giovedì 31 marzo 2011

Amnesia on demand


Soffro di amnesie.
A comando: per esempio, ieri non ricordavo di compiere gli anni. Peccato che, viceversa, la folla dei miei familiari si fosse segnato l’evento sui cellulari, che hanno iniziato a trillare da prima dell’alba.
Così, appena aperto l’occhio, mi ritrovo con un bacetto stampato in fronte: “Auguri, amore!”
“Grazie.” Sospiro desolato. “Certo che sto diventando sempre più vecchia: quarantasette! Sono un’enormità!” mi lamento, aggrovigliandomi al marito, in cerca di un impossibile conforto.
“Già. Mi sa che è arrivato il momento di cambiarti con due pollastrelle!” è la sua efferata risposta. Quando si dice rigirare il coltello nella piaga…
Mi irrigidisco, ritrovando un po’ di dignità, e rispondo, piccata: “Ah, lo sai allora che questa gallina qui vale ben due pollastre!”
Con una risata, mi spedisce fuori dal letto: “Cammina, va’, alzati: che ti faccio il caffè!”
Ecco. Quello mi ci vuole proprio.
Uscendo dalla camera, inciampo nel figlio numero due, appena sbarcato dal camper. Quello passa la notte lì: l’altro ieri, addirittura senza lenzuola nel letto. Le aveva cambiate, ma non sostituite: il prossimo step sarà dormire nella cuccia del gatto, in caldaia.
Il giovane mi abbraccia affettuoso, mi fa gli auguri, e si dilegua rapidissimo, diretto in facoltà. Quello è una meteora, nella mia esistenza.
Il gaglioffo, che viceversa è una tragica e costante presenza, mi concede le guance, per due rapidi baci, chiedendomi, con aria maligna: “Festeggi? Davvero? E cosa festeggi? Che sei diventata vecchia?”
Perfido. Questo qui mi dà per persa: nemmeno sul viale del tramonto. A sentire lui, sono già avvolta dalle tenebre: concetto già più volte squadernato in mia presenza, senza la minima pietà.
Riparto, ma la strada per arrivare al mio macchiatone è ancora lunga: la Miss mi si para di fronte. Truccata, lisciata e profumata come se stesse andando a una festa, mi saluta con un garrulo: “Il mio goffo e grasso tacchino! Auguri, pennuto!!!”
Scuoto il piumaggio, come da copione (dove sarà finita la mia dignità dottorale? Non è più nemmeno un ricordo…) becco l’ennesimo bacio e finalmente raggiungo la mia dose di caffeina: a questo punto, è una necessità vitale.
Il resto della mattina procede come di consueto, fatta eccezione per il fiume di auguri che tracima dal telefono, il cellulare e le pagine di FB. Meno male che ci sono gli amici.
In tarda mattinata, riprende coscienza l’animale notturno, che mi avvicina con molte precauzioni: “Si può...? O è meglio glissare?”
Sa che il rischio che mi offenda, per i riferimenti all’aggiornamento dei miei dati anagrafici, è concreto. Come tutti gli anni, sbaglia i conti, levandomi un paio di primavere: generoso, il ragazzo. Con aria consolatoria, dichiara: “Mamma, tranquilla. Te li porti benissimo. Uno non te ne darebbe più di quaranta, quarantadue… Come papà. Quello sembra un cinquantenne!” conclude, con orgoglio.
Salendo le scale, però, si mette a pensare ad alta voce, borbottando: “E invece… cavolo, quasi cinquanta e sessanta! Non riesco a capacitarmi di avere i genitori vecchi!”
Ecco, appunto. Non è l’unico: se non esistessero gli specchi, vivrei nella convinzione di avere venticinque anni.
Però, come si dice, l’importante è sentirsi giovani dentro: adesso vado a velare tutti gli specchi. Forse funziona.  

mercoledì 30 marzo 2011

Aria di primavera

Sono giorni difficili: la primavera, dopo alcune false partenze, sembra intenzionata a esprimere il meglio di se stessa. Il che, manco a dirlo, spinge i miei coinquilini a dare il peggio di sè.
Ieri abbiamo sfiorato l'incidente diplomatico: dopo un'infruttuosa battuta di caccia in tutti gli armadi di casa, ho obbligato il maggiore a una perquisizione anche in quello installato nella loro spelonca.
Come previsto, la pro wind jacket (nuova di palla) che papà reclamava da giorni era abilmente mimetizzata tra le loro tute scalcagnate. Dorothy spesso mischia, ma loro archiviano sistematicamente senza guardare: li odio. Vorrei distruggerli, qualche volta. 
Stamattina, vittima di una crisi di masochismo, sono entrata nella camera del gaglioffo, per fare il punto sullo stato del suo guardaroba. Non l'avessi mai fatto. 
Ecco l'inventario degli orrori rinvenuti sul posto: 
- numero cinque calzini, in rapido aumento, equamente distribuiti sotto il letto, la scrivania, intorcinati alla vestaglia e appiccicati allo schienale della poltrona. Tutti rigorosamente single, comunque: legittimo il sospetto che lo squilibrato li utilizzi uno alla volta.
- una felpa Hello Kitty (di chiara foggia femminile), impegnata ad amoreggiare in un cassetto con un giubbottino Rifle (per maschi machi e pericolosi). Anche questo figlio pratica l'inumazione casuale dei capi di vestiario. E io odio anche lui. 
- una T-shirt con logo di San Francisco, verde smeraldo e con vezzosi decori floreali rosa shocking. Vedi sopra.
- una confezione di dischetti per lo strucco, marchio Crai, scomparsi mesi fa, e inspiegabilmente finiti sotto il letto, nella tana del lupo. I lupi, com'è noto, non si truccano. 
- numero due scarpe da tennis, infiltrate di terra rossa anche in mezzo ai lacci, abbandonate in mezzo alla stanza. A fare da inciampo e da agente inquinante: fisico e chimico. BLEAH!
- un fucile a pompa, occultato dietro alla testiera del letto. Tentazione irresistibile: mi è costato uno sforzo sovrumano non imbracciarlo, per commettere una strage. 
- una palla divinatoria. Inquietante oggetto, con la configurazione di un occhio aperto sul futuro, in grado di pronunciare vaticini, prima che gli schiantassero tutti i cristalli liquidi. Degno di nota il fatto che se la fossero procacciata all'Experimentarium, a Copenhagen: quelli riuscirebbero a trovare fesserie da comprare anche agli Uffizi. 
- svariate carte Magic e segnaposto Warhammer, disseminati sul pavimento circumvicino alla tower del PC. Zona minata: meglio tenersene distante. Difatti, la polvere sta assumendo la configurazione a testuggine, nei dintorni: sta preparando un attacco.  Motivo per il quale, dopo aver raccattato con rapidità gli abiti da mettere in lavatrice, io batto in ritirata.
Temo di non arrivare al prossimo compleanno, se rimango: la silicosi può uccidere. 







martedì 29 marzo 2011

Fantapolitica d'antan

E' domenica, tarda serata. Siamo sopravvissuti anche al ritiro pre-Cresima e tutto sembra tranquillo.
Il buio avvolge la Stamberga, resa silenziosa dall'assenza di Jurassico: lui è di guardia in ospedale, noi siamo distribuiti qui e là, uno per PC. I ragazzi sepolti nelle cuffie, io sepolta nella lettura del giornale. Ormai, anche quello in versione PDF: mi sono definitivamente convertita alla tecnologia. 
D'improvviso,  la porta della mia stanza si spalanca e il gaglioffo esegue uno dei suoi ingressi a effetto.
Con le guance arrossate e gli occhi scintillanti, dichiara: "Mamma, ho tutto in testa."
"Tutto scritto qui!" continua, toccandosi la scatola cranica con l'indice, "Sono due ore che ripasso Storia!" proclama, con orgoglio. 
"Ah. Ora capisco l'aria stravolta. A che dobbiamo tanta dedizione?" mi informo, stupita. Non è da lui, un impegno così indefesso. 
"Domani ho la verifica di Storia e non ho intenzione di fare la figura dell'ignorante. Altrimenti, papà mi scuoia, e tu mi bruci vivo!" spiega, quasi serio.
"Sempre pulp, tu, ah? Non c'è verso che tu faccia un discorso normale..."
"Perché, non è vero, forse...?"
"Magari le modalità di esecuzione non sarebbero così efferate, ma dubito che ne usciresti vivo, in effetti. Ebbene? Che vuoi da me?"
"Ti riassumo un po' di Ventesimo Secolo. Così ripasso un'altra volta."
"Vai. Ti ascolto."
Mi snocciola un po' degli eventi fondamentali, fino ad arrivare alla fondazione del Partito Fascista. 
"Mamma, i miei amici sostenevano che l'aveva fondato Mussolini!"
"Eh. E allora?"
"Mica è stato lui!"
"Ah, no...? E chi sarebbe stato?" domando, attonita. 
Saremo mica in presenza di un caso di revisionismo storico... penso, con angoscia. Conoscendo la sua prof, però, tenderei a escluderlo.
"Dunque, mamma, c'era il partito Socialista. Hanno fatto una scissione: da una parte Mussolini, dall'altra Gramsci. E Gramsci ha fondato il partito Fascista!"
Un altro po' e casco dalla sedia.
"Ma che dici??? Sei matto?! Gramsci è uno dei fondatori del partito Comunista!!!" esplodo, indignata. Non sono un'esperta di Storia, ma fin qui ci arrivo...
"Sei sicura...?" insiste lui. 
"Ti prego, non te ne uscire con una simile mostruosità, domani, perchè la prof ti butta fuori dall'aula. Attraverso la finestra!"
"Adesso vado a controllare. Vuoi che abbia letto male...?" si domanda, cogitabondo. 
A me ci vorrebbe l'ossigeno, intanto. Ma ce l'ha un cervello, questo qui? Devo dire a suo padre di fargli una TAC: forse mi sono dimenticata di mettercelo, quando l'ho impastato. 
Dopo un minuto, torna, ripetendo a macchinetta: "Tiodiotiodiotiodiotiodio."
Sia ringraziato il cielo. Mi sa che abbiamo sventato un altro quattro. 
Forse avrei dovuto stabilire quanti dei suoi amici avevano registrato 'sto clamoroso caso di falso storico. Costui è il pifferaio magico della situazione  e lo seguono tutti, come una banda di lemming: non vorrei che la prof avesse un infarto, correggendo le verifiche di Storia, questa settimana...



lunedì 28 marzo 2011

Noi, gente di un certo livello...

Siamo degli epicurei. Le gozzoviglie, in casa nostra, si protraggono invariabilmente fino a tardi: con enorme soddisfazione del proprietario della caverna, alias Jurassico, e di Mpc, in veste di cuoca. Non avessimo paura di ridurci a due dirigibili, inviteremmo i nostri amici un giorno sì, e l’altro pure: sono troppo divertenti.
Se per il menù sono agevolata dalla mia incoercibile passione per la cucina, per l’organizzazione della location è vitale collaborazione della Miss. Rapida come un furetto, s’incarica di apparecchiare la tavola, sistemare il bagno e riordinare in giro, trasformando la Stamberga, in meno di mezz’ora, in un luogo accogliente. Una fata.
Sua madre, viceversa, è spesso costretta a una lotta improba, per non presentarsi a tavola in versione megera. Ieri, per esempio, portavo incise, sulla chioma, le conseguenze di un errore risalente a poche ore prima: lo scambio degli spogliatoi.  In piscina ero finita, per sbaglio, nello spogliatoio dei maschietti.
Problema relativo: il luogo è comunque infestato di mamme. Che fosse presente anche una mamma per caso, faceva poca differenza. Per i ragazzini.
Per me, viceversa, è tutto un altro discorso.  
Spesso, infatti, i giovanotti che vanno a nuoto sono accompagnati dai papà. Uomini, dunque.
E una donna, davanti a un uomo, può accettare di indossare un accappatoio patriottico, associato a un paio di conturbanti infradito rosa shocking, e di girare con la testa fradicia. Però, non può mettersi i bigodini in testa: mai, nemmeno sotto la minaccia di un’arma da fuoco.
Sarà costretta a usare solo phon e spazzola: con la tragica conseguenza che, la sera, i suoi capelli sembreranno elettrificati e saranno attraversati da venti di rivolta.
Che tragedia. Ci son voluti un quarto d’ora di sforzi, due dosi di schiuma e una di gommina professionale, per ridurli alla ragione.
Abbassando lo sguardo, ho notato con orrore il solco lasciato sotto al ginocchio dal gambaletto, appena sfilato assieme ai jeans. Un effetto esteticamente spregevole. Per fortuna, il collant velato, nero come da manuale, è riuscito a dissimulare anche quest’ultimo abominio.
Quanto all’abito, ho proceduto alla riesumazione di un tubino grigio, risalente al 2001. Rinnovata con una sciarpetta all’ultimo grido, associata a scarpa tattica, la mise ha stappato un complimento al figlio informatico, pronunciato prima della sua sparizione: “Wow!Che mamma fashion!”
Quando si dice far bella figura, a costo zero…
I miei problemi non erano ancora finiti, però: incaricata di sostituire gli asciugamani, la figlia aveva prelevato i più reietti. Inguardabili. Senza contare che si era dimenticata di asportare la saponetta listata a lutto, rimpiazzandola con una appena scartata. Con uno scatto da centometrista, ho provveduto alla rapida sostituzione del tutto, accogliendo il marito, di ritorno dall’ospedale, con un abbraccio appassionato e l’aria di una che ha tutto sotto controllo.
All’arrivo degli ospiti, che sono giunti carichi di vino e cibo che nemmeno i Re Magi, l’unico problema è stato strappare il gaglioffo dal mondo virtuale nel quale era stato risucchiato, portandolo a cena con noi. Per il resto, tutto è filato liscio.
Tanto liscio che, se non tenessi questo blog, potrei persino chiedere l’accreditamento come padrona di casa decente. Invece, scrivo. E i miei amici leggono, ahimè.
La mia reputazione non reggerà ancora a lungo: me lo sento.

domenica 27 marzo 2011

Le focaccine di Casa per Caso

Ecco la ricetta delle focaccine adorate dal pusher in erba. IN erba, non DI erba: meglio chiarire. Di questi tempi, anche alle medie c'è chi arrotonda il bilancio con mezzi non convenzionali. 

750 g farina da focacce
130 g olio semi
130 g zucchero
470 g latte (pesato!)
1 bs vanillina
rapatura di agrumi
1 sorso di liquore
1 presa di sale
2,5  cucchiaini di lievito di birra disidratato
gocce di cioccolato q.b.

Impastare assieme tutti gli ingredienti, dopo aver intiepidito leggermente il latte, evitando accuratamente di mettere il sale in contatto con il lievito. 
Far lievitare (una mezz'ora c/a) in un luogo tiepido, tre volte di seguito, riprendendo l'impasto e lavorandolo con energia, ogni volta. Gli impasti lievitati più vengono malmenati, più diventano elastici: lievitano meglio e, dopo la cottura, risultano più soffici. All'incirca come i figli: più sei decisa nel lavorarli, meglio vengon su. Scuola Montessori, la mia, of course...
Ma torniamo a noi. Questo impasto si può preparare nel robot, oppure in quelle magiche macchinette per fare il pane fatto in casa: fate solo attenzione alle dosi. Queste sono quantità da educandato, adatte alla mia famiglia ipertrofica: se non possedete elettrodomestici king-size, dimezzatele. 
Alla fine della terza levata, recuperate l'impasto, spianatelo leggermente su un piano infarinato e spargetevi sopra qualche manciata di gocce di cioccolato. Arrotolatelo tipo salsicciotto, per poi tagliarne dei pezzetti che vi stiano nell'incavo della mano. Date loro la forma di un panino rotondo, poggiandoli poi su una teglia foderata con carta da forno. Infornate a forno freddo e regolate la temperatura a 180°C. Dopo circa mezz'ora, controllate le creature; semmai, girate la teglia, per ottenere una cottura uniforme. Quando mancano circa cinque minuti al momento di sfornarle, spennellate la superficie della focaccine con del latte; finite poi di cuocerle. Devono avere un color nocciola scuro, in superficie.

Due parole anche sulla tipologia degli ingredienti. Sembra una cretinata, ma se sbagliate il tipo di farina, per esempio, sfornerete sampietrini, non focaccine. Con le prime che ho cucinato, ignara di questo fondamentale dettaglio, avrei potuto lastricarci il pavimento del garage. Rimane da capire come una comune farina 00 riesca a trasformarsi, dopo la cottura,  in puro granito basaltico, ma capita: vi garantisco che capita. 
Ergo, procacciatevi della farina Manitoba, o farina "forte": in qualche supermercato la vendono. Si trova anche in panetteria, dove un tempo la compravo sciolta, in sacchi da cinque kg: attualmente, arrivo fino al consorzio agrario, una volta al mese, e vado di sacchi da 25 kg. Lo so, sono esagerata: non è colpa mia, però.
Olio: ideologicamente contraria all'uso del burro, utilizzo oli di semi cosiddetti nobili: olio di vinacciolo, o quelle miscele di oli ad alto contenuto di vitamina F. Così mi illudo che, rimpinzandosi come animali, quegli sciagurati almeno assumano qualche nutriente valido. 
Nota da farmacista: evitate l'olio di semi vari. In qualsiasi circostanza culinaria: oltre ad avere un gusto orrido e, se fritto, un puzzo insostenibile, è nutrizionalmente abominevole. 
Sul lievito, ho qualcosa da dire su quei tragici blocchetti di lievito fresco che hanno funestato la mia esistenza per anni: dopo una permanenza in frigo di pochi giorni, ne trovavo la metà colonizzati dalla muffa. Li odiavo. Da quando ho scoperto che esistono, in commercio, pacchi di lievito disidratato da mezzo chilo, mai più senza. Quello è diventato un must, a Casa per Caso: anche perchè, facendo in casa pane, pizza, focacce e focaccine, faccio concorrenza a una panetteria. 
Senza contare  che il livito disidratato non ha bisogno di essere sciolto nel latte: a parte l'ovvio risparmio di tempo, se una si distrae, scaldando troppo il latte, ammazza il Saccaromyces. Che muore senza un gemito: così, la sventurata si accorge del guaio soltanto ore dopo, quando si trova un blocco di malta,  al posto del soffice cuscinetto di pasta lievitata che si attendeva. Inutile dire che parlo per esperienza diretta.
Potreste sbagliare la cottura, le prime volte: timorosa di bruciarle, all'inzio la sottoscritta sfornava dei paninetti biancastri, col centro molliccio, che ti si attaccava agli incisivi, al primo morso. 
Attualmente, viceversa, vittima di un pernicioso eccesso di sicurezza, abbandono le mie produzioni a se stesse, ottenendo talvolta dei simpatici bronzetti. A parte quella volta che le ho dimenticate nel forno acceso, andando a sguazzare in piscina per un'ora e mezzo, prima di ricordarmene, diramando l'allarme telefonico a un attonito marito, non mi è mai successo di doverle riciclare come fermaporte. Sono un dolce duttile, che perdona anche qualche disattenzione in cottura.
L'ideale, per una catastrofe come me. 
Buon appetito, gente. Sappiatemi dire come vi sono venute.






sabato 26 marzo 2011

Patti e baratti

Il bandito ha ripreso il suo regime alimentare normale: da ieri sera, disco verde anche sul consumo di latte. Risultato: nebulizzati gli ultimi due litri, entro le sette del mattino. Ho partorito un sifone.
Quanto alle focaccine, quelle non hanno mai smesso di volatilizzarsi: neppure quando, under virus attack,  si nutriva di solo riso.
“Mamma, ti giuro che non sono io che le mangio!”
“E allora com’è che svaniscono? Autodistruzione?”
Gli altri componenti della famiglia erano esclusi dalla rosa dei sospetti: un paio in quanto forniti di solido alibi, uno  non ama il cioccolato amaro, altri teme di trasformarsi in Brufolo Bill, eccedendo col consumo.
“E’ stato per via dei compiti”
“Che compiti? Facevi i compiti mangiando focaccine, disgraziato…???”
“No, no! Io e D. abbiamo fatto un patto.”
“Un patto? Che patto?”
“Lui mi portava i compiti e io lo dovevo pagare. In tortine.”
“Più che un patto, a me pare un ricatto…”
“No, mamma, è un accordo equo. Fosse venuto quell’abdul di E., mi avrebbe preso per il collo, stanne certa.”
“Abdul…?”
“Sì, abdul. Contratta peggio di un arabo, quello.  E’ pronto il the alla pesca?”
“ Ssssì, tieni… E qui c’è la focaccina.”
Queste conversazioni hanno il potere di destabilizzarmi.
“Ah, sìììì… A me!!! Questo the è nettare degli dei…” dichiara, con cupidigia.
Strano. Non l’ho mai visto esaltarsi così, per il the in bustina.
“Ma ti piace così tanto?”
“Beh, non è male. Però non lo uso per berlo.”
“???”
“Lo uso come merce di scambio. Facciamo i baratti: ieri l’ho scambiato con un pezzo di crostata, che ho divorato dopo la tua tortina. L’altro ieri, invece, ci ho guadagnato due pacchetti di cracker e uno di Tuc!”
“Ohimamma, senti questo! E io che perdo le ore a farti i dolcetti fatti in casa…”
“E non smettere, per piacere. Quelli valgono danaro sonante!”
“Cheeee???”
“Sì. Se smerciando il the raccolgo abbastanza cibo, mi vendo le tue tortine. I miei amici, per quelle, sono disposti a darmi tutti i soldi che gli avanzano, dopo essersi comprati le caramelle!”
“Ossignore. E che te ne fai, poi, di quei soldi?”
“Me li metto via. Lo sai che sono un tipo risparmioso. E’ un modo onesto di guadagnare, questo, no?”
“…”
“Ok, ok, mamma. Vado!”

Ecco. Io cerco di trasmettergli valori elevati quali onestà, amore per il lavoro  e risparmio, e quello me li declina diventando spacciatore di focaccine.
O tempora, o mores!

venerdì 25 marzo 2011

Organizzazione teutonica

Sono una catastrofe ambientale. Un ciclone tropicale, spesso promosso d’ufficio alla categoria uragano. L’uragano Valentina: è anche credibile.
Il problema è che pretendo di fare quattro cose in contemporanea, illudendomi di riuscire a farle tutte bene: in realtà, commetto quattro errori al prezzo di uno. 
O meglio, faccio pagare ai quattro il prezzo degli errori di quest’una. Poveri figli miei.
Metto a cuocere la cena, seguo due lavatrici,  un’asciugatrice e due forni, a tempi alternati, cercando (invano)  l’ottimizzazione della tempistica e dei consumi energetici. Da quando abbiamo installato il fotovoltaico, poi, sono diventata un’adepta del culto di Ra. Sembro un girasole: sempre rivolta verso il nobile astro, faccio coincidere i picchi di utilizzo degli elettrodomestici con le ore di massimo irraggiamento. 
Peccato che queste coincidano con i picchi delle incombenze domestiche: e che – ahimè! – io riempia i tempi morti navigando nel web. Aumentando il già elevato tasso della mia distrazione: con catastrofiche conseguenze.
Ieri, per esempio, era previsto arrotolato arrosto: mentre lo rigiravo in padella, pulivo gli schizzi di grasso in tempo reale. L’intento era di finire la rosolatura, lasciando fornello e dintorni come nuovi: mi sentivo astuta come una volpe.   
Fino al momento in cui ho accarezzato col dorso della mano la fiancata rovente della pentola: ustione di secondo grado. Un capolavoro di furbizia.
Per celare il marchio d’infamia, risparmiandomi i rimbrotti di Jurassico, sono ricorsa al fondotinta.  
Peccato che, immediatamente dopo, mi sia scordata l’arrosto sul fuoco.
Jurassico ha fatto la sua comparsa sulla soglia della mia camera, dove stavo ticchettando con energia alla tastiera, chiedendomi, incerto: “Funziona bene quella pentola a pressione? Fa uno strano sfrigicolio…”
Non so se mi ha inquietato di più il neologismo o l’orribile sospetto palesatosi alla mia mente. Mi sono precipitata al capezzale della cena dei miei figli, trovando la valvola che sputava catrame.
Nel frattempo, l’odore di bruciato aveva invaso la casa: due o tre figli, sparsi qui e là, hanno iniziato a gridare: “Mamma, mamma, stai bruciando qualcosa!!!”
Sono addestrati, ormai: reagiscono prima dell’allarme antincendio.
Una volta estratta la carne, sono ricorsa alla chirurgia estetica: asportato il pezzo carbonizzato, ho affettato l’arrosto come se niente fosse. Per fortuna, non sapeva di carbone.
In compenso, io mi sono dovuta lavare dalla testa ai piedi: puzzavo come un tizzone d’inferno, e dovevo uscire a cena col marito.
E poi c’è gente che mi chiede come faccio a organizzarmi così bene, con tutti questi figli. Meglio che non glielo dica. Altrimenti mi segnalano ai Vigili del Fuoco, come potenziale minaccia per la pubblica sicurezza.

giovedì 24 marzo 2011

Passeggiate in solitaria

Ogni tanto, prendo e vado. Cammino per chilometri, auricolari inseriti - dettaglio per il quale vengo sistematicamente dileggiata  dal manigoldo: "Mamma, sei vecchia per queste cose!" - smaltendo adipe e tensioni. Tensioni, soprattutto: la convivenza con quei cinque è un bel cimento, anche per una combattente come me.
Considerati i miei dati anagrafici, tali scorribande possono costituire un pericolo giusto per le mie articolazioni: i pappagalli in vena di molestarmi si dovrebbero essere estinti. Per fortuna. 
All'epoca dei miei verdi anni, nel Far Nordest, era costumanza sottolineare il passaggio di ogni ragazza appena passabile con richiami, fischi laceranti e commenti sessisti, muggiti dalle auto in corsa, i motorini e persino dalle bici. Un'abitudine che francamente non rimpiango. 
Esistevano poi problemi di ordine pubblico. 
Una mattina, a Padova, passai accanto a un cantiere stradale, dove un martello pneumatico teneva ottima compagnia agli abitanti del circondario: di colpo, il frastuono si zittì. Nel silenzio irreale che seguì, si levò una voce, dalle profondità del terreno (quelli lavoravano sotto il livello stradale): "Ma xea 'a maniera? Farghe vegner i infarti ala xente, ae oto dea matina???"
Avevo azzardato una minigonna. 
Indimenticabile, al mare, il tuffo in un cumulo di aghi di pino, eseguito da un ciclista che era rimasto troppo tempo voltato a osservarmi. Meno male che qualcuno aveva fatto pulizia in giardino: l'individuo rimase ferito solo nella sua dignità.
Dunque, pur non essendo uno schianto, rischiavo di provocarne qualcuno; oggi, a quasi trent'anni di distanza, mi credevo in una botte di ferro. 
Fino al giorno in cui un magrebino, in evidente stato di ebbrezza, mi ha fischiato, abbandonandosi quindi ad apprezzamenti entusiastici, dall'alto della sua bici sgangherata. Temo che, oltre che sbronzo, fosse anche afflitto da problemi di vista: l'episodio risale a qualche mese fa. 
Ieri transitavo nei pressi di un asilo, poco dopo l'uscita da scuola: traffico indemoniato, diadi madre-figlio che sciamavano a perdita d'occhio e bici allo stato brado. Solito manicomio.
Mi sono accorta che un signore mi stava fissando: pensando a un vecchio cliente delle famacia - vecchio in vari sensi - ho risposto al suo sguardo, per capire se lo conoscessi. Non l'avessi mai fatto: imbadanzito dal successo, l'uomo si è messo a sbandare pericolosamente in mezzo al traffico, salutandomi con un "Ciao, bea!!!" carico di speranze. Peccato che questo, caricato alle sue spalle, trasportasse il nipotino, testè prelevato alla materna. 
Mi sono sentita orribilmente in colpa: posso mettere a repentaglio la sicurezza dei minori, perché provoco ai nonni inaspettati picchi ormonali? 
Sto riconsiderando le mie granitiche opinioni, circa i capi d'abbigliamento quali burqa e nijab. Tutto considerato, hanno un loro perchè.

mercoledì 23 marzo 2011

Problemi di coppia


Succede anche nelle migliori famiglie: figuriamoci nella nostra, dunque.
Jurassico mi aveva chiesto di lasciargli l’auto, per andare a giocare a tennis: dopo dieci ore filate di assenza da casa, durante le quali nessuno mi ha ripetuto l’avviso tre o quattro volte – condizione necessaria perché non me lo scordassi gliel’ho fregata, per andare a sguazzare in piscina. L’ho costretto a quaranta km al volante del catorcio: zozzo, col serbatoio vuoto e la fiancata rientrante. Roba da vergognarsi. Per fortuna era buio: le pecche si notano meno, con le mezze luci.
Come se non bastasse, non ho avvisato i figli di lasciargli un paio di spiedini, per cena. Quelli, affamati come lucci, si sono divorati anche gli stecchini: lasciando alle loro spalle due sparuti tozzi di pane e quattro funghi macilenti. Dura, dopo aver saltato anche il pranzo.
Per fortuna, sono tornata prima di lui: così, con i residui fungini, ho allestito un risotto di salvataggio. Che va anche meglio, dopo un allenamento di due ore, mi sono giustificata con me stessa: in realtà, mi sentivo un verme della terra. Quello lavora come un mulo ed io, come tutto ringraziamento, mi scordo persino di riempirgli la scodella della cena. Moglie degenere.
Al suo rientro, era più scuro di un temporale.
Zitta e compunta, gli ho consegnato il suo piatto, che ha consumato senza proteste: ben mi son guardata dal rivelargli che di cena di ripiego si trattava.
Però, circa la macchina, non potevo tacere.
“Ahem… Mi dispiace per l’auto, tesoro. Ho fatto confusione: pensavo fosse domani, che ti serviva” ho azzardato.
Con la generosa comprensione che dimostra sempre, quando si tratta delle mie sviste, mi fulmina: “Ma se c’è anche scritto sul calendario!”
Vado a controllare.
“Beh, e che ne so io che è una partita di tennis? C’è scritto: ore 20 – 22, Fantin!” protesto vivacemente.
“E che dovrebbe essere, a quell’ora, secondo te??? Un appuntamento in ospedale?” mi inchioda, implacabile.
E va bene. Va bene: mi darò all’ippica, per colpa di questo Fantin.
Certo che se non trovano una cura, per la distrazione, mi sa che finiamo entrambi in terapia. Di coppia.