un attimo e riconquistarla è un’impresa!”
Il gaglioffo rimane interdetto, ma recupera quasi all’istante: “Ti pareva. Ho sempre torto io! E tu, che mi dovevi tagliare la connessione, estirpare la web-cam, cancellare dalla faccia del web? Tu e le tue minacce!” si rivolge a me, provocatorio.
“Non erano minacce. Erano educati avvisi: che poi non venga fuori che non eri stato avvertito. Stai a casa dall’allenamento di tennis per studiare, e tuo padre ti sorprende a far strage sul campo di battaglia, mitra alla mano, senza nemmeno un libro nei dintorni… Cosa dovremmo pensare?”
“Che mi sono preso una mezz’ora di pausa, prima di studiare tre ore. Alle otto e mezzo, quando sei venuta per scannarmi, è vero o no che il libro di grammatica era vicino a me?”
“Mhm. Avere un libro vicino non significa averlo aperto in precedenza. Ora che sei tornato a casa con un bel voto, ci hai dimostrato di aver studiato. Ti abbiamo detto bravo, non ti escludo dalla LAN, che altro vuoi?”
“Che la smettiate con questi processi prima dei compiti!”
“Tu continua ad andare bene a scuola, e vedrai che ci arriveremo. Una rondine non fa primavera… Ma uno stormo sì. Ergo, vai via così, che vai bene.”
L'avvocato del diavolo incassa la mezza vittoria e se ne va con aria trionfante.
Nel pomeriggio, rientrando dal garage, inciampo su un cumulo di scarpe sconosciute, abbandonate sulla soglia.
Aiuto! E’ l’invasione degli ultracorpi… Con circospezione, entro in casa. Vengo travolta all’istante dalle urla provenienti dal piano superiore: “Ehi, voi! Cosa state facendo? Eccoli là, come sempre! Mi state saccheggiando il frigo!!!”
Seguono risposte incomprensibili, biascicate da un numero imprecisato – ma consistente – di ruminanti.
Il manigoldo riprende la sua requisitoria: “Ma anche tu, fai proprio schifo… Cosa ci fai con una tortina in tasca?”
“Gnum, gnum… Mi serve di scorta!”
“Aspetta che guardo… Mi basta che ne sia rimasto un paio per domani mattina… Tanto dopo c’è mia mamma che lavora!”
Vigliacco di un approfittatore. Sfruttatore di madri innocenti.
“Ehi, tu! Verme della terra! Guarda che mi metto in sciopero, altro che mamma che lavora!!!”
Di sopra scoppia un tumulto: risate trattenute, qualcuno che rischia di soffocare, voci indistinte che si chiedono da dove mai io sia comparsa, che ero fuori a far la spesa… Dopo qualche minuto, una fila di spilungoni scende le scale, raggomitolati dalle risate, con la bocca piena, i capelli dritti in testa e un’aria tra il colpevole e il divertito.
“Ciao!” mi saluta il più facinoroso del gruppo, nonché migliore amico del mio selvaggio e ospite fisso a Casa per Caso. Quello sta crescendo, a suon di focaccine.
“Ciao… Certo che siete degli impuniti. Senza vergogna, siete: senza vergogna!” esclamo, fingendomi arrabbiata.
Nel frattempo, il gaglioffo recupera una carta da cinquanta e me la mostra: “Mamma, andiamo a far compere! Guarda dove la metto, stavolta, per non perderla…” mi dice, mentre smonta il cellulare e infila la banconota tra il coperchio e la batteria.
“Così sono certo di trovarli subito!”
E qui l’amico – il ladro di focaccine – si piega dalle risate, raccontando al resto dei presenti come quel campione d’astuzia del mio figliolo stesse per morire, la scorsa settimana: dopo aver perso venti euro la sera prima, non ne trovava più cinquanta. Preso dal panico, si era messo a rovistare ovunque: tasche, taschini, persino nelle mutande: ma dei quattrini nessuna traccia. Giusto nell’attimo in cui stava per tentare di annegarsi in lavastoviglie, l’amico che assisteva alla scena ha notato la banconota per terra, caduta da chissà quale tasca. Il mistero delle banconote caduche non è mai stato risolto: ma invece di usare il portafoglio, mio figlio si serve del cellulare. Persino per metterci la cartamoneta: sti ragazzini sono proprio dei simbionti, con quell’aggeggio infernale.
Circa un’ora dopo, il giovane rientra, solo. Il che, però, non gli impedisce di ridere.
“Che ti è successo, che ridi da solo?”
“Mamma, hai presente quello alto, moro, che non viene quasi mai?”
“Sì.”
“Ecco: stavamo correndo in bici, tutti in gruppo, quando quello ha incontrato un ramo, non l’ha visto e si è schiantato!”
“Accidenti! Si è fatto male?”
“No. Per poco moriva dal ridere, però!”
“Ragazzi, voi dovete stare attenti, quando vi muovete in branco. Prima o dopo, ci scappa il morto!”
“Mamma, non ti preoccupare. Siamo esperti in manovre rischiose!”
Magnifico. Ecco un altro figlio che non so se raggiungerà mai la maggiore età.
Perché, dico io, devono essere tutti così scalmanati, i maschi?
Mi sa che ha ragione lui. Dev’essere proprio tutta colpa degli ormoni.




mercoledì 25 maggio 2011

Levatemi la patente

E’ successo di nuovo. Odio doverlo ammettere, specialmente in questa sede, ma è successo un’altra volta. Ho sbocciato una povera crista in parcheggio.
Una signora carina, educata e gentile, al punto da dirmi – dopo che le ho sfondato due portiere – “Signora, quando mi dispiace averla conosciuta in queste circostanze…”, frase in grado di farmi sentire un lombrico. Ancora di più, se possibile.
Almeno fosse stata una strega: no, Biancaneve. Biancaneve, dovevo andare a investire con la mia corazzata, accidenti a me.
I fatti: faccio per uscire da un posteggio, in retromarcia. Controllo i quattro lati dell’auto: attorno a me, il deserto. Il sensore di posteggio tace, gli specchietti riflettono un nulla alquanto rassicurante. Stacco la frizione con lentezza, spostandomi di trenta centimetri: a quel punto, il montante dell’auto mi blocca la visuale da sopra la spalla. Controllo lo specchietto, sempre vuoto, e con gli occhi fissi su di esso faccio altri dieci centimetri, nel silenzio più totale. Di colpo, un colpo. Mi blocco, e vedo un’auto, ferma sei metri più avanti di me, con la fiancata destra rientrante, dal fanale anteriore alla luce di posizione posteriore. Gesù, che botta!
Scendo, in contemporanea con la fatina buona, la quale nel frattempo esclama: “Signora, mi dispiace! Non l’ho vista, le sono venuta addosso… Guardavo il parcheggio libero!”
Roba da matti. Invece di minacciarmi di violenze varie, la signora mi sta porgendo le sue scuse. Per un incidente provocato da me. La rassicuro all’istante, chiarendo che la responsabilità della faccenda è tutta mia, gettando un’occhiata ai danni subiti dal mio posteriore. Robetta: la guarnizione del paraurti appena staccata e c’è un piccolo segno sull’angolo destro. Roba da sprofondare per la vergogna, osservando la distruzione alle mie spalle.
Compiliamo la constatazione più amichevole della storia della motorizzazione civile, e ci salutiamo con cordialità, dopo esserci scambiate i numeri di cellulare e un appuntamento telefonico, per aggiornarci sul prosieguo della vicenda. Anzi, quando finisco qui le mando un sms.
Considerazioni a margine dell’episodio.
Sono disperata. Dopo oltre un quarto di secolo di guida irreprensibile, ora m’invento di utilizzare le auto altrui come bersaglio! E non ne manco una, ovviamente: tre, in meno di due anni.
Vorrei morire, ma non so veramente cosa fare. Forse inizierò ad andare a fare la spesa a piedi, con una gerla sulla schiena e un cesto sulla testa, come le donne masai.
Se qualcuno pensa che guidi distrattamente – sospetto più che legittimo, conoscendo il tipo – vorrei chiarire che ciò non è vero. In tre situazioni riesco a tenere sotto controllo la mia disattenzione: nella professione, quando sorveglio dei bambini – miei e altrui – e alla guida di un’auto. Sapendo di che piede vado zoppa, ho creato una serie infinita di automatismi che mi impediscono di fare errori, in questi campi: perché questi sono campi minati. Qui, se ti distrai, fai il morto.
Ergo, non ho idea di cos’altro inventarmi, per porre fine a questa serie nera.  Mi sa che vado sul serio al Santo, per una benedizione cumulativa.
Il marito, il quale vagheggiava di acquistare un’auto ancora più lunga della nostra, da ieri ha modificato i suoi progetti: un metro più corta, la vuole. Dice che, a portare in giro a supermercati certi squali, si rischia di fare una strage di pesci piccoli. Il che è una tragica realtà, ahimè.
Tuttavia, non sono certa che ridurre il mio volume d’ingombro sia una soluzione definitiva: finché noi donne saremo sempre di corsa, incalzate dagli orari, coi minuti contati e un miliardo di cose da fare, queste cose continueranno a capitare. Se sei di corsa, non te ne accorgi, di certi dettagli: anche se il dettaglio è un'auto in agguato, o la coda di una cretina, che esce dal parcheggio alla cieca. O quasi. E le sbatti contro, rischiando pure di farti del male.
Uffa. Mi sto deprimendo.
Adesso m’infiltro in camper e acciuffo tre Kinder Cereali: sono lì dall'ultima uscita in ghiacciaio. E’ giunta l’ora di farne un uso terapeutico.





martedì 24 maggio 2011

Rinnovo della patente

Su gentile richiesta dell’interessato, accompagno il marito a rinnovare la patente. Mi trovo così rinchiusa in una stanza disadorna, in assenza di qualsiasi mezzo di sussistenza – giornali, riviste, un misero libro in edizione economica… – con una buona mezz’ora di attesa davanti. Non rimanendomi molto altro da fare, mi dedico alle osservazioni antropologiche.
Uno dopo l’altro, veniamo ammassati tutti nella stanza dove, evidentemente, si tengono le lezioni di teoria: i cartelloni appesi alle pareti sono sempre gli stessi da trent’anni, credo, come anche le sedie e i banchetti. Unica concessione alla modernità, una fila di monitor, dove scorrono i quiz dell’esame. Una serie di discenti è inchiodata alle tastiere, mouse alla mano, in uno stato di preoccupante immobilità. Non muovono muscolo: si concentrano sull’immagine restituita dallo schermo, che fissano con aria aggrondata, senza osare il minimo click. Ogni tanto, si scambiano qualche battuta, con aria preoccupata: mi auguro solo sia gente alla prima esercitazione. Perché se sono prossimi al conseguimento dell’agognato permesso, e la loro espressione è vacua in quel modo, mi spiego un milione di cose che vedo succedere sulle strade italiane.
Il gregge in attesa della visita medica si va ingrossando di minuto in minuto. Mi colpisce un esemplare umano, di genere maschile, piuttosto giovane, che indossa un paio di pinocchietti Emporio Armani, griffati con un logo grosso così, completati da un paio d’infradito con qualche improbabile nota di fucsia. E’ palese che si sente un gran figo, combinato così.
Poiché normalmente non mi accorgo nemmeno se la gente gira nuda o vestita, questo osservatorio sui trend del momento rappresenta una novità interessante, per la sottoscritta. 
Un tre file più avanti di noi, siede un tizio dall’aria inquietante: sulla trentina, canotta da culturista, capello a cespuglio, barbetta caprina e catena d’oro al collo. Non vedo tatuaggi, da qui, ma potrei scommettere che da qualche parte ci sono: così come mi potrei sbilanciare nell’attribuirgli probabili simpatie nazi. Entrano poi un paio di giovanotti sulla ventina, stranieri, quotabili come albanesi, capello gelificato in stile cestino di chiodi, calzoni in fase calante, sdruciti ad arte, cinturoni grossi così, cellulari esplosivi: dopo meno di un minuto dal loro ingresso, un chiasso infernale si sviluppa dalla tasca di uno dei due, che sparisce all’istante, impegnato in una fitta conversazione in un idioma sconosciuto.
In una sinfonia alternativa, si anima anche il telefono del signore di fronte a mio marito: costui ha scelto un brano di musica classica. La cosa non sorprende: è un signore di una certa età, con i capelli addomesticati in un accurato riporto, l’aria cortese e un impermeabile addosso, infilato non appena si è accorto che i due ventilatori, pendenti dal soffitto, non erano  completamente immobili. In effetti, con trenta gradi, l’umidità in salita costante, per la presenza di un numero sempre crescente di esseri umani – respiranti e traspiranti – il rischio di prendersi una broncopolmonite da freddo è consistente. Confesso di sentirmi male dal caldo solo a guardarlo.
Nel frattempo, il medico sputa patentati al ritmo di uno ogni tre minuti: fino al momento in cui, per ignote ragioni, la macchina s’inceppa. E un signore rimane chiuso lì dentro per un tempo apparentemente infinito. La temperatura degli astanti ha un picco improvviso: date le circostanze, e le condizioni ambientali, il nervosismo è in agguato. Una signora, vestita in modo pretenzioso, parte con una conversazione a tema con le tre ragazze che le stanno accanto: tutte e quattro piuttosto in carne, boccheggiano dal caldo, giustamente preoccupandosi che l’attesa possa protrarsi oltre un tempo fisicamente accettabile.
La scena mi riporta alla mente i dati nazionali sull’obesità, e mi sorprendo a pensare: “Ai miei tempi non era così…” ragionando come mia nonna. Accidenti, sto proprio invecchiando.
Il netto sovrappeso non impedisce tuttavia a nessuna di loro di osare magliette adesive, con drappeggi sparsi ad arte, che diventano esplosivi a causa dei sottostanti rotolini, e pantaloni al ginocchio che scoprono polpacci bitorzoluti.
L’unica con un abbigliamento fin troppo castigato, con tanto di occhiale severo, alla maestra cattiva, è un fiore di ragazza, di corporatura elegante e con un viso dai lineamenti cesellati. Chissà perché si veste come una suora, questa, che potrebbe permettersi ben altro…
Finalmente, chiamano mio marito, che se la cava in un momento: uscendo, gli casca l’occhio sul mio, di abbigliamento. E si accorge, dopo ore, che sono insolitamente elegante: in effetti, volevo fargli una sorpresa, oggi. Ma l’arrivo del giardiniere aveva totalmente distratto la sua attenzione, con mia grande delusione. Ora, riflettendo sul fatto che sono di ritorno dalla piscina, mi interroga: “Ma tu da dove vieni, vestita così? Di solito sei sportiva, quando vai a ginnastica..”
“Geloso, eh?” gli rispondo “Vorrei dirti che mi sono vista con qualcuno: in realtà il qualcuno che volevo colpire sei tu. Solo che mi hai ignorato tutto il giorno!” m’imbroncio.
Si mette a ridere e mi prende per mano, riconducendomi a casa, dove – diolobenedica – il figlio maggiore ha già cucinato i polli alla griglia. 
Come donna fatale, è palese che non convinco: potrei darmi al giardinaggio, però. Magari quello funziona di più, per colpire la fantasia di mio marito.